MEDICINA DEL LAVORO

DURATA IMMUNITÀ DA COVID -GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI

E’ difficile dire con certezza quanto dura l’immunità da Covid. Quando il sistema immunitario del corpo risponde a un’infezione, non è sempre chiaro per quanto tempo persisterà l’immunità che si sviluppa. Il Covid-19 è una malattia molto nuova e gli scienziati stanno ancora studiando con precisione come il corpo respinge il virus.

C’è motivo di pensare che l’immunità potrebbe durare diversi mesi o almeno un paio d’anni, visto quello che sappiamo sugli altri virus e quello che abbiamo visto finora in termini di anticorpi nei pazienti con covid-19 e nelle persone che hanno stato vaccinato. Ma arrivare a una cifra da stadio, ma da solo metterci un numero esatto, è difficile e i risultati degli studi immunologici sul covid-19 variano. Una ragione di ciò sono i fattori di confusione che gli scienziati non comprendono ancora appieno: in alcuni studi, ad esempio, la longevità degli anticorpi che prendono di mira il picco di SARS-CoV-2 è più breve di quanto ci si potrebbe aspettare. Mancano dati chiari per capire se questo è un problema per il covid-19.

L’immunità è determinata anche da altri fattori oltre agli anticorpi, come la memoria delle cellule T e B, che secondo alcuni studi potrebbe durare per anni. E l’immunità è indotta in modo diverso dall’infezione naturale rispetto alla vaccinazione, quindi non si possono semplicemente combinare gli studi per arrivare a una cifra definitiva.

Quanto tempo rimangono gli anticorpi contro il covid-19?

I dati indicano che gli anticorpi neutralizzanti durano diversi mesi nei pazienti con covid-19 ma diminuiscono di numero nel tempo. Uno studio, pubblicato sulla rivista Immunity , su 5882 persone guarite dall’infezione da covid-19, ha scoperto che gli anticorpi erano ancora presenti nel sangue da cinque a sette mesi dopo la malattia. Questo era vero per i casi lievi e gravi, sebbene le persone con una malattia grave finissero per avere più anticorpi in generale.Tutti i vaccini approvati finora producono forti risposte anticorpali. Il gruppo di studio per il vaccino Moderna ha riferito ad aprile che i partecipanti a uno studio clinico in corso avevano alti livelli di anticorpi sei mesi dopo la loro seconda dose. Uno studio su Lancet ha scoperto che il vaccino Oxford-AstraZeneca ha indotto anticorpi elevati con una “diminuzione minima” per tre mesi dopo una singola dose.

Si prevede che gli anticorpi neutralizzanti diminuiranno di numero nel tempo, afferma Timothée Bruel, ricercatore presso l’Istituto Pasteur, dato ciò che sappiamo sulla risposta immunitaria ad altre infezioni. Ad aprile, Bruel e colleghi hanno pubblicato un articolo su Cell Reports Medicine che esaminava i livelli e le funzioni anticorpali nelle persone che avevano sperimentato covid-19 sintomatico o asintomatico. Entrambi i tipi di partecipanti possedevano anticorpi polifunzionali, che possono neutralizzare il virus o aiutare a uccidere le cellule infette, tra le altre cose.

Questa ampia risposta, afferma Bruel, potrebbe contribuire a una protezione più duratura in generale, anche se le capacità di neutralizzazione diminuiscono. Uno studio di modellizzazione pubblicato su Nature Medicine ha esaminato il decadimento degli anticorpi neutralizzanti per sette vaccini covid-19. Gli autori hanno sostenuto che “anche senza potenziamento immunitario, una percentuale significativa di individui può mantenere una protezione a lungo termine da infezioni gravi da parte di un ceppo antigenicamente simile, anche se possono diventare suscettibili a un’infezione lieve”.

Sono necessarie ulteriori ricerche, tuttavia, per determinare esattamente come il corpo combatte la SARS-CoV-2 e per quanto tempo gli anticorpi polifunzionali potrebbero svolgere un ruolo difensivo dopo l’infezione o la vaccinazione.

E le risposte delle cellule T e B?

Le cellule T e B hanno un ruolo centrale nel combattere le infezioni e, soprattutto, nello stabilire l’immunità a lungo termine. Alcune cellule T e B agiscono come cellule di memoria, persistendo per anni o decenni, innescate e pronte a riaccendere una risposta immunitaria più ampia nel caso in cui il loro patogeno bersaglio arrivasse di nuovo nel corpo. Sono queste cellule che rendono possibile l’immunità a lungo termine.

Uno studio pubblicato a febbraio su Science ha valutato la proliferazione degli anticorpi e dei linfociti T e B in 188 persone che avevano avuto il covid-19.  Sebbene i titoli anticorpali siano diminuiti, le cellule T e B di memoria erano presenti fino a otto mesi dopo l’infezione. Un altro studio in una coorte di dimensioni comparabili ha riportato risultati simili in una prestampa pubblicata su MedRxiv il 27 aprile.

Monica Gandhi, un medico in malattie infettive e professore di medicina presso l’Università della California a San Francisco, afferma che abbiamo prove che le cellule T e B possono conferire protezione permanente contro alcune malattie simili al covid-19. Un noto articolo di Nature del 2008 ha scoperto che 32 persone nate nel 1915 o prima conservavano ancora un certo livello di immunità contro il ceppo influenzale del 1918, 90 anni dopo. “Questo è davvero profondo”, dice.

Un articolo pubblicato nel luglio 2020 su Nature ha rilevato che 23 pazienti guariti da una sindrome respiratoria acuta grave possedevano ancora cellule T CD4 e CD8, 17 anni dopo l’infezione da SARS-CoV-1 nell’epidemia del 2003. Inoltre, alcune di quelle cellule hanno mostrato reattività crociata contro SARS-CoV-2, nonostante i partecipanti non abbiano riportato alcuna storia di covid-19.

Ma ancora una volta, questi sono i primi studi e mancano ancora conclusioni definitive sul ruolo delle cellule T e B nell’immunità covid-19. C’è un enigma, ad esempio, nel sapere che le cellule T aiutano le cellule B a produrre rapidamente anticorpi ad alta affinità alla riesposizione. Quanto importa che gli anticorpi sierici abbiano una vita breve e diminuiscano rapidamente, se le cellule che li producono si sono stabilite e sono pronte a partire?

Come si confronta l’immunità naturale con l’immunità indotta dal vaccino?

Diversi studi hanno dimostrato che dopo l’infezione da covid-19 emerge una risposta immunitaria che coinvolge i linfociti T e B della memoria. Ma il sistema immunitario delle persone tende a rispondere in modi molto diversi alle infezioni naturali, osserva Eleanor Riley, professoressa di immunologia e malattie infettive all’Università di Edimburgo. “La risposta immunitaria dopo la vaccinazione è molto più omogenea”, afferma, aggiungendo che la maggior parte delle persone generalmente ha una risposta davvero buona dopo la vaccinazione. I dati degli studi clinici sui principali candidati al vaccino hanno riscontrato reattività delle cellule T e B.

La vaccinazione fa la differenza per chi ha già avuto il covid-19?

Ci sono alcune prove che la vaccinazione può rafforzare l’immunità nelle persone che sono state precedentemente infettate da SARS-CoV-2 e sono guarite. Una lettera pubblicata su Lancet a marzo ha discusso di un esperimento in cui a 51 operatori sanitari di Londra è stata somministrata una singola dose del vaccino Pfizer. La metà degli operatori sanitari si era precedentemente ripresa dal covid-19 e sono stati loro a sperimentare il maggior aumento degli anticorpi – più di 140 volte rispetto ai livelli di picco pre-vaccino – contro la proteina spike del virus.

C’è qualche differenza nell’immunità indotta dal vaccino tra la prima e la seconda dose?

È difficile avere un’idea dell’intera risposta immunitaria dopo una dose di vaccino rispetto a due, ma numerosi studi hanno studiato i livelli di anticorpi in diverse fasi del dosaggio. Uno studio preprint condotto da ricercatori dell’University College di Londra che ha coinvolto più di 50.000 partecipanti ha rilevato che il 96,4% era positivo agli anticorpi un mese dopo la prima dose dei vaccini Pfizer o AstraZeneca e il 99,1% era positivo agli anticorpi tra sette e 14 giorni dopo la seconda dose. I livelli di anticorpi mediani sono leggermente cambiati fino a due settimane dopo la seconda dose, a quel punto sono aumentati vertiginosamente.

Un altro studio, anch’esso prestampato da ricercatori nel Regno Unito, ha valutato la differenza nei livelli di picco di anticorpi tra 172 persone sopra gli 80 anni che hanno ricevuto il vaccino Pfizer.  Coloro che non avevano precedenti di infezione da covid-19 avevano 3,5 volte più anticorpi al loro picco se ricevevano la seconda dose 12 settimane dopo anziché tre settimane dopo. Tuttavia, i livelli mediani di cellule T erano 3,6 volte inferiori in coloro che avevano l’intervallo di dosaggio più lungo (gli autori notano che le risposte delle cellule T relativamente basse in entrambe le coorti nello studio potrebbero essere dovute alla loro età). Questo mostra ancora una volta quanto siamo in anticipo nella nostra comprensione del virus e dell’immunità ad esso.

In che modo l’immunità influisce sulla reinfezione?

I casi rilevati di reinfezione sono rari. Riley pensa che, anche se le persone si infettano dopo la vaccinazione o un’infezione naturale iniziale, nel peggiore dei casi probabilmente sperimenteranno solo una malattia lieve. (Si noti, tuttavia, che ciò non significa necessariamente che non possano trasmettere il virus anche se hanno sintomi lievi o assenti.)

Saranno necessari richiami al vaccino contro il covid-19?

Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, ha affermato che “probabilmente” sarà necessaria una dose di richiamo entro 12 mesi dalla seconda dose. Ci sono ragioni comprensibili per questo. Riley sottolinea che le persone anziane, ad esempio, potrebbero avere risposte immunitarie più deboli, quindi potrebbero essere minacciate da un aumento della trasmissione del virus durante l’inverno. I booster potrebbero anche essere necessari per aumentare l’immunità contro le varianti emergenti di SARS-CoV-2, aggiunge.

Gandhi sostiene che SARS-CoV-2 è noto per mutare in modo relativamente lento e i primi studi hanno scoperto che esiste ancora una buona reattività crociata contro le nuove versioni del virus. Ritiene improbabile che l’immunità indotta dai vaccini originali non sia sufficiente per affrontare nuove varianti.

Un articolo pubblicato su Science nel marzo 2021 ha esaminato le prove finora e ha concluso che i vaccini attualmente disponibili offrono una protezione sufficiente contro le varianti esistenti e prevedibili. “In definitiva, la migliore difesa contro l’emergere di ulteriori varianti di preoccupazione è una campagna di vaccinazione rapida e globale, di concerto con altre misure di salute pubblica per bloccare la trasmissione”, hanno concluso gli autori. “Un virus che non può trasmettere e infettare gli altri non ha possibilità di mutare”. Gandhi è d’accordo: “Reprimere [su] questa pandemia quando sappiamo di avere gli strumenti per farlo in tutto il mondo è la nostra prima priorità, al contrario di pensare a booster che potrebbero non essere necessari per i paesi ricchi”.

Da dottnet.it. Fonte originale BMJ

E DOPO IL VACCINO COVID?

1. QUANDO E PER QUANTO TEMPO SI È PROTETTI DOPO AVER FATTO IL VACCINO?

Non ci sono dati ancora precisi in merito in quanto la vaccinazione di massa è iniziata, a livello globale, da poco tempo e sono in corso numerosi studi internazionali e nazionali per verificare, nei prossimi mesi, sia la durata che il livello di protezione anticorpale in un grandissimo numero di persone vaccinate.

Quello che sappiamo è ciò che è emerso dagli studi pre-registrativi secondo le tipologie dei vari vaccini attualmente in uso. I vaccini ad RNA hanno dimostrato di conferire una protezione del 90-95%, quelli a vettore virale hanno una protezione che varia dal 68% al 82% .

I risultati della protezione anticorpale nei primi soggetti volontari vaccinati, ormai dopo circa 8 mesi, hanno dimostrato che persiste ancora un buona protezione verso SARS-CoV-2. Non è escluso che si dovrà fare un richiamo del vaccino introducendo nella nuova somministrazione anche le nuove varianti onde meglio proteggersi nei loro confronti.

2. SI PUÒ CONTRARRE IL VIRUS E TRASMETTERLO, ANCHE DA VACCINATI?  

Le persone vaccinate, pur non sviluppando la malattia vera e propria, in alcuni casi limitati, potrebbero essere portatori del virus e quindi trasmetterlo ad altri.

Una volta raggiunte la cosiddetta “immunità di gregge” la trasmissibilità verso terzi diventerà praticamente nulla.

3. QUAL È LA PERCENTUALE DI VACCINATI INDISPENSABILE PER RAGGIUNGERE L’IMMUNITÀ DI GREGGE?

Per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge è necessario che il 65-75% di tutta la popolazione sia vaccinata.

4. QUANTO POTREBBE DURARE L’IMMUNITÀ DOPO LA VACCINAZIONE?

La popolazione che si è già sottoposta volontariamente alla vaccinazione in via sperimentale nei mesi scorsi ha prodotto anticorpi ad un livello elevato.

Tale andamento è stato confermato anche da chi recentemente è stato vaccinato. Questo significa che, molto probabilmente, l’immunità potrebbe durare anche oltre un anno.

I governi e le aziende farmaceutiche potranno verificare l’immunità a distanza di uno o due anni.

5. DOPO AVER FATTO IL VACCINO, SI PUÒ SMETTERE DI UTILIZZARE LA MASCHERINA?

Per evitare i  rischi di potenziali trasmissioni del virus da parte di alcune persone potenzialmente ancora contagiose, si dovrà continuare ad adottare tutte le misure di prevenzione fino all’avvenuto raggiungimento dell’immunità di gregge  

6. QUALI NORME SI DEVONO COMUNQUE RISPETTARE DOPO IL VACCINO? 

Sarà necessario mantenere le stesse norme adottate fino ad ora e seguire le indicazioni che verranno periodicamente comunicate dalle istituzioni, secondo il variare delle situazioni epidemiologiche.

fonte : centro Auxologico

LE NUOVE FRONTIERE DELL’ INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN MEDICINA

La medicina  che cambia grazie all’intelligenza artificiale. Dalla depressione alle malattie della pelle, fino a Covid-19 e tumori, l’intelligenza artificiale (AI) è e sarà sempre più a fianco della salute, aiutando i medici in diagnosi e cura delle malattie più disparate. Tanti sono, infatti, i software basati sull’AI e in particolare sul ‘machine learning’, l’apprendimento delle macchine, sviluppati a fini medici. Si tratta di algoritmi potenti, capaci di analizzare migliaia di dati per arrivare a una diagnosi accurata, come e anche più di quella che possono fare i clinici da soli, con applicazioni che possono aiutare ad accelerare il lavoro dei medici e a smaltire le liste d’attesa. Il campo è fervido, infatti, secondo dati Morgan Stanley, il mercato globale per AI in sanità è in forte crescita e ci si attende che salirà dai circa 1,3 miliardi di dollari attuali (oltre 1,1 miliardi di euro) a 10 miliardi di dollari (quasi 9 miliardi di euro) nel 202)il4 .Le applicazioni potenziali sono già numerose, ad esempio Google ha appena presentato Dermatology Assist, uno strumento che riconoscere 288 malattie di pelle, capelli e unghie, solo da una foto che il paziente potrà caricare sulla app e qualche domanda cui il paziente deve rispondere. Nel congresso della Società americana di Acustica Carol Espy-Wilson dell’Università del Maryland ha recentemente presentato un software basato sull’AI che «sente» la depressione nella parole pronunciate più lentamente e con più pause.

L’intelligenza artificiale può essere anche addestrata per imparare ad identificare anomalie nelle immagini utilizzate per le diagnosi, come ecografie e radiografie. Ad esempio Pearse Keane, del Moorfields Eye Hospital di Londra in collaborazione col centro di ricerca DeepMind di Google, sviluppato e testato su pazienti un algoritmo che diagnostica in modo attendibile malattie della vista come il glaucoma analizzando le e immagini ottenute con la tomografia ottica (OCT.

Secondo quanto riferito sulla rivista Nature Medicine, il sistema ha lo stesso livello di accuratezza di specialisti esperti, ed è in grado di identificare correttamente una malattia oculare nel 94,5% dei casi. L’AI sarà anche al servizio delle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson: è la prospettiva dello studio multicentrico coordinato dal centro di Medicina nucleare di Massa (Massa Carrara), con la collaborazione dell’ospedale Galliera di Genova e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) di Pisa, che ha portato allo sviluppo di un software che riconosce un paziente con Parkinson anche in fase iniziale presintomatica, riscontrando piccoli deficit di metabolismo nelle strutture cerebrali interessate. Tanti anche gli algoritmi sviluppati per diagnosticare il cancro e stabilire la terapia migliore per il singolo paziente: ad esempio il ‘CompCyst’, per predire il rischio di tumore del pancreas a partire dalla analisi di cisti , di natura spesso ‘indecifrabilè nella pratica clinica, realizzato da un gruppo internazionale con un ampio contributo italiano (Università di Verona, IRCCS San Raffaele di Milano, Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria, Negrar), coordinato da scienziati del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center a Baltimora. Piattaforme basate sull’AI sono entrate in gioco anche nella pandemia di Covid-19, per esempo per è stato sviluppato e testato su pazienti da , ad esempio per predire il rischio di malattia grave o per selezionare, tra i farmaci in uso, quelli potenzialmente utili contro il coronavirus. (da il gazzettino)

TUTTE LE INFO SULLA CERTIFICAZIONE VERDE COVID 19

Da dottnet.it

L’Italia anticipa la diffusione del documento digitale che rende più semplice l’accesso ad eventi e strutture in Italia e che faciliterà dal 1° luglio gli spostamenti in Europa.

Prende il via in Italia la Certificazione verde COVID-19 (clicca qui per scaricare il testo del Governo), il documento gratuito, in formato digitale e stampabile, che facilita nel nostro Paese la partecipazione ad eventi pubblici (come fiere, concerti, gare sportive, feste in occasione di cerimonie religiose o civili), l’accesso alle residenze sanitarie assistenziali e lo spostamento in entrata e in uscita da territori eventualmente classificati in “zona rossa” o “zona arancione”. 

Cominciamo subito col dire che medici di famiglia e farmacisti avranno un ruolo non secondario in quest’operazione: dovranno infatti, una volta ottenuto dal paziente il Codice Fiscale e la Tessera Sanitaria, o stampare la Certificazione con il QR Code o inviarlo ad un indirizzo email da indicato dall’utente. Un compito che – come spiega un medico – aggraverà ulteriormente il carico di lavoro negli studi dei medici di medicina generale.

Discorso analogo per i farmacisti.

La certificazione, frutto del lavoro congiunto di Ministero della Salute, Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, in collaborazione con la Struttura Commissariale per l’emergenza Covid-19 e con il supporto del partner tecnologico Sogei, contiene un QR Code che ne verifica autenticità e validità. Il documento attesta una delle seguenti condizioni: la vaccinazione contro il Covid-19, l’esito negativo di un tampone antigenico o molecolare effettuato nelle ultime 48 ore o la guarigione dall’infezione. A tutela dei dati personali, il QR Code della certificazione andrà mostrato soltanto al personale preposto per legge ai controlli. 

Con l’attivazione della piattaforma nazionale realizzata e gestita da Sogei, a partire da giovedì 17 giugno, i cittadini potranno iniziare a ricevere le notifiche via email o sms con l’avviso che la certificazione è disponibile e un codice per scaricarla su pc, tablet o smartphone. L’invio dei messaggi e lo sblocco delle attivazioni proseguirà per tutto il mese di giugno, e sarà pienamente operativo dal 28 giugno, in tempo per l’attivazione del pass europeo prevista per il 1° luglio.

La Certificazione verde COVID-19 si potrà visualizzare, scaricare e stampare su diversi canali digitali:

•          sul sito dedicato www.dgc.gov.it

•          sul sito del Fascicolo Sanitario Elettronico Regionale www.fascicolosanitario.gov.it/fascicoli-regionali

•          sull’App Immuni

•          e presto sull’App IO   

In caso di difficoltà, o indisponibilità, nell’uso di strumenti digitali, saranno coinvolti, come dicevamo, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e farmacisti che hanno accesso al sistema Tessera Sanitaria. Dal 1° luglio la Certificazione verde COVID-19 sarà valida come Eu digital COVID certificate e renderà più semplice viaggiare da e per tutti i Paesi dell’Unione europea e dell’area Schengen.

Nel dettaglio va precisato che tutte le certificazioni associate alle vaccinazioni effettuate fino al 17 giugno saranno rese disponibili entro il 28 giugno. La piattaforma informatica nazionale dedicata al rilascio delle certificazioni sarà progressivamente allineata con le nuove vaccinazioni. Per informazioni è possibile contattare il Numero Verde della App Immuni 800.91.24.91, attivo tutti i giorni dalle ore 8 alle ore 20. I cittadini già dai prossimi giorni potranno ricevere notifiche via email o sms. La Certificazione sarà disponibile per la visualizzazione e la stampa su pc, tablet o smartphone. In alternativa alla versione digitale, la Certificazione potrà essere richiesta al proprio medico di base, pediatra o in farmacia utilizzando la propria tessera sanitaria.
 
Saranno tre in particolare le tipologie di certificati rilasciati dalla Piattaforma nazionale
– certificato di avvenuta vaccinazione;
– certificato di avvenuta guarigione;
– effettuazione di un tampone con esito negativo.


 
Tutte le tipologie di certificati riporteranno i seguenti dati: cognome e nome; data di nascita; malattia o agente bersaglio: Covid; struttura che ha rilasciato il certificato e identificativo univoco del certificato.
 
Quanto alla certificazione di avvenuta vaccinazione, questa dovrà riportare le seguenti informazioni: tipo di vaccino somministrato; denominazione del vaccino; produttore o titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio del vaccino; numero della dose effettuata e numero totale di dosi previste per l’intestatario del certificato; data dell’ultima somministrazione effettuata e Stato membro in cui è stata effettuata la vaccinazione.
 
La certificazione  di test antigenico rapido o molecolare con esito negativo riporterà invece  le seguenti informazioni: tipologia di test effettuato; denominazione del test; produttore del test; data e ora del prelievo del campione per il test; data, orario e risultato del test; Stato membro in cui è stato effettuato il test.
 
Sarà la Piattaforma nazionale digital green certificate a mettere a disposizione le certificazioni verdi ed a garantire l’interoperabilità con i sistemi informativi degli altri Stati Membri dell’Unione Europea ai fini della verifica attraverso un QRcode verificabile attraverso dei sistemi di validazione digitali, associato ad un codice identificativo univoco a livello nazionale.
 
Le certificazioni si potranno ottenere attraverso sito web dedicato; Fascicolo Sanitario Elettronico; App Immuni; App IO; Sistema tessera sanitaria. Per i minori, l’esercente la responsabilità genitoriale riceverà insieme ai dati di contatto indicati al momento della prestazione sanitaria un Authcode, nel momento in cui la certificazione verde verrà generata e sarà visibile e scaricabile con le specifiche modalità..
 
Inoltre anhe il medico e il farmacista, accedendo con le proprie credenziali al Sistema Tessera Sanitaria, potranno recuperare la Certificazione verde COVID-19. Serviranno il codice fiscale e i dati della Tessera Sanitaria. La Certificazione verde COVID-19 in questo caso sarà consegnata in formato cartaceo o digitale.

Le Faq del Governo sulla certificazione

Che cos’è la Certificazione verde COVID-19?
La Certificazione verde COVID-19 nasce per facilitare la libera circolazione in sicurezza dei cittadini nell’Unione europea durante la pandemia di COVID-19. Attesta di aver fatto la vaccinazione o di essere negativi al test o di essere guariti dal COVID-19. La Certificazione contiene un QR Code che permette di verificarne l’autenticità e la validità. La Commissione europea ha creato una piattaforma tecnica comune per garantire che i certificati emessi da uno Stato possano essere verificati nei 27 Paesi dell’UE: apre una nuova finestra più Svizzera, Islanda, Norvegia e Lichtenstein. In Italia la Certificazione viene emessa esclusivamente attraverso la Piattaforma nazionale del Ministero della Salute in formato sia digitale sia stampabile.
 
Chi può ottenere la Certificazione?
La Certificazione viene generata in automatico e messa a disposizione gratuitamente nei seguenti casi:

– aver effettuato la prima dose o il vaccino monodose da 15 giorni;

– aver completato il ciclo vaccinale;

– essere risultati negativi a un tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti;

– essere guariti da COVID-19 nei sei mesi precedenti.

Cosa permetterà di fare la Certificazione in Italia?
La Certificazione verde COVID-19 può essere utilizzata nel nostro Paese per partecipare a eventi pubblici, per accedere a residenze sanitarie assistenziali o altre strutture, spostarsi in entrata e in uscita da territori classificati in “zona rossa” o “zona arancione”. Regioni e Province autonome possono prevedere altri utilizzi della Certificazione verde COVID-19. Dal 1° luglio la Certificazione verde COVID-19 sarà valida come EU digital COVID certificate e renderà più semplice viaggiare da e per tutti i Paesi dell’Unione Europea.
Prima di partire informati sulle regole del Paese che vuoi visitare.
 
Come si genera la Certificazione?
Regioni, Province autonome, medici di base, laboratori di analisi e farmacie trasmettono le informazioni relative a vaccinazioni, test e guarigioni al livello centrale. Una volta raccolte le informazioni, la Piattaforma nazionale del Ministero della Salute rilascia la Certificazione. Le tempistiche per la trasmissione dei dati, e la conseguente generazione della Certificazione, possono variare in base al tipo di prestazione sanitaria.
– Vaccinazione: i dati delle somministrazioni vengono trasmessi quotidianamente, si stima quindi un’attesa massima di un paio di giorni per generare la Certificazione. Nei casi di prima o unica dose, secondo il tipo di vaccino, l’emissione avverrà dopo 15 giorni.
– Test negativo: la trasmissione dei dati richiede poche ore, la generazione della Certificazione avverrà nella giornata.
– Guarigione da COVID-19: la trasmissione dei dati richiede poche ore, la generazione della Certificazione avverrà massimo nella giornata successiva.
 
Come si acquisisce la Certificazione?
Per andare incontro alle esigenze di tutta la popolazione, a prescindere dal livello di digitalizzazione, è possibile acquisire la Certificazione in diversi modi.Si può infatti scegliere tra canali digitali e canali fisici. La disponibilità della Certificazione viene comunicata tramite email o SMS (ai contatti indicati in fase di prestazione sanitaria: vaccinazione, test o guarigione) con un codice per scaricarla.
 
Canali digitali
Via APP
 
Immuni, è dotata di una nuova funzione che consente di scaricare la Certificazione inserendo il numero e la data di scadenza della propria Tessera sanitaria e il codice (AUTHCODE) ricevuto via email o SMS ai contatti comunicati in fase di prestazione sanitaria.
Siti web
 
Sito dedicato, è possibile utilizzare l’identità digitale (SPID/CIE) per acquisire la propria Certificazione. In alternativa è possibile inserire il numero e la data di scadenza della propria Tessera sanitaria (o in alternativa il documento d’identità per coloro che non sono iscritti al SSN) e il codice (AUTHCODE) ricevuto via email o SMS ai contatti comunicati in fase di prestazione sanitaria.
Fascicolo sanitario elettronico, accedendo al proprio Fascicolo sanitario regionale, è possibile acquisire la propria Certificazione.
 
Canali fisici
In caso di difficoltà ad accedere alla Certificazione con strumenti digitali, è possibile rivolgersi al proprio medico di medicina generale, al pediatra di libera scelta, o al farmacista, che potranno recuperare la Certificazione grazie al Sistema Tessera Sanitaria. Porta con te il codice fiscale e i dati della Tessera Sanitaria che dovrai mostrare loro. La Certificazione verde COVID-19 sarà consegnata in formato cartaceo o digitale.
 
Come posso ottenere la Certificazione con Immuni?
Su Immuni per il recupero della Certificazione è stata attivata una apposita sezione “EU digital COVID certificate” visibile nella schermata iniziale della APP.
Per ottenere la Certificazione verde COVID-19 devi inserire:
• le ultime otto cifre del numero di identificazione della Tessera Sanitaria (lo trovi sul retro della tessera, l’ultimo codice in basso)
• la data di scadenza della stessa
• uno dei codici univoci ricevuti rispettivamente con:
– il tampone molecolare (CUN)
– il tampone antigenico rapido (NRFE)
– il certificato di guarigione (NUCG)
In alternativa a questi codici, puoi inserire il codice autorizzativo (AUTHCODE) ricevuto via e-mail o SMS ai recapiti che hai comunicato quando hai fatto la vaccinazione o il test antigenico/molecolare o è stato emesso il certificato di guarigione.
 
La Certificazione verde COVID–19 viene mostrata a video e il QR Code salvato nel dispositivo mobile in modo che possa essere visualizzato e mostrato anche in modalità offline. Quest’azione non avrà nessun tipo di ripercussione a livello di privacy. Lo strumento è e rimarrà assolutamente privacy preserving, nel senso che in nessuno modo le informazioni dell’utente lasceranno il dispositivo mobile né verranno messe in relazione con le informazioni di contact tracing. La Certificazione rimarrà soltanto sul cellulare dell’utente e non verrà veicolata in nessun altro luogo. Il flusso è quindi unidirezionale: dal database centrale che gestirà le Certificazioni, verso il cellulare dell’utente. Le informazioni che si dovranno inserire su Immuni (Codice e Tessera Sanitaria) serviranno solamente per permettere il recupero della propria Certificazione, e non contribuiranno in nessun modo a una profilazione degli utenti. L’App quindi rimarrà anonima.
 
Come posso ottenere la Certificazione con l’identità digitale (SPID/CIE)?
Grazie all’identità digitale (SPID/CIE) è possibile acquisire la Certificazione dal sito www.dgc.gov.it . È necessario accedere alla sezione dedicata e inserire le proprie credenziali. Non sarà necessario inserire nessun altro tipo di informazione.
 
Posso acquisire la Certificazione senza identità digitale (SPID/CIE)?
Sì, all’indirizzo email o numero di telefono fornito quando hai fatto la vaccinazione o il test antigenico/molecolare o è stato emesso il certificato di guarigione viene inviato un codice (AUTHCODE). Andando sul sito www.dgc.gov.it o su App Immuni è sufficiente inserire il codice assieme al numero e data di scadenza della propria Tessera Sanitaria per ottenere la Certificazione. Se non sei iscritto al SSN e non hai la Tessera Sanitaria puoi inserire insieme all’AUTHCODE il numero del documento di identità registrato per il test o il certificato di guarigione.
In alternativa, è possibile recarsi dal proprio medico di base o andare in farmacia fornendo il proprio Codice Fiscale e Tessera Sanitaria.
 
Posso acquisire la Certificazione se non ho un cellulare o computer?
Sì, è possibile rivolgersi al proprio medico di base o in farmacia e fornire il proprio Codice Fiscale e Tessera Sanitaria. A quel punto l’intermediario (medico o farmacista) potrà o stampare la Certificazione con il QR Code o inviarlo ad un indirizzo email da te indicato.
 
Come ottengo il codice (AUTHCODE) per acquisire la Certificazione?
Al momento della generazione della Certificazione verde COVID-19, la piattaforma nazionale invia un messaggio con il codice AUTHCODE associato alla certificazione ai recapiti email o SMS se forniti quando hai fatto la vaccinazione o il test antigenico/molecolare o è stato emesso il certificato di guarigione. Questo codice, assieme ai dati della Tessera Sanitaria, permette di ottenere la Certificazione su www.dgc.gov.it o su app Immuni.
Segui le istruzioni contenute nel messaggio e fai attenzione che il mittente sia noreply.digitalcovidcertificate@sogei.it per la email e Min Salute per gli SMS.
 
Posso ricevere il codice (AUTHCODE) per i miei familiari?
La piattaforma nazionale invia, ai recapiti comunicati per la vaccinazione, il test o il certificato di guarigione, il codice AUTHCODE per acquisire la Certificazione. Pertanto se, per esempio, i genitori hanno lasciato i propri recapiti per i figli, avranno la possibilità di acquisire la Certificazione a nome loro. Una volta ricevuto il codice basta seguire i canali a disposizione e le istruzioni nel messaggio.
 
Mi sono vaccinato prima dell’entrata in vigore della Certificazione verde COVID-19, come faccio a ottenerla?
Le Certificazioni verdi COVID-19 associate a tutte le vaccinazioni effettuate a partire dal 27 dicembre 2020 verranno generate in automatico nella prima settimana di avvio della Piattaforma nazionale. La disponibilità della Certificazione non sarà quindi immediata.
Se hai già fatto il vaccino, riceverai un messaggio via email o SMS ai contatti comunicati in occasione della vaccinazione, quando la Certificazione sarà disponibile.
 
Non ho la Tessera Sanitaria in quanto non iscritto al Sistema sanitario nazionale, è un problema?
Non è un problema, dal sito www.dgc.gov.it è comunque possibile recuperare la propria Certificazione. È sufficiente inserire il codice (AUTHCODE) ricevuto via SMS o email insieme al numero del documento, che hai comunicato quando hai fatto il tampone o è stato emesso il certificato di guarigione.
 
Per quanto tempo è valida la Certificazione?
La durata della Certificazione varia a seconda della prestazione sanitaria a cui è collegata.
 
In caso di vaccinazione: per la prima dose dei vaccini che ne richiedono due, la Certificazione sarà generata dal 15° giorno dopo la somministrazione e avrà validità fino alla dose successiva.
Nei casi di seconda dose o dose unica per pregressa infezione: la Certificazione sarà generata entro un paio di giorni e avrà validità per 270 giorni (circa nove mesi) dalla data di somministrazione.
Nei casi di vaccino monodose: la Certificazione sarà generata dal 15° giorno dopo la somministrazione e avrà validità per 270 giorni (circa nove mesi).
Nei casi di tampone negativo la Certificazione sarà generata in poche ore e avrà validità per 48 ore dall’ora del prelievo. 
Nei casi di guarigione da COVID-19 la Certificazione sarà generata entro il giorno seguente e avrà validità per 180 giorni (6 mesi).
 
In fase di verifica della Certificazione, i miei dati personali sono tutelati?
Grazie all’utilizzo di un’App di verifica, che in Italia si chiama VerificaC19, il personale addetto avrà la possibilità di verificare la validità e l’autenticità delle Certificazioni. Sarà sufficiente mostrare il QR Code della Certificazione. In caso di formato cartaceo, piegando il foglio, sarà possibile tutelare le proprie informazioni personali. Il QR Code non rivela l’evento sanitario che ha generato la Certificazione verde. Le uniche informazioni personali visualizzabili dall’operatore saranno quelle necessarie per assicurarsi che l’identità della persona corrisponda con quella dell’intestatario della Certificazione. La verifica non prevede la memorizzazione di alcuna informazione riguardante il cittadino sul dispositivo del verificatore.
 

UN ECOGRAFO GRANDE COME UN CELLULARE

In un momento in cui la rapidità delle diagnosi è essenziale e l’accesso alle cure ospedaliere è spesso ridotto a causa del Covid-19, GE Healthcare ha presentato Vscan Air, un nuovo ecografo wireless che offre immagini di alta qualità, capacità di scansione total body e la condivisione sicura dei dati.

Si tratta di un dispositivo compatto, della dimensione di un cellulare.

Vscan Air, con la sua doppia sonda offre esami accurati – sia superficiali che profondi – anche direttamente a casa del paziente.

Ecografia portatile, la proposta di GE Healthcare

Mettendo a disposizione l’innovativa tecnologia ecografica portatile di Vscan Air, GE Healthcare punta a fornire un supporto importante al settore sanitario messo fortemente sotto pressione dalla pandemia.

L’ecografo portatile è infatti uno strumento essenziale per ottenere rapidamente immagini diagnostiche tanto all’interno quanto all’esterno dell’ospedale.

In questo modo, permettendo di ridurre l’accesso dei pazienti nei reparti e minimizzare il rischio di contagio.

Inoltre, diversi studi dimostrano che il risultato dell’esame ad ultrasuoni ottenuto grazie all’ecografo portatile è paragonabile sia ai raggi X che alla TAC per quanto riguarda l’esame dei polmoni dei pazienti affetti da Covid-19.
Il nuovo sistema a ultrasuoni presentato da GE Healthcare è uno dei più piccoli e leggeri dispositivi portatili.
Peraltro, può contare su un’elevata qualità dell’immagine e un avanzato software di visualizzazione.

ecografia
Vscan Air

Secondo la società, fra i benefici anche un’interfaccia molto semplice ed intuitiva e la condivisione sicura dei dati. Questo grazie ad una specifica applicazione per mobile.

Insieme alla massima portabilità e al risparmio energetico ,anche una facile pulizia delle sonde e la loro resistenza.

Vscan Air, grazie alle sue dimensioni ridotte, si rivela un prezioso strumento di diagnosi anche nel mondo dello sport. Infatti, può essere utilizzato ovunque, anche in pista.

GE Healthcare ha precorso i tempi nel settore ecografia. Infatti, la società già ne 2010 lancio Vscan, il primo ecografo tascabile a colori.

Da allora ha continuato a rivoluzionare il modo in cui i medici visitano i pazienti.

Da 01health.it

GIMLE IL GIORNALE ITALIANO DI MEDICINA DEL LAVORO ED ERGONOMIA

Il Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia è una rivista scientifica che si occupa di Medicina del Lavoro (Medicina Occupazionale e ambientale, Igiene del Lavoro e ambientale, Tossicologia occupazionale) ed Ergonomia (Valutazione del rapporto uomo/lavoro, Riabilitazione occupazionale, Psicologia del Lavoro, Bioingegneria).

La rivista pubblica articoli originali, revisioni di letteratura, lettere all’editor e recensioni inerenti le tematiche che la caratterizzano.

Riportiamo qui di seguito il link degli ultimi due numeri disponibili on line

MIX DI VACCINI :IL PARERE DI GARATTINI

da Adnkronos

AstraZeneca e seconda dose,

Garattini: “Vaccini diversi? Non c’è problema”

Le parole del farmacologo e fondatore dell’Istituto Mario Negri

Sul vaccino AstraZeneca e la seconda dose con un prodotto diverso, “uno studio inglese e uno spagnolo indicano che dopo” la prima somministrazione “si può fare un vaccino a Rna messaggero, ottenendo un buon risultato dal punto di vista della risposta anticorpale. A livello di sicurezza non c’è problema. D’altra parte non ci sono ragioni teoriche per pensare che non si possano usare due vaccini diversi”. Lo ha affermato farmacologo Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto Mario Negri, in una intervista sul quotidiano La Repubblica.

È difficile obbligare a fare un richiamo diverso. Io dico di essere pragmatici: lasciamo ai cittadini la scelta della dose, proprio per aumentare la copertura vaccinale – ha aggiunto Garattini – È stata fatta non poca confusione e infatti i cittadini hanno tanti dubbi, giustificati. Il problema non le singole persone. È mancato un sistema di comunicazione efficiente da parte del servizio sanitario nazionale. Il responsabile finale è il ministero alla Sanità. Ha il compito di prendere decisioni e spiegarle bene. Secondo me a livello governativo doveva esserci una persona che, con l’aiuto di altre, rappresentasse ogni giorno il parere dell’autorità sanitaria. Illustrasse cosa succedeva e le decisioni che venivano prese. Qui si danno annunci ma non si spiegano”.

“Le aziende hanno attinto a conoscenze non sviluppate da loro ma dalla ricerca di base, con soldi pubblici. Poi hanno avuto grandi facilitazioni dal punto di vista economico, ricevendo decine di miliardi di euro. Chi è stato sottoposto agli studi ha partecipato gratuitamente. – ha continuato Garattini – Le aziende avrebbero dovuto mettere a disposizione i loro prodotti per i Paesi a basso reddito. Hanno perso una grande occasione per mostrare solidarietà”

“È impossibile che un Paese industrializzato come il nostro non possa fare i vaccini per suo conto. Se c’è bisogno di terza dose, se va cambiato il vaccino o fatto ogni anno, che facciamo, aspettiamo il grazioso compiacimento delle multinazionali che ci mandano quello che vogliono loro al prezzo che vogliono loro?”, ha concluso Garattini.

LONG COVID : COME VALUTARE SE SI È GUARITI.

Da HUFFPOST

 Giovanni Puglisi – Primario Pneumologo Emerito dell’Azienda Ospedaliera S.Camillo-Forlanini di Roma)

Ora che l’estensione del programma vaccinale sta gradualmente limitando la diffusione Covid-19, si rafforza l’interesse clinico-terapeutico sulle conseguenze della malattia rappresentate da un gruppo di sintomi denominato Long Covid.

Con questa espressione si vuole evidenziare che il termine guarigione quando si parla di Covid-19 non è propriamente adeguato se si prende in considerazione la sola negativizzazione del tampone nel senso che la malattia prosegue anche dopo la fase acuta per il perdurare di vari disturbi. In buona sostanza il risultato negativo del tampone non basta per dichiarare il paziente guarito.

Numerosi pazienti continuano a segnalare alcuni sintomi, ramificazioni della patologia, per un tempo protratto (tuttora non ben chiaro quanto a lungo; nella mia esperienza al momento posso testimoniare non meno di 2-3 mesi) che non consente a chi è sopravvissuto alla malattia di ritornare alla vita e al lavoro in idonee condizioni di salute.

Pazienti reduci da un Covid-19 lieve, moderato o grave possono rivelare i sintomi post-Covid: affanno, astenia, dolori articolari, palpitazioni, disturbo dell’olfatto e del gusto, vertigini, diarrea, complicazioni di carattere neurologico, stati depressivi, ovviamente con le dovute differenze. È infatti bene sottolineare che i soggetti che si riprendono con più difficoltà sono quelli che hanno avuto necessità di essere ricoverati (in particolare in unità di terapia intensiva) e Il 70% circa di questi pazienti con maggiore probabilità presenta un aumentato rischio di mortalità, di un nuovo ricovero e di una serie di patologie a carico di uno o più organi.

Mi preme soffermarmi sui problemi cardiovascolari e respiratori dovuti al Covid-19. Per quanto riguarda i primi, l’esperienza insegna che le infezioni virali possono provocare disturbi del ritmo cardiaco, causare una malattia cardiovascolare o aggravarne una pregressa, arrecare disturbi a carico delle arterie coronariche. Nel meccanismo patologico delle citate affezioni sembrano entrare in gioco un’azione infiammatoria sistemica accompagnata da uno stato infiammatorio a livello dei vasi arteriosi.

Sono tuttavia ancora da chiarire, e oggetto di ricerca, diversi aspetti legati alle sequele cardiovascolari, come per esempio le modalità temporali di persistenza delle complicazioni. Esperienza pratica e dati della letteratura scientifica hanno ampiamente dimostrato che i danni e le conseguenze principali dell’infezione da coronavirus sono a carico dell’apparato respiratorio.

Come si è già detto, dopo la fase acuta problematiche cliniche possono seguitare a manifestarsi nel tempo e numerosi pazienti stentano a riprendersi, in particolare per quanto riguarda il ritorno alla normalità funzionale respiratoria. Dopo l’infezione da coronavirus, lo studio della funzionalità respiratoria del paziente ha un ruolo fondamentale per diagnosticare gli eventuali danni intervenuti a carico dell’apparato respiratorio, definirne la severità e indirizzare la terapia. In sintesi, ecco gli strumenti diagnostici utilizzati nella valutazione del profilo funzionale respiratorio del soggetto.

La spirometria rappresenta il più semplice e comune test di funzionalità respiratoria ed ha scopi: di carattere diagnostico (diagnosi delle malattie delle vie aeree e del parenchima polmonare come asma, BPCO, interstiziopatie e diagnosi di malattie professionali nei soggetti con esposizione occupazionale) anche con finalità medico-legali; di monitoraggio (stima della risposta alla terapia farmacologica e dei processi riabilitativi, valutazione del decorso e della evoluzione della malattia, indicazioni di carattere prognostico); di screening (fumatori, soggetti esposti a inquinanti ambientali per motivi professionali, soggetti che svolgono attività sportiva); di carattere epidemiologico e di ricerca.

Non è questa la sede per parlare delle tecniche di esecuzione dell’esame spirometrico e del significato diagnostico che detto esame è in grado di fornire, né dell’importanza dei volumi polmonari, giova tuttavia citare che l’indagine consente di differenziare le sindromi ostruttive da quelle restrittive.

Nelle patologie respiratorie ostruttive è ridotto il calibro delle vie aeree con conseguente ostacolo al flusso respiratorio per cause quali: asma, BPCO, enfisema; nelle patologie restrittive (sono queste implicate nel decorso post-Covid) è presente una riduzione dei volumi polmonari per: ridotta distensibilità della parete toracica, perdita di parenchima polmonare, fibrosi polmonare, compressione polmonare, debolezza dei muscoli respiratori.

Tra i parametri rilevabili, nelle sindromi restrittive assume importanza la Capacità Polmonare Totale (TLC), cioè il volume di aria complessivo contenuto nei polmoni dopo una inspirazione massima. La forma restrittiva è presente nell’eventuale insorgenza di una fibrosi polmonare conseguente a una polmonite interstiziale in soggetto con infezione da coronavirus e l’esame spirometrico consente di stadiarne la gravità (ecco la sua importanza) in particolare attraverso la valutazione della capacità polmonare totale, parametro pertanto indispensabile, considerato normale quando è maggiore dell’80% del valore atteso.

Una volta che la diagnosi di pneumopatia restrittiva è stata posta, la spirometria ripetuta nel tempo può essere utile per valutare i cambiamenti dei parametri funzionali, che possono essere correlati alla progressione della malattia o alla risposta alla terapia. Un’altra indagine preziosa e incruenta è Il test di diffusione alveolo-capillare del monossido di carbonio (CO) noto come DLCO (Diffusion Lung CO) che valuta una parte importante della respirazione; il processo di diffusione dell’ossigeno e dell’anidride carbonica dall’ambiente alveolare al sangue capillare e viceversa attraverso la membrana alveolo-capillare con un meccanismo di diffusione passiva. Il test consente di valutare l’integrità di tale membrana per mezzo di una classificazione di gravità delle alterazioni della DLCO.

Nella polmonite interstiziale e nella sua evoluzione fibrotica, caratteristica del Covid-19, ci troviamo di fronte ad un’alterazione dell’interstizio polmonare che rappresenta il tessuto di rivestimento degli alveoli; tale alterazione, danneggiando gli alveoli e la membrana alveolo-capillare, può compromettere gli scambi gassosi e determinare una grave insufficienza respiratoria.

L’emogasanalisi arteriosa, eseguita tramite un prelievo di sangue dall’arteria radiale per valutare gli scambi gassosi in pazienti con patologia polmonare, è indispensabile per fare diagnosi di insufficienza respiratoria cronica e monitorarne il decorso. Esame indicato quando la saturazione di ossigeno nel sangue, la SpO2, misurata con un semplice saturimetro, scende a valori al di sotto del 93%.

Completa lo studio della funzionalità respiratoria il test del cammino, test che valuta la capacità di esercizio del paziente attraverso la misurazione della distanza che è in grado di  percorrere in un tempo di 6 minuti. Riflette il livello di capacità funzionale di esercizio giornaliera del paziente. Utile nella gestione del paziente dopo infezione da Coronavirus è la valutazione radiologica attraverso la TAC del torace ad alta risoluzione. Questa indagine radiologica è in particolare impiegata nella diagnosi delle interstiziopatie e fibrosi polmonari. È un esame che non utilizza mezzo di contrasto e che permette di ottenere immagini ad alta definizione.

Le indagini diagnostiche sopra esposte sono indubbiamente utili nel processo assistenziale al paziente che si trova nella fase post acuzie di Covid-19. Non è ancora tuttavia ben definita una elaborazione organica delle procedure temporali di effettuazione delle indagini che permetterebbe di uniformare i comportamenti dei professionisti spesso troppo liberi di prescrivere esami che meriterebbero un’applicazione basata su studi, approfondimenti e conoscenze rigorose. Si può dire la stessa cosa per gli aspetti terapeutici della materia.

Esprimo un pensiero forse anche banale: al paziente che sta sviluppando una evoluzione fibrotica post-Covid e che è stato trattato con dosi consistenti di cortisonici, è idoneo riprendere la terapia cortisonica per “accompagnare” il processo fibrotico verso una fase più soddisfacente? Credo che per questi problemi di natura diagnostico-terapeutica, sia necessario l’intervento delle istituzioni come il ministero della salute, l’AIFA, e delle Società scientifiche (che  d’altra parte hanno già ottenuto buoni risultati nella prevenzione e nella fase acuta della malattia da Covid-19), affinché promuovano la divulgazione di protocolli o raccomandazioni idonee a sostenere i nostri pazienti reduci da Covid-19.

LAVORARE TROPPO FA MALE AL CUORE E NON SOLO.

E se a dirlo sono l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), non è un monito da prendere alla leggera. Ma qual è il limite da tenere d’occhio? Lavorare 55 ore o più a settimana – si legge in una meta-analisi pubblicata oggi su ‘Environment International’ – aumenta il rischio ictus del 35% e di morire d’infarto del 17% rispetto a chi si limita a 35-40 ore di lavoro a settimana.

In quella che è la prima analisi globale della perdita di vita e salute associata al lavoro, gli esperti stimano che nel 2016 ben 398 mila persone siano morte per ictus e 347 mila per una cardiopatia dopo aver accumulato almeno 55 ore a settimana di lavoro. Tra il 2000 e il 2016 il numero di morti per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, e quello di ictus del 19%.

Un rischio particolarmente insidioso per gli uomini (72% dei decessi riguarda i maschi), le persone che vivono nell’area del Pacifico occidentale e nel Sud-Est asiatico e i lavoratori di mezza età o anziani. La maggior parte dei decessi registrati dai ricercatori riguardavano infatti persone tra i 60 e i 79 anni che avevano lavorato almeno 55 ore a settimana tra i 45 e i 74 anni.

Non solo: gli orari prolungati di lavoro sono responsabili di un terzo delle malattie collegate al lavoro. E oggi? Il fenomeno di quanti lavorano in modo eccessivo è in aumento e riguarda circa il 9% del totale della popolazione mondiale.

Inoltre la pandemia del Covid-19 ha acceso i riflettori sulla gestione del tempo di lavoro e ha accelerato una serie di processi che potrebbero ulteriormente prolungare la giornata lavorativa.

“La pandemia ha considerevolmente cambiato il modo in cui molte persone lavorano – ha sottolineato il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus – Il telelavoro è diventato la norma in numerosi settori di attività, facendo spesso ‘scomparire’ i confini tra casa e lavoro. D’altronde numerose aziende sono state costrette a ridurre o interrompere le loro attività per risparmiare soldi e le persone che continuano a lavorare finiscono per avere un orario di lavoro prolungato”.

Però attenzione: “Nessun lavoro vale un rischio di ictus o di malattia cardiaca. I Governi, i datori di lavoro e i lavoratori devono collaborare per mettere a punto dei limiti che proteggano la salute dei lavoratori” stessi, ha detto il Dg dell’Oms.

Da fortunehealth

ESPOSIZIONE PROFESSIONALE A FARMACI ANTINEOPLASTICI

Attualmente vengono utilizzati più di 100 farmaci antineoplastici di cui molti classificati come cancerogeni certi per l’uomo e fin dal 1970 studi epidemiologici condotti su infermieri che manipolavano farmaci antiblastici senza l’utilizzo di dispositivi di protezione hanno mostrato aumentato il rischio di tumori ed effetti sul sistema riproduttivo.

Immagine Esposizione occupazionale a farmaci antineoplastici in ambito sanitarioa

Il documento presenta una panoramica delle conoscenze attualmente disponibili sulla problematica relativa all’esposizione occupazionale a farmaci antineoplastici in ambito sanitario.


Prodotto: Fact sheet
Edizioni: Inail – 2021
Disponibilità: Consultabile solo in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it

Da Inail.it