SANITA’

U MASK DA VIP AD INDAGATA

Da wired.it

Grande innovazione scientifica, comunicazione commerciale ingannevole o semplice versione di lusso della più standard delle mascherine? Sulle ormai celebri U-Mask, e in particolare sul cosiddetto Model 2 prodotto dalla londinese U-Earth Biotech (che ha una filiale anche a Milano), la situazione appare piuttosto confusa, tra inchieste giornalistiche, verifiche indipendenti, dichiarazioni dell’azienda ed esternazioni della concorrenza. L’ultimo punto fermo, almeno in ordine cronologico, è quello messo nero su bianco sabato 20 febbraio dal nostro ministero della Salute, che ne ha disposto il ritiro dal commercio e il divieto di vendita. Al momento, quindi, le U-Mask non si possono più acquistare in Italia. Ma partiamo dall’inizio.

Una mascherina biotecnologica?

Sul sito dell’azienda è scritto a caratteri cubitali: U-Mask Model 2 sarebbe “la prima mascherina biotech” sul mercato. Da quanto è stato pubblicamente dichiarato online, la mascherina consisterebbe nella sovrapposizione di ben 5 strati diversi: uno esterno in nylon riciclato, poi due strati in tessuto non tessuto disposti a sandwich con nel mezzo un sistema di “nanofiltrazione” e infine un “bio-layer”, che costituirebbe il cuore biotecnologico dell’innovazione. In pratica, si legge, lo strato biotech sarebbe “auto-sanificante”, grazie a una tecnologia “naturale e atossica” basata su “una molecola in grado di inibire la crescita di batteri e microbi”, un “principio attivo naturale” capace di “ridurre la carica batterica ed efficace contro i batteri Gram positivi e Gram negativi”, tanto da “distruggerli al suo interno”.

(immagine: U-Mask)

Va detto, però, che di tutte queste affermazioni manca una validazione scientifica. Non esiste alcuna pubblicazione (con o senza peer review) a cui fare riferimento, si parla di un “brevetto richiesto” (pending patent) e tutto quello che si può vedere dal sito sono alcune immagini al microscopio, animazioni evocative e fotografie comparative di colture batteriche dentro a delle piastre di Petri. C’è un riferimento ai test di filtraggio – su cui torniamo più sotto – ma nulla che dimostri o certifichi le capacità biotech raccontate. Prendendo in prestito le parole usate da Altroconsumo“giocando su immagini e parole mutuate dalla scienza, dà la sensazione a molti consumatori che la U-Mask abbia delle qualità speciali”.

Anche tralasciando il dettaglio che la comunicazione è centrata sui batteri e non sui virus, sulla solidità scientifica di tutte le affermazioni non si può che sospendere il giudizio. D’altronde, oltre ai paper mancano anche le documentazioni dei brevetti, non è noto di quale molecola attiva “naturale e atossica” si stia parlando, né quale sia la miscela polimerica che contiene il principio attivo, né sono fornite quantificazioni (nemmeno da parte dell’azienda stessa) di quanto sia efficace questo effetto distruttivo sui batteri. Insomma, c’è un grossissimo punto interrogativo.

La spinosa questione delle autorizzazioni

Paper o non paper pubblicati sulle riviste scientifiche, come sappiamo in Italia la vendita di dispositivi di protezione individuale e di dispositivi medici è regolata da specifiche autorizzazioni e certificazioni. Anche se la procedura per le mascherine è stata snellita per far fronte all’emergenza sanitaria, è comunque necessaria una certificazione da parte di un laboratorio, che a sua volta deve essere autorizzato a rilasciarla (il che parrebbe ovvio). Infine, occorre la registrazione e il via libera da parte del ministero della Salute. Per le mascherine, si tratta in sostanza di valutarne la capacità filtrante, e di appurare che nel complesso l’oggetto non ponga rischi per la salute.

Nel caso specifico delle U-Mask, ciò che ha portato al divieto di vendita è il mancato accreditamento del laboratorio Clodia di Bolzano che ha certificato l’efficacia delle mascherine. Secondo quanto appurato dal Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei Carabinieri di Trento, il laboratorio presso cui i test sono stati svolti è privo di autorizzazione per svolgere la pratica. E poi la persona titolare del laboratorio che ha firmato il documento risulterebbe “priva dei prescritti titoli abilitativi”, ossia in pratica sprovvista della necessaria laurea.

Sui giornali si è parlato molto del fatto che il ministero della Salute abbia aggiunto che indossando le U-Mask potrebbero esserci “potenziali rilevanti rischi per la salute”, ma questa frase va contestualizzata. Se si considera non valido il test di efficacia e sicurezza eseguito, visto che siamo in “assenza di un regolare processo valutativo”, va concluso che né l’efficacia né la sicurezza stesse possono essere date per buone, dunque in generale (ragionando all’opposto) le U-Mask potrebbero essere anche inefficaci e insicure. Una eventuale fonte di rischio potrebbe derivare dall’effetto illusorio di una protezione: se le mascherine fossero non efficaci, infatti, indossarle credendo che funzionino vorrebbe dire esporsi inconsapevolmente a una probabilità di contagio più alta di quella che ci si aspetta.

Inoltre, pure ipotizzando che il problema della mancata autorizzazione del laboratorio non ci sia, la registrazione delle U-Mask è sempre stata come dispositivo medico di classe 1. E non come dispositivo di protezione individuale. Ciò significa, tra le altre cose, che ha una durata massima di utilizzo molto limitata, mentre l’azienda dichiara “risultati garantiti fino a 200 ore di utilizzo efficace”. Per intenderci, è un dispositivo medico di classe 1 una mascherina chirurgica monouso.

Quanto sono efficaci le U-Mask?

La risposta più semplice, e anche la più onesta, è che non si sa. L’azienda ha dichiarato una capacità di filtrazione batterica sia in ingresso sia in uscita del 99%, tanto da paragonarle (impropriamente) a una mascherina Ffp3. Il test – a questo punto invalidato – con cui si era ottenuta la certificazione arrivava al 99%, quelli eseguiti dall’azienda a febbraio arrivano almeno al 99,6% sia verso l’interno sia verso l’esterno. Secondo i test indipendenti di Altroconsumo siamo al 98%, o al 97% dopo i lavaggi. Secondo l’inchiesta di Striscia la notizia che ha aperto il vaso di Pandora siamo sotto al 95%, e per un’azienda concorrente che dichiara di aver testato una mascherina saremmo tra il 70% e l’80%. Insomma, che ci sia una certa capacità filtrante è fuori discussione (ma d’altronde quella si ha pure con mascherine chirurgiche da 50 centesimi l’una, 67 volte meno care delle U-Mask), ma sulla quantificazione esatta resta molta incertezza.

mascherine_(foto: Vera Davidova/Unsplash)

In ogni caso il metodo generale è piuttosto chiaro: l’efficacia ufficiale è quella certificata da un laboratorio autorizzato, e in questo momento una misura svolta con tutti i crismi non c’è. Avrebbe poco senso affidarsi alle dichiarazioni dell’una o dell’altra azienda, e le indagini giornalistiche indipendenti hanno il merito di aver sollevato il problema ma non possono certo essere usate come quantificazione ufficiale.

Comunicazione ingannevole?

Secondo l’Autorità garante della concorrenza e del mercato Agcm, che si è espressa lo scorso 15 febbraio, nella comunicazione di U-Earth Biotech “verrebbe enfatizzata l’efficacia [delle mascherine] con modalità ingannevoli e aggressive, per diverse ragioni. Un primo punto è la già citata questione biotecnologica, mai dimostrata o verificata. E a questo si aggiunge il claim di poter utilizzare ogni singolo filtro “fino a 200 ore o per un anno”, sempre non dimostrato e incompatibile con un dispositivo medico di classe 1.

La stessa Agcm ha ravvisato una scorrettezza pure nell’affermazione secondo cui “U-Mask ha un’efficienza superiore, paragonabile a una Ffp3″: proprio perché le mascherine Ffp3 sono dispositivi di protezione individuale, come già detto, il paragone sarebbe insostenibile. Insomma, la U-Mask dovrebbe semmai essere confrontata con le mascherine chirurgiche, anziché con le Ffp. E infine, su questioni più strettamente commerciali, è stata contestata a U-Earth Biotech una comunicazione ambigua riguardo al diritto di recesso.

Da “mascherina vip” a “mascherina indagata”

Diventate celebri grazie all’uso diffuso presso politicicelebrità e sportivi in oltre 110 paesi nel mondo, ora in Italia le U-Mask sono finite al centro di diverse vicende giudiziarie. Il primo passaggio era stato, a gennaio, il sequestro della procura di Milano in diverse farmacie di alcune mascherine, per poterne verificare la capacità di filtraggio. Un’indagine della procura che prosegue tuttora, e che è stata affidata al pubblico ministero Maura Ripamonti e al procuratore aggiunto Eugenio Fusco con l’ipotesi di frode nell’esercizio del commercio.

Oltre ai Nas di Trento, si è attivata anche la Guardia di finanza, in un’indagine che potrebbe acquisire respiro internazionale visto che la sede della casa madre dell’azienda è nel Regno Unito. In una nota stampa pubblicata il 20 febbraio, l’azienda si è detta “esterrefatta” dal provvedimento cautelare. “Difenderemo in ogni sede la qualità dei nostri prodotti, la reputazione e l’operato della nostra azienda”, si legge, “certi delle nostre ragioni e della trasparenza della nostra condotta

PUGLIA:”OBBLIGATORIA” LA VACCINAZIONE ANTI CORONAVIRUS PER GLI OPERATORI SANITARI DEI REPARTI COVID.

Sarà “obbligatoria” la vaccinazione anti-coronavirus19 per gli operatori sanitari allo scopo di prevenire e controllare la trasmissione della infezione.

Lo ha deciso il Consiglio regionale con 28 voti favorevoli. La proposta di legge presentata dal presidente della I Commissione, Fabiano Amati, è in coerenza con le disposizioni di sicurezza previste dalla legge regionale 19 del 2018 e del successivo regolamento attuativo, in materia di prevenzione e controllo della trasmissione delle infezioni con particolare riferimento all’epatite B, morbillo, parotite, rosolia, varicella, difterite, tetano, pertosse, influenzae tubercolosi.

Molti parlano di “obbligo vaccinale per gli operatori sanitari”, ma non è esattamente così. Solo una legge Statale potrebbe imporre la vaccinazione. La legge pugliese, presentata da fabiano Amati (Pd), si limita a vietare l’accesso ad alcuni reparti più delicati agli operatori non vaccinati contro il Covid, estendendo al covid quanto già previsto nella legge regionale 27/2018 per altre malattie. Nulla escludere la possibilità degli operatori di rifiutare la vaccinazione e richiedere, eventualmente, un cambio di reparto. LA LEGGE E GLI EMENDAMENTI

VARIANTE INGLESE PIÙ LETALE MA È TOP SECRET

Variante inglese più letale mentre la brasiliana e la sudafricana riducono l’effetto dei vaccini: è questo il contenuto principale di un documento scientifico internazionale

Cosa dice il documento

L’allarme è stato lanciato dal consigliere del ministro della Salute, Walter Ricciardi: l’idea di tenere chiusi gli impianti sciistici e proporre un lockdown “breve e mirato” non sono soltanto che la punta dell’iceberg del vero problema. Nelle prossime ore, infatti, verrà visionato un nuovo documento scientifico che è stato prodotto da una task force internazionale di esperti voluta dai leader di grandi Paesi occidentali: dal nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, alla Cancelleria tedesca Angela Merkel ed al presidente francese Emmanuel Macron per arrivare al primo ministro britannico Boris Johnson, solo per citare i più importanti. Come viene riportato dal quotidiano LaStampa, in questo rapporto visionato dallo stato Ricciardi viene analizzato l’impatto delle varianti del virus in circolazione, ed i risultati sono molto preoccupanti.

Variante inglese più letale

Dalle notizie che arrivano dal Regno Unito, la variante inglese non provocherebbe soltanto un aumento della contagiosità del 50%, come si era detto finora, ma sarebbe più letale del virus originale del 20 e 30% in più: questa notizia, se confermata, cambierebbe tutto lo scenario dal momento che l’inglese diventerà prevalente anche in Italia (adesso 1 caso su 5 è inglese). “Nell’arco di 5 o 6 settimane potrebbe sostituire completamente o quasi l’altro ceppo virale attualmente circolante”, aveva spiegato tre giorni fa il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro.

Risultato immagini per virus

Ma le brutte notizie non sono finite: sul documento si parla anche di variante brasiliana e sudafricana: la prima non creerebbe immunità rischiando di ridurre drasticamente l’impatto dei vaccini, la sudafricana annullerebbe quasi del tutto l’efficacia del vaccino italo-inglese di AstraZeneca, quello su cui l’Italia ha puntato maggiormente, riducendo l’efficacia addirittura al 10-20%. Praticamente nulla. E riecheggiano le parole pronunciate dalla Merkel qualche giorno fa quando aveva detto che “le varianti sono un pericolo reale, minacciano i successi raggiunti, con conseguenze catastrofiche”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Ricciardi che ha proposto al ministro Speranza un “lockdown breve e mirato, tornare a testare e tracciare, vaccinare a tutto spiano”, ha dichiarato in un’intervista al Messaggero.

Quali prospettive?

Alla luce di questo documento e del suo contenuto vanno ripensate le contromisure prima che sia troppo tardi. Le ipotesi in campo sono molteplici ma questa volta l’intenzione è quella di prevenire: smetterla di chiudere di volta in volta in base all’aumento dei casi ma programmare chiusure ad hoc con largo anticipo, fermandosi per alcune settimane e poi ripartire. Ovviamente è una strada nettamente in salita, il nuovo governo si troverà a prendere decisioni non facili e sicuramente impopolari.
Oggi, comunque, ne sapremo di più dopo la riunione del Comitato tecnico-scientifico che discuterà sul documento in questione, valuterà l’attuale situazione epidemiologica per poi tirare le somme. La preoccupazione maggiore, in questa fase, viene dalla riapertura delle scuole in presenza: si tornerà alla Dad (Didattica a distanza) o si deciderà per altro? Come si tenterà di fermare la variante inglese? Domande, per il momento, senza risposta.

da www.ilgiornale.it

NUOVO PIANO PANDEMICO 2021

Da insic.it

Con ACCORDO del 25 gennaio 2021 raggiunto in CONFERENZA PERMANENTE PER I RAPPORTI TRA LO STATO LE REGIONI E LE PROVINCE AUTONOME DI TRENTO E BOLZANO è stato approvato il Piano strategico-operativo nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale (PanFlu 2021-2023).

Non mancano nel piano pandemico diversi riferimenti alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, in particolare, nell’Appendice al documento, dove vengono fornite indicazioni di continuità aziendale, indicazioni per gli Operatori Sanitari e del personale non sanitario (Forze di Polizia).

Piano pandemico e continuità aziendale

Nel Piano antinfluenzale si prende atto che una pandemia può verificare fenomeni di assenteismo dei lavoratori a causa di malattie personali, assistenza a conviventi malati o timore di ammalarsi, e ciò può potenzialmente perturbare la continuità operativa. Pertanto, è necessario che le aziende si preparino tempestivamente ad adottare piani di preparazione tenendo conto delle loro dimensioni, della loro specifica importanza economica e assumendosi le responsabilità delle strategie da adottare.

In questo contesto, il datore di lavoro deve garantire la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori attraverso misure quali organizzare risorse, strutture e procedure di lavoro, fornire raccomandazioni per le procedure da adottare all’interno dell’azienda.

Piano pandemico: le misure da porre in atto

Il Piano suggerisce alcune Misure da porre in atto:

  • la protezione della salute dei lavoratori al fine di ridurre il rischio di contagio tra i dipendenti e garantire la continuità delle attività aziendali;
  • la pianificazione delle risorse per consentire il lavoro in sicurezza e lo sviluppo di competenze specifiche affinché tutti siano preparati al meglio a svolgere i loro compiti in caso di pandemia.

Piano pandemico: pre-organizzazione

Prima dell’arrivo di una pandemia di influenza è necessario identificare il grado di esposizione del personale e verificare la disponibilità a svolgere l’attività lavorativa mediante soluzioni organizzative alternative, per far fronte a un tasso di assenze elevato. Nel Piano si sottolinea che

  • è indispensabile evidenziare le attività essenziali per l’azienda, i processi e i prodotti più importanti (prioritarizzazione/ posteriorizzazione).
  • è utile stimare il fabbisogno di materiale dal punto di vista delle misure igieniche come disinfettanti e mascherine protettive e di altre misure fisiche di protezione e provvedere al loro approvvigionamento;
  • è importante istruire il personale in merito ai compiti, alle responsabilità e competenze nell’ambito delle misure aziendali di gestione delle crisi.
  • devono essere stabiliti mezzi e canali di informazione che siano noti a tutto il personale prima dell’arrivo di una pandemia per aumentare le conoscenze specifiche sulla pandemia e sulle relative misure da adottare, creando un team di collaboratori formati ed esperti nella gestione della pandemia che definiscano e adottano le procedure aziendali in caso di pandemia.
  • si rende necessaria la riorganizzazione dei processi di lavoro (es. garanzia delle sostituzioni, reclutamento di personale supplementare, trasferimento di personale, rinuncia alle attività non urgenti e non assolutamente necessarie, adozione di smart-working)
  • l’accesso a risorse per l’adozione di misure che contribuiscono a contenere il rischio di contagio.

Cosa deve fare il lavoratore?

In base alle indicazioni generali offerte dal Piano, l lavoratore deve:

  • essere istruito sulle misure di comportamento personale da adottare: indossare mascherine chirurgiche o mascherine FFP secondo la valutazione dei rischi;
  • lavarsi spesso le mani con acqua e sapone o in assenza con soluzioni idroalcoliche, in particolare dopo aver starnutito, tossito o essersi soffiati il naso;
  • starnutire o tossire in un fazzoletto di carta o nella piega del gomito; mantenere una distanza di sicurezza interpersonale di almeno 1 m (cosiddetto distanziamento fisico);
  • identificare e comunicare precocemente eventuali sintomi influenzali; adottare le misure di protezione individuali per impedire la trasmissione della malattia.

Misure organizzative per le aziende

L’azienda deve quindi mettere in atto misure organizzative:

  • sospendere tutte le attività aziendali che prevedono assembramento di persone;
  • adottare misure sulla base degli aspetti epidemiologici della pandemia (teleconferenze, telelavoro, modifiche degli spazi di lavoro, installazione di barriere di protezione impermeabili tra i clienti e il personale);
  • provvedere alla disinfezione delle superfici contaminate con detergenti normalmente reperibili in commercio con una formulazione attiva nei confronti del patogeno responsabile della pandemia; programmare sanificazioni ordinarie e/o straordinarie degli ambienti; garantire la permanenza in sicurezza dei lavoratori presso la struttura e contestualmente limitare l’esposizione al rischio di contagio; in fase di organizzazione dei processi di lavoro, tenere conto della situazione familiare dei collaboratori e dei possibili obblighi di assistenza che ne possono derivare (p. es. cura di familiari malati, custodia di figli in età prescolastica e scolastica in caso di chiusura di asili o scuole ecc.)

Misure per gli Operatori Sanitari

Nel Piano si sottolinea che l’adesione a programmi di salute e sicurezza sul lavoro possono limitare la trasmissione e la circolazione dei virus influenzali pandemici e quindi mantenere i servizi sanitari attivi. Essenziale dunque:

  • Identificare gli OS che hanno fornito assistenza ai pazienti con infezione da influenza pandemica (casi confermati o probabili) o che si sono ripresi dall’influenza pandemica (casi confermati o probabili)
  • Avere un sistema per monitorare l’assenteismo sul lavoro per motivi di salute, specialmente negli OS che forniscono assistenza diretta ai pazienti critici ai fini di garantire la continuità assistenziale.
  • Scoraggiare il presenzialismo in presenza di malattia negli OS.
  • Garantire una continua formazione al personale sanitario sui rischi specifici e sulle misure di prevenzione e protezione da adottare e rafforzare le campagne di vaccinazione.
  • Prevedere per il personale ospedaliero e territoriale azioni volte al miglioramento dell’organizzazione del lavoro e strategie per incrementare una corretta comunicazione e percezione del rischio, prevedendo formazione sulle procedure di risk management.
  • In caso di pandemia valutare la possibilità di verificare la presenza di sintomi specifici negli OS che forniscono assistenza a pazienti affetti da influenza pandemica prima del turno lavorativo.
  • Predisporre per gli OS un sistema di sorveglianza delle malattie simil-influenzali raccogliendo informazioni specifiche per ogni setting al fine di migliorare, ove ce ne fosse bisogno, le procedure e i dispositivi di protezione adottati, e incoraggiare gli OS a segnalare loro eventuali stati febbrili.

Personale non sanitario (Forze di Polizia) le indicazioni del Piano pandemico

Gli interventi di prevenzione e protezione sono indispensabili soprattutto nei primi mesi di pandemia, quando ancora non è disponibile il vaccino si spiega nel Documento. Per ridurre la diffusione e la trasmissione delle infezioni occorre attuare idonee procedure di lavoro e avere a disposizione dei lavoratori idonei DPI.
Occorre, poi, che ogni Amministrazione istituisca a livello centrale una struttura di gestione dell’emergenza pandemica, cui sia preposto un Dirigente medico per ogni singolo Ente, con il compito di assicurare il coordinamento delle attività di prevenzione a livello periferico e di mantenere il collegamento con il Ministero della Salute.

Inoltre, opportuno:

  • Istituire una “Unità di crisi” da parte di ogni Amministrazione delle Forze di polizia x Individuare le misure di contenimento del rischio infettivo e monitorarne la loro efficacia.
  • Avviare le pratiche di approvvigionamento dei DPI durante la fase inter-pandemica, con la possibilità di averne una riserva. x Predisporre i criteri per l’assegnazione al personale di appropriati DPI.
  • Provvedere all’attività di formazione/informazione nei confronti degli operatori, anche attraverso i medici competenti, sull’adozione di corrette procedure igienico-sanitarie e sulle pratiche di lavoro sicure e sull’utilizzo di DPI.
  • Non appena il vaccino sia disponibile, garantirne la fornitura e distribuzione ai presidi sanitari delle Forze di polizia.
  • Fare in modo che le ASL/ASP stabiliscano anticipatamente un’intesa e un piano di comunicazione con le strutture sanitarie delle Forze di polizia presenti nel territorio di competenza e abbiano una stima preventiva del fabbisogno di vaccini per il personale preposto alla sicurezza e all’emergenza.
  • Fare in modo che, al momento della pandemia, i medici delle strutture sanitarie delle Forze di polizia possano operare coordinandosi con i Dipartimenti di prevenzione a livello territoriale.

LE NUOVE NORME DI RADIOPROTEZIONE

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo n.101 del 31 luglio 2020 che costituisce il nuovo testo sulla radioprotezione in Italia.

A distanza di 6 anni e mezzo dalla direttiva 2013/59/Euratom, l’Italia si dota di un provvedimento di recepimento che costituisce lo strumento normativo per l’atteso riordino della materia.

Clicca qui per scaricare il decreto legislativo in formato pdf.

DECRETO LEGISLATIVO 31 luglio 2020 n. 101:
Quali sono le principali novità in materia di radioprotezione?

TITOLO XI PROTEZIONE DEI LAVORATORI

L’articolo 109 (Obblighi dei datori di lavoro, dirigenti e preposti) dettaglia il contenuto della relazione (già oggi prevista), redatta dall’esperto di radioprotezione e dettaglia le informazioni che a tal fine il datore di lavoro deve rendere all’Esperto in Radioprotezione. Il comma 4, stabilisce, in conformità con la disciplina generale di tutela di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che la relazione redatta dall’Esperto in Radioprotezione costituisce il documento di cui all’articolo 28, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, per gli aspetti relativi ai rischi di esposizione alle radiazioni ionizzanti ed è munita di data certa o attestata dalla sottoscrizione del documento medesimo da parte del datore di lavoro, nonché, ai soli fini della prova della data, dalla sottoscrizione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza o rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale e dal medico autorizzato.

VALORI LIMITE LAVORATORI ESPOSTI (art. 146)

Una importante novità introdotta dal Decreto è rappresentata dalla riduzione consistente dei valori limite di esposizione per i lavoratori classificati esposti a radiazioni ionizzanti. In particolare risulta ridotto di più di sette volte il limite di dose equivalente al cristallino. Il limite fissato dal D.lgvo 230/95 di 150 millisievert /anno è stato ridotto a 20 millisievert/anno.

SORVEGLIANZA SANITARIA

L’articolo 134 “Sorveglianza sanitaria”, introduce novità rispetto al corrispondente articolo del D.lgvo 230/95 e smi nella parte in cui prevede che la sorveglianza di tutti i lavoratori esposti è affidata al medico autorizzato e non più suddivisa tra il medico competente per i lavoratori esposti di categoria B e il medico autorizzato per i lavoratori esposti di categoria A. Infatti, al comma 1, viene stabilito l’obbligo del datore di lavoro di provvedere ad assicurare mediante uno o più medici autorizzati la sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti e degli apprendisti e studenti in conformità alle norme del presente Titolo. Tale sorveglianza è basata sui principi che disciplinano la medicina del lavoro. Al comma 2, viene introdotto un periodo transitorio per consentire ai medici competenti di adeguarsi alla nuova previsione. Infatti, si prevede che i medici competenti di cui all’art. 25 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 che alla data di entrata in vigore della presente disposizione già svolgono l’attività di sorveglianza sanitaria sui lavoratori classificati esposti di categoria B possono continuare a svolgere tale attività anche senza l’abilitazione di cui all’articolo 138 per il termine di 24 mesi.

ESPOSIZIONE ALLE SORGENTI NATURALI DI RADIAZIONI IONIZZANTI

Il decreto legislativo 101/2020 di recepimento della direttiva 59/2013/Euratom introduce nel sistema regolatorio di radioprotezione moltissime novità per quanto concerne la protezione dall’esposizione dalle sorgenti naturali di radiazioni ionizzanti, approfondendo il quadro regolatorio che era stato introdotto con il decreto legislativo 241/2000.
La protezione delle radiazioni ionizzanti da sorgenti naturali è oggetto del Titolo IV e affronta vari aspetti radioprotezionistici:
– Protezione dall’esposizione al radon negli ambienti di vita: questa per l’Italia è una importante NOVITA’ (nel D.Lgs 230/95 e smi tale argomento era esplicitamente dichiarato fuori dal campo di applicazione)
– Protezione dall’esposizione al radon negli ambienti di lavoro: sono contenute importanti modifiche rispetto al quadro normativo precedente.
– Protezione dei lavoratori e dei degli individui della popolazione dall’esposizione ai radionuclidi naturali presenti nelle materie e nei residui di “industrie NORM” (acronimo di Naturally Occurring Radioactive Material: indentifica quei materiali abitualmente non considerati radioattivi ma che possono contenere elevate concentrazioni di radionuclidi naturali per cui sono considerati di interesse dal punto di vista della protezione dei lavoratori e del pubblico).
– Protezione dalle radiazioni gamma emesse da nuclidi contenuti nei materiali da costruzione
– Protezione del personale navigante dall’esposizione alla radiazione cosmica, ecc.

Warning sign caution ionizing radiation Hazardous areas

Andiamo nel dettaglio, focalizzandoci sugli elementi principali: prima di tutto, in accordo con quanto raccomandato dall’ICRP 103, per le situazioni di esposizione esistenti (come la protezione dal radon negli ambienti di vita e di lavoro e la protezione dell’esposizione gamma dovuta ai materiali da costruzione) lo strumento operativo per la radioprotezione è il “livello di riferimento” al posto del “livello di azione”. Il “livello di riferimento” è definito come un valore di dose o di concentrazione di attività in aria (nel caso del radon) da intendere non come “soglia”, ma come un valore al di sopra del quale non è opportuno che si verifichi l’esposizione (attenzione: non è un limite!), quindi è prioritario adottare interventi protettivi. Tuttavia tali interventi si richiede che siano apportati anche al di sotto di tale livello, in osservanza del principio di ottimizzazione.

PROTEZIONE DAL RADON NEI LUOGHI DI LAVORO

Per quanto riguarda la protezione dal radon negli ambienti di vita e di lavoro, inquadrate come situazioni di esposizione esistenti, è fissato lo stesso livello di riferimento (pari ad una concentrazione media annua di 300 Bq/m3 ): questo certamente faciliterà l’attuazione della norma, delineando un quadro radioprotezionistico più omogeneo. Inoltre, per le abitazioni, come si vede dalla tabella 1, a quelle costruite dopo il 31/12/2024 si applicherà un livello di riferimento inferiore, pari a 200 Bq/m3.
Tabella1. Livelli di riferimento concentrazione media annua 
Le norme relative alla protezione dal radon nei luoghi di lavoro si applicano alle attività lavorative svolte in ambienti sotterranei, negli stabilimenti termali, nei luoghi di lavoro seminterrati e al piano terra se ubicati in aree prioritarie (opportunamente definite nell’art.11), oppure se svolte in “specifici luoghi di lavoro” da individuare nell’ambito di quanto previsto dal Piano di Azionale Nazionale Radon.
Nei luoghi di lavoro sopra citati è richiesta la misurazione della concentrazione di radon in aria media annua e nel caso superi il livello di riferimento, si richiede l’adozione di “misure correttive” volte a ridurre i livelli medi di radon indoor. Un’altra novità, al riguardo è l’istituzione della figura dell’ “esperto in interventi di risanamento radon”, un professionista che abbia il titolo di ingegnere o architetto o geometra e formazione specifica sull’argomento attestata mediante la frequentazione di corsi di formazione o aggiornamento universitari dedicati, della durata di 60 ore, su progettazione, attuazione, gestione e controllo degli interventi correttivi per la riduzione della concentrazione del Radon negli ambienti.
Nei casi in cui le misure correttive non siano sufficientemente efficaci da ridurre la concentrazione media annua di radon indoor sotto 300 Bq/m3 , si prevede una valutazione dell’esposizione o della dose efficace dei lavoratori e qualora risulti superiore al valore di 6 mSv/anno (o il corrispondente valore di esposizione al radon), tale situazione è da intendersi come una situazione di esposizione pianificata. Ovviamente tali adempimenti, sinteticamente descritti, vanno inquadrati nell’ambito degli obblighi previsti dal D.Lgs 81/08 e smi, quindi ad esempio le relazioni delle misurazioni di radon vanno a corredo del documento di valutazione dei rischi. E’ da notare che anche il fattore convenzionale di conversione utile alla stima della dose efficace da radon è stato aggiornato, alla luce della raccomandazione ICRP137.
L’adozione di un Piano d’Azione Nazionale Radon è un’altra innovazione importante perché aiuterà a definire:
– specifiche attività lavorative per le quali il rischio di esposizione al lavoro deve essere oggetto di attenzione
– strumenti metodologici necessari all’assolvimento degli obblighi previsti dalla legge,
– strumenti tecnici operativi (linee guida e procedure),
– strategie e criteri attraverso i quali le regioni potranno individuare le aree prioritarie, tenuto conto che un primo criterio di identificazione è già presente nel decreto. Il decreto infatti indica che le Regioni e le provincie autonome, laddove sono disponibili dati di concentrazione del radon (o normalizzati) al piano terra, definiscono “aree prioritarie” quelle in cui in almeno il 15% degli edifici si supera il valore di riferimento;
– misure per rendere le politiche sul radon compatibili e coerenti con quelle sul risparmio energetico o sulla Indoor Air Quality (IAQ) e con le politiche sul fumo di tabacco.

LA VALUTAZIONE DEL RADON: TEMPISTICHE, INTERVENTI, CADENZA

La prima valutazione della concentrazione media annua di attività del Radon deve essere effettuata entro 24 mesi dall’inizio dell’attività o dalla definizione delle aree a rischio o dalla identificazione delle specifiche tipologie nel Piano nazionale. Il documento che viene redatto a seguito della valutazione è parte integrante del Documento di Valutazione del Rischio (articolo 17 del D.lgs. del 9 aprile 2008, n. 81).
Cadenza delle misure:
• Ogni volta che vengono fatti degli interventi strutturali a livello di attacco a terra, o di isolamento termico
• Ogni 8 anni, se il valore di concentrazione è inferiore a 300 Bq m-3
Se viene superato il livello di riferimento di 300 Bq m-3, entro due anni vengono adottate misure correttive per abbassare il livello sotto il valore di riferimento. L’efficacia delle misure viene valutata tramite una nuova valutazione della concentrazione. In particolare:
• A seguito di esito positivo (minore di 300 Bq m-3) le misurazioni vengono ripetute ogni 4 anni.
• Se la concentrazione risultasse ancora superiore è necessario effettuare la valutazione delle dosi efficaci annue, tramite esperto di radioprotezione che rilascia apposita relazione (il livello di riferimento questo caso è 6 mSv annui).

CHI EFFETTUA LE MISURE (ART. 155)

Le misurazioni della concentrazione media annua di attività di radon in aria sono effettuati da servizi di dosimetria riconosciuti.
La determinazione della dose o dei ratei di dose, e delle altre grandezze tramite le quali possono essere valutati le dosi e i ratei di dose nonché delle attività e concentrazioni di attività, volumetriche o superficiali, di radionuclidi deve essere effettuata con mezzi di misura, adeguati ai diversi tipi e qualità di radiazione, che siano muniti di certificati di taratura secondo la normativa vigente. I soggetti che svolgono attività di servizio di dosimetria individuale e quelli di cui agli articoli 17, comma 6, 19, comma 4, e 22, comma 6, devono essere riconosciuti idonei nell’ambito delle norme di buona tecnica da istituti previamente abilitati; nel procedimento di riconoscimento si tiene conto dei tipi di apparecchi di misura e delle metodiche impiegate. Con uno o più decreti del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con i Ministri dello sviluppo economico, dell’interno e della salute, sentiti l’ISIN, l’Istituto di metrologia primaria delle radiazioni ionizzanti e l’INAIL sono disciplinate le modalità per l’abilitazione dei predetti istituti, tenendo anche conto delle decisioni, delle raccomandazioni e degli orientamenti tecnici forniti dalla Commissione europea o da organismi internazionali.
Sono considerati istituti abilitati l’ISIN e l’INAIL.
I servizi di dosimetria devono possedere requisiti minimi previsti dall’art. 22 .
I contenuti della relazione tecnica e le modalità di effettuazione delle misure sono dettagliati nell’Allegato II

PROTEZIONE DALL’ESPOSIZIONE GAMMA DOVUTA AI MATERIALI DA COSTRUZIONE

Questo aspetto è di nuova introduzione nel sistema regolatorio italiano. Questa norma si riferisce ad alcune tipologie di materiali da costruzione presenti sul mercato quindi NON ai materiali già in opera: i materiali da costruzione che rientrano nel campo di applicazione della legge sono elencati nell’allegato II e di seguito riportati:

1. Materiali naturali

a) Alum-shale (cemento contenente scisti alluminosi).

b) Materiali da costruzione o additivi di origine naturale ignea tra cui:

• granitoidi (quali graniti, sienite e ortogneiss);

• porfidi;

• tufo;

• pozzolana;

• lava.

• derivati dalle sabbie zirconifere

 

2. Materiali che incorporano residui dalle industrie che lavorano materiali radioattivi naturali tra cui:

a. ceneri volanti;

b. fosfogesso;

c. scorie di fosforo;

d. scorie di stagno;

e. scorie di rame;

f. fanghi rossi (residui della produzione dell’alluminio);

g. residui della produzione di acciaio.

Questa normativa va ad integrare il Regolamento UE 305/2011 sui prodotti da costruzione in relazione alla marcatura CE e va ad integrare quanto previsto per la stesura della dichiarazione di prestazione: questi adempimenti coinvolgono il fabbricante, il mandatario, il distributore e l’importatore.

 

Per tale situazione di esposizione esistente, il nuovo decreto fissa un livello di riferimento pari ad 1 mSv/anno.

 

Per questi materiali che rientrano nell’elenco di cui all’allegato II, è necessario effettuare una misura delle concentrazioni di attività di Ra-226, Th-232 e K-40. Tali valori di concentrazione di attività sono necessari alla stima dell’ “Indice di concentrazione di attività – Indice I”. (foglio di calcolo per Indice di concentrazione di attività – Indice I disponibile sul Portale Agenti Fisici -sezione Radiazioni Ionizzanti naturali – metodiche di valutazione del rischio)

 

Se il valore dell’indice di concentrazione di attività è pari o minore di 1, il materiale in esame può essere utilizzato come materiale strutturale (quindi in grandi quantità) senza che il livello di riferimento sia superato.

 

Se il valore dell’indice I risulta superiore a 1, è necessaria una valutazione accurata del possibile contributo in termini di dose efficace, tenuto conto delle caratteristiche del materiale in termini di spessore e densità. Nei casi in cui il materiale è suscettibile di dare una dose>1 mSv/anno, tale materiale non può essere utilizzato per l’edilizia civile (materiale strutturale di abitazioni e di edifici a elevato fattore di occupazione) ma per scopi diversi, che vanno previsti che nei codici e nei regolamenti edilizi.

 

PROTEZIONE DALL’ESPOSIZIONE GAMMA DOVUTA AI MATERIALI CONTENENTI RADIOISOTOPI DI ORIGINE NATURALE (NORM)

Il Capo II del Titolo IV disciplina le “Pratiche che comportano l’impiego di materiali contenenti radionuclidi di origine naturale”, le cosiddette “industrie NORM. Nell’ambito del Titolo IV questa è forse tra le parti che hanno subito il cambiamento più importante rispetto alla normativa precedente.

Innanzitutto, queste sono già classificate come “pratiche”, mentre prima erano “attività lavorative” che entravano nel sistema di radioprotezione solo se sussistevano determinate condizioni (superamento del livello di azione).

In altri termini le attività che ricadono nell’ambito di applicazione della norma hanno l’obbligo – entro dodici mesi dall’entrata in vigore del decreto (entro il 27 agosto 2021) o dall’inizio della pratica, di provvedere alle misurazioni delle concentrazioni di attività dei materiali presenti nel ciclo produttivo e nei residui di lavorazione, avvalendosi di organismi riconosciuti. Nel caso in cui i risultati delle misurazioni siano superiori ai livelli di esenzione è necessaria la nomina di un Esperto in Radioprotezione che procederà all’attuazione degli adempimenti di radioprotezione prescritte per la tutela dei lavoratori (art. 22).

 

L’articolo 22 prevede esplicitamente che la relazione tecnica contenente gli esiti delle valutazioni effettuate dall’Esperto in Radioprotezione siano parte integrante della valutazione dei rischi ai sensi del D.lgvo 81/08.

 

I settori industriali ai quali si applicano le nuove norme sono più numerosi rispetto al passato; ad esempio, i cementifici, la geotermia, gli impianti per la filtrazione delle acque di falda ecc. sono settori prima non coinvolti dalla normativa di radioprotezione. Nell’ambito dei settori industriali di cui all’allegato II (vedi Tabella II-1) , si considerano le attività che comportano:

a) l’uso o lo stoccaggio di materiali che contengono radionuclidi di origine naturale;

b) la produzione di residui o di effluenti che contengono radionuclidi di origine naturale.

 

Come sempre nel caso delle pratiche, gli strumenti di radioprotezione sono i livelli di esenzione, i livelli di allontanamento e il limite di dose. In questo caso i livelli di esenzione e di allontanamento hanno gli stessi valori: essi sono stati definiti per i lavoratori e per gli individui della popolazione sia in termini di concentrazione di attività, sia in termini di dose efficace nell’allegato II.

 

Si prevede che l’esercente di tali pratiche provveda alla misurazione della concentrazione di attività sui materiali presenti nel ciclo produttivo, sui residui ed eventualmente effluenti. Nel caso in cui tali valori di concentrazione risultino inferiori ai livelli di esenzione in termini di concentrazione di attività, la pratica si può considerare “esente” dagli obblighi di notifica ed “uscire” dal sistema di radioprotezione, con la sola richiesta di ripetere tali misurazioni radiometriche con cadenza triennale.

 

Nel caso i suddetti valori siano superiori livelli di esenzione in termini di concentrazione di attività, è necessario valutare la dose efficace ai lavoratori e all’individuo rappresentativo: se dalle valutazioni risultano non superati i livelli di esenzione in termini di dose al lavoratore e all’individuo rappresentativo, la pratica ha una nuova opportunità per considerarsi “esente” dagli obblighi di notifica ed “uscire” dal sistema di radioprotezione, con la sola richiesta di ripetere tali valutazioni con cadenza triennale.

 

In caso di superamento dei livelli di esenzione in termini di dose al lavoratore e all’individuo rappresentativo si applica quanto previsto ai titoli XI e XII inerenti rispettivamente la protezione dei lavoratori e la protezione della popolazione.

 

Tabella II-1 Settori industriali “NORM”

 

L’adozione di misure correttive e la ripetizione dello schema sopra descritto può determinare nuove condizioni.

Un aspetto molto importante è l’allontanamento dei residui prodotti da industrie NORM, per i quali è stata quindi introdotta una classificazione (altra novità molto importante) tra “esenti” (se il contenuto radiologico è inferiore ai livelli generali di allontanamento, intesi quindi con livelli di non rilevanza radiologica) e non “esenti”.

I residui “esenti” sono fuori dal campo di applicazione del sistema di radioprotezione e necessitano di autorizzazione per essere gestiti, smaltiti nell’ambiente, riciclati o riutilizzati nel rispetto della disciplina generale delle emissioni in atmosfera o della gestione dei rifiuti di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

I residui “non esenti” vanno smaltiti in discariche autorizzate, in possesso di requisiti descritte nella norma all’articolo 26 e con e secondo le modalità di cui all’allegato VII. La norma è molto complessa e articolata, (anche ricca di molte eccezioni).

 

In questa nota di sintesi è impossibile riportare molti dettagli, per cui si rimanda ad un’attenta lettura dell’intero decreto. Ulteriori dettagli in merito agli organismi di misura, alle autorità a cui la documentazione va trasmessa/notificata, alle figure professionali che supportano l’esercente nell’assolvimento degli obblighi e ulteriori approfondimenti saranno a breve disponibili sul Portale Agenti Fisici.

 

 

A cura di

Iole Pinto (Azienda USL Toscana Sud Est- Laboratorio Sanità Pubblica – Siena)

Rosabianca Trevisi (INAIL Settore Ricerca – DiMEILA) da puntosicuro

I CORSI DI PRIMO SOCCORSO DEVONO PROSEGUIRE IN PRESENZA:LA CIRCOLARE DEL MINISTERO

  1. Fatti salvi i numerosi protocolli redatti per l’esecuzione in sicurezza dei corsi di Primo soccorso, si rammenta la necessità che gli stessi continuino ad essere svolti, soprattutto con la finalità di rispondere agli obblighi normativi previsti principalmente dal decreto legislativo 81/2008”. È quanto precisa il Ministero in una nuova circolare ad hoc.

“Al fine di rispondere ai suindicati obblighi normativi – si legge – , il datore di lavoro, nel formare i propri dipendenti designati per le attività di primo soccorso deve strutturare i più idonei percorsi tra i quali si annovera il corso BLS-D. Pertanto i corsi in oggetto, con le cautele del caso, e con le specifiche di sicurezza anti-contagio fornite dalle summenzionate circolari, devono essere organizzati e svolti anche nella presente fase pandemica, affinché il datore di lavoro possa svolgere a norma di legge la propria sorveglianza in materia di tutela e sicurezza negli ambienti di lavoro”.“I corsi di formazione per il primo soccorso – BLSD – ribadisce la circolare – sono pertanto assimilabili a quelli consentiti dal DPCM 3 dicembre 2020, art. 1, comma 10, lettera s.Ministero specifica inoltre “che la formazione continua del personale sanitario dei sistemi di emergenza territoriale non può essere sospesa o rimandata, per evidenti motivi di mantenimento della capacità operative; per di più, il possesso del titolo rilasciato a fine corso rappresenta per alcuni profili professionali requisito necessario per la presa di servizio. Il rischio da COVID-19 si è andato ad aggiungere ad altri fattori quali le malattie cardiovascolari, che rappresentano ancora la principale causa di morte nel nostro paese, essendo responsabili del 35% di tutti i decessi; per tale motivo si ritiene che la formazione al primo soccorso sia necessaria anche per i soccorritori laici, che rappresentano i “first responder” nelle situazioni di emergenza.

La fase dell’addestramento alle abilità tecniche e manuali della RCP (rianimazione cardiopolmonare), può avvenire soltanto “in presenza,” considerata l’irrinunciabile esigenza di praticare in modo diretto le manovre di Basic Life Support su simulatori

INCLUSIONE AL LAVORO DI MALATI CRONICI

L’EU-OSHA sostiene CHRODIS PLUS , un’iniziativa dell’UE volta a rafforzare l’inclusività dei luoghi di lavoro e l’abilità al lavoro dei dipendenti con patologie croniche. Nell’ambito del progetto è stata pubblicata una serie di strumenti su occupazione e affezioni croniche composta da due elementi: uno strumento di formazione per dirigenti e un kit di strumenti per i luoghi di lavoro

Lo strumento di formazione per dirigenti mira a sensibilizzare sui vantaggi dell’inclusione e della buona gestione sul luogo di lavoro dei dipendenti con problemi di salute cronici o a rischio di svilupparli.

Il kit di strumenti per i luoghi di lavoro funge sia da lista di controllo sia da spunto per idee e agevola l’adozione di misure concrete e fattibili al fine di creare ambienti di lavoro che promuovano la salute. Contiene nello specifico consigli sull’ergonomia e su come evitare di rimanere seduti lunghi periodi, oltre a un caso di studio sul dolore lombare.

Il set di strumenti Chrodis Plus su malattie croniche e occupazione è stato sviluppato da 18 partner di 11 Stati membri dell’UE ed è cofinanziato dalla Commissione europea.

Scopri il set di strumenti CHRODIS PLUS sulle malattie croniche e il lavoro 

TESTS COVID IN LABORATORIO E SANITÀ PUBBLICA

Ministero della Salute – Istituto Superiore di Sanità
Nota tecnica ad interim. Test di laboratorio per SARS-CoV-2 e loro uso in sanità pubblica.
Aggiornata al 23 ottobre 2020.

iii, 10 p.

Il documento fornisce le indicazioni ad interim per la diagnostica di SARS-CoV-2 e i criteri di scelta dei test disponibili a seconda dei diversi contesti per un loro uso razionale e sostenibile in termini di risorse.

Ministero della Salute – Istituto Superiore di Sanità
Interim Technical note. Laboratory testing for SARS-CoV-2 and their use in public health.
Updated on October 23, 2020.

iii, 10 p.

This document provides current interim guidance on the correct, rational and sustainable use of SARS-CoV-2 diagnostics and the ongoing criteria for choosing the right available test in each context.

Da Iss

 Pubblicato il 04/11/2020

LAVORARE IN PIGIAMA IN SMART WORKING FA MALE

Lavorare da casa e restare tutto il giorno in tuta o in pigiama, senza doversi vestire di tutto punto, può sembrare uno dei “vantaggi” dello smart working, che in molti hanno conosciuto dallo scoppio della pandemia. Tuttavia, un nuovo studio australiano avverte che questa condizione può provocare un deterioramento della salute mentale. Alla ricerca, condotta nel pieno del lockdown di aprile e maggio, hanno partecipato 163 accademici e ricercatori provenienti da varie zone del Paese, ed è stato pubblicato sul Medical Journal of Australia. Ne è emerso che coloro che lavoravano da casa in pigiama hanno rivelato peggiori condizioni di salute mentale, rispetto a chi, avendo figli piccoli in casa, era indotto a vestirsi più normalmente.

Lo studio, condotto da accademici del Woolcock Institute of Medical Research di Sydney, conclude che «una maggiore percentuale di persone che indossano il pigiama durante le ore di lavoro riporta un declino di salute mentale durante la pandemia, rispetto a chi si veste prima di andare al computer». «La dura realtà delle grandi città, con alti costi immobiliari, fa sì che molti accademici e ricercatori non possano permettersi case con studi o aree di lavoro separate», scrivono gli autori della ricerca Cindy Thamrin e David Chapman. «Quanto alla produttività, la più alta si registra in chi è chiamato a svolgere compiti specifici, come scrivere articoli scientifici, mentre i ricercatori alle prime armi fanno più fatica a destreggiarsi»

Da il messaggero

QUATTRO RAMPE DI SCALE PER MISURARE COME STA IL CUORE

Da Dottnet.it

Per sapere se il cuore è in salute basta fare quattro rampe di scale in meno di un minuto. Se si eccede il minuto e mezzo nel fare questo esercizio può voler dire che la salute cardiaca è sotto al livello ottimale e rivolgersi a un medico può aiutare.  Lo rileva una ricerca spagnola presentata all’ Eacvi – Best of Imaging 2020, un congresso scientifico della Società Europea di Cardiologia. “L’idea – spiega Jesús Peteiro, cardiologo dell’ospedale universitario A Coruña- era di trovare un metodo semplice ed economico per valutare la salute del cuore. Questo può aiutare i medici a selezionare i pazienti che devono svolgere esami più approfonditi “.Lo studio ha incluso 165 pazienti sottoposti a test da sforzo a causa di una malattia coronarica nota o sospetta. I partecipanti hanno camminato o corso su un tapis roulant, aumentando gradualmente l’intensità.

La capacità di esercizio è stata misurata come equivalenti metabolici (Met). Dopo aver riposato per 15-20 minuti, ai pazienti è stato chiesto di salire quattro rampe di scale (60 gradini) ad un ritmo veloce senza fermarsi, ma anche senza correre .I ricercatori hanno analizzato la relazione tra gli equivalenti metabolici raggiunti durante i test da sforzo e il tempo impiegato per salire quattro rampe di scale. I pazienti che hanno salito le scale in meno di 40-45 secondi hanno ottenuto più di 9-10 Met. Studi precedenti hanno dimostrato che 10 Met durante un test da sforzo sono collegati a un basso tasso di mortalità (1% o meno all’anno o 10% in 10 anni).

Sempre rispetto alla salute cardiovascolare, uno studio pubblicato su Scientific Reports ha evidenziato che le apnee ostruttive del sonno mettono a dura prova anche il cuore. Secondo la ricerca dell’Università della Finlandia orientale, eventi respiratori notturni più lunghi nei pazienti con apnee ostruttive del sonno causano una maggiore variabilità immediata della frequenza cardiaca e cambiamenti marcati negli intervalli tra i battiti sono associati a una ridotta vigilanza diurna.