RISCHIO BIOLOGICO

URBAN SUN :UV CONTRO IL COVID

In Olanda la «sfera magica» che elimina il Covid dai luoghi pubblici

Si chiama Urban Sun ed è un’installazione che emette raggi UV da 222nm, innocui per l’uomo ma micidiali per il coronavirus. Restituendoci vie e piazze

di Enrico Marro

Illustrazione Maria  Limongelli/ Il Sole 24 Ore
Illustrazione Maria Limongelli/ Il Sole 24 Ore

Le torri che mangiano lo smog, l’aquilone che produce energia green, la pista ciclabile luminosa che si ricarica con il sole. E ancora: il ponte sulla diga che si accende con i fari delle auto, oppure il tracciamento di ottomila tonnellate di rifiuti spaziali progettato assieme all’Ente spaziale europeo e alla Nasa. Non è facile trovare una definizione per Daan Roosegaarde. Pluripremiato architetto, designer, scienziato e artista, il “Leonardo olandese” da ilsole24ore.

Si tratta di un’installazione sospesa che emana raggi ultravioletti Uvc ricalibrati secondo le linee guide della Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti. In questo modo non causa danni a occhi e pelle, ma è in grado di debellare i virus, tra cui anche il Covid19. Si tratterebbe quindi di una rivoluzione.

Ma come dice lo stesso Daan Roosegaarde:

“L’installazione luminosa dovrebbe essere una difesa ulteriore contro la diffusione di virus durante eventi, nelle scuole, nei musei, nelle stazioni ferroviarie, in tutti gli spazi pubblici.

Non posso ancora dire se l’utilizzo di Urban Sun permetterà effettivamente alle persone di ri-abbracciarsi. Questo dipenderà dalle disposizioni dei governi. Non vuole certamente essere un’alternativa ai vaccini o alle mascherine, ma una delle misure contro il Covid-19. Sicuramente può rendere uno spazio più pulito e privo di virus. La Boeing, per esempio, utilizzerà questa tecnologia negli aeromobili”.

L’idea, come spiega il designer, è nata nel 2018, in tempi non ancora sospetti:

“Lessi sulla rivista Nature che le radiazioni ultraviolette a onda corta (Uvc) fossero un disinfettante efficace in grado di neutralizzare virus e batteri. Ma è risaputo che le lampade Uvc comunemente disponibili possono essere cancerogene e dannose per la pelle e gli occhi. Così ho creato un team insieme alla Columbia University (Radiogical research medical center) composto da designer, tecnici, scienziati ed esperti di virus per approfondire il tema e fare ricerche sull’applicazione di questa luce che già si usa da tempo nelle sale operatorie, ma, appunto, può provocare scottature ed è cancerogena.

La “ricetta” raggiante che abbiamo applicato al progetto Urban Sun è proprio l’utilizzo di “nuovi” Uvc 222 nm, ovvero che arrivano da una distanza non pericolosa, nel pieno rispetto delle linee guida dell’Icrnirp.

Gli scienziati hanno dimostrato che questi Uvc riveduti e alleggeriti con lunghezze d’onda inferiori non possono penetrare nella pelle umana o negli occhi ma possono uccidere i virus”.

Urban Sun
URBAN SUN, IL PROTOTIPO ANTI VIRUS DI DAAN ROOSEGAARDE

DAAN ROOSEGAARDE PROGETTI – GROW:

Tra gli altri progetti di Daan Roosegaarde indichiamo:  la torre che mangia lo smog, la pista ciclabile luminosa che si carica con il sole, l’aquilone che produce energia pulita e Grow. Quest’ultimo è un sistema più sostenibile di produrre cibo che migliorerà passo dopo passo.

DAAN ROOSEGAARDE IN ITALIA – LIQUID LANDSCAPE: 

E’ gia in lista la realizzazione di un progetto nel nostro paese. Si tratta di Liquid Landscape in Trentino Alto Adige e verrà realizzato nel contesto magnifico di Arte Sella, in Valsugana.

“Un percorso di scambio circolare, un processo creativo in cui l’opera di ogni artista prende forma giorno per giorno sul luogo, cogliendo dalla natura stessa materiali e ispirazioni. Nella grande maggioranza dei casi, infatti, le opere sono ottenute attraverso l’uso esclusivo di materiali naturali come foglie, rami, legno, sassi e così via. Liquid Landscape, come si intuisce dal nome, sarà composto dall’acqua e altri elementi naturali come l’erba e la terra, ma di più non posso svelare”.

CHI È DAAN ROOSEGAARDE? 

Daan ha fondato il suo studio nel 2007.  E’ un’artista, architetto, designer, inventore, ma come afferma lui stesso non ama definirsi architetto perché nonostante sia sempre proiettato verso il futuro, considera la tecnologia “solo uno strumento per fare emergere la poesia” con acqua, energia e aria puliti come valori del futuro.

Inoltre, secondo Forbes e Wired il nome Roosegaarde è tra quelli degli innovatori del nostro tempo. E’ infatti uno dei leader globali del World Economic Forum nonché membro del Nasa Innovation team.

Urban Sun
URBAN SUN IL PROTOTIPO ANTI VIRUS DI DAAN ROOSEGAARDE

Da https://www.mam-e.it/design/urban-sun-prototipo-anti-virus-roosegaarde-debellera-il-covid/

U MASK DA VIP AD INDAGATA

Da wired.it

Grande innovazione scientifica, comunicazione commerciale ingannevole o semplice versione di lusso della più standard delle mascherine? Sulle ormai celebri U-Mask, e in particolare sul cosiddetto Model 2 prodotto dalla londinese U-Earth Biotech (che ha una filiale anche a Milano), la situazione appare piuttosto confusa, tra inchieste giornalistiche, verifiche indipendenti, dichiarazioni dell’azienda ed esternazioni della concorrenza. L’ultimo punto fermo, almeno in ordine cronologico, è quello messo nero su bianco sabato 20 febbraio dal nostro ministero della Salute, che ne ha disposto il ritiro dal commercio e il divieto di vendita. Al momento, quindi, le U-Mask non si possono più acquistare in Italia. Ma partiamo dall’inizio.

Una mascherina biotecnologica?

Sul sito dell’azienda è scritto a caratteri cubitali: U-Mask Model 2 sarebbe “la prima mascherina biotech” sul mercato. Da quanto è stato pubblicamente dichiarato online, la mascherina consisterebbe nella sovrapposizione di ben 5 strati diversi: uno esterno in nylon riciclato, poi due strati in tessuto non tessuto disposti a sandwich con nel mezzo un sistema di “nanofiltrazione” e infine un “bio-layer”, che costituirebbe il cuore biotecnologico dell’innovazione. In pratica, si legge, lo strato biotech sarebbe “auto-sanificante”, grazie a una tecnologia “naturale e atossica” basata su “una molecola in grado di inibire la crescita di batteri e microbi”, un “principio attivo naturale” capace di “ridurre la carica batterica ed efficace contro i batteri Gram positivi e Gram negativi”, tanto da “distruggerli al suo interno”.

(immagine: U-Mask)

Va detto, però, che di tutte queste affermazioni manca una validazione scientifica. Non esiste alcuna pubblicazione (con o senza peer review) a cui fare riferimento, si parla di un “brevetto richiesto” (pending patent) e tutto quello che si può vedere dal sito sono alcune immagini al microscopio, animazioni evocative e fotografie comparative di colture batteriche dentro a delle piastre di Petri. C’è un riferimento ai test di filtraggio – su cui torniamo più sotto – ma nulla che dimostri o certifichi le capacità biotech raccontate. Prendendo in prestito le parole usate da Altroconsumo“giocando su immagini e parole mutuate dalla scienza, dà la sensazione a molti consumatori che la U-Mask abbia delle qualità speciali”.

Anche tralasciando il dettaglio che la comunicazione è centrata sui batteri e non sui virus, sulla solidità scientifica di tutte le affermazioni non si può che sospendere il giudizio. D’altronde, oltre ai paper mancano anche le documentazioni dei brevetti, non è noto di quale molecola attiva “naturale e atossica” si stia parlando, né quale sia la miscela polimerica che contiene il principio attivo, né sono fornite quantificazioni (nemmeno da parte dell’azienda stessa) di quanto sia efficace questo effetto distruttivo sui batteri. Insomma, c’è un grossissimo punto interrogativo.

La spinosa questione delle autorizzazioni

Paper o non paper pubblicati sulle riviste scientifiche, come sappiamo in Italia la vendita di dispositivi di protezione individuale e di dispositivi medici è regolata da specifiche autorizzazioni e certificazioni. Anche se la procedura per le mascherine è stata snellita per far fronte all’emergenza sanitaria, è comunque necessaria una certificazione da parte di un laboratorio, che a sua volta deve essere autorizzato a rilasciarla (il che parrebbe ovvio). Infine, occorre la registrazione e il via libera da parte del ministero della Salute. Per le mascherine, si tratta in sostanza di valutarne la capacità filtrante, e di appurare che nel complesso l’oggetto non ponga rischi per la salute.

Nel caso specifico delle U-Mask, ciò che ha portato al divieto di vendita è il mancato accreditamento del laboratorio Clodia di Bolzano che ha certificato l’efficacia delle mascherine. Secondo quanto appurato dal Nucleo antisofisticazione e sanità (Nas) dei Carabinieri di Trento, il laboratorio presso cui i test sono stati svolti è privo di autorizzazione per svolgere la pratica. E poi la persona titolare del laboratorio che ha firmato il documento risulterebbe “priva dei prescritti titoli abilitativi”, ossia in pratica sprovvista della necessaria laurea.

Sui giornali si è parlato molto del fatto che il ministero della Salute abbia aggiunto che indossando le U-Mask potrebbero esserci “potenziali rilevanti rischi per la salute”, ma questa frase va contestualizzata. Se si considera non valido il test di efficacia e sicurezza eseguito, visto che siamo in “assenza di un regolare processo valutativo”, va concluso che né l’efficacia né la sicurezza stesse possono essere date per buone, dunque in generale (ragionando all’opposto) le U-Mask potrebbero essere anche inefficaci e insicure. Una eventuale fonte di rischio potrebbe derivare dall’effetto illusorio di una protezione: se le mascherine fossero non efficaci, infatti, indossarle credendo che funzionino vorrebbe dire esporsi inconsapevolmente a una probabilità di contagio più alta di quella che ci si aspetta.

Inoltre, pure ipotizzando che il problema della mancata autorizzazione del laboratorio non ci sia, la registrazione delle U-Mask è sempre stata come dispositivo medico di classe 1. E non come dispositivo di protezione individuale. Ciò significa, tra le altre cose, che ha una durata massima di utilizzo molto limitata, mentre l’azienda dichiara “risultati garantiti fino a 200 ore di utilizzo efficace”. Per intenderci, è un dispositivo medico di classe 1 una mascherina chirurgica monouso.

Quanto sono efficaci le U-Mask?

La risposta più semplice, e anche la più onesta, è che non si sa. L’azienda ha dichiarato una capacità di filtrazione batterica sia in ingresso sia in uscita del 99%, tanto da paragonarle (impropriamente) a una mascherina Ffp3. Il test – a questo punto invalidato – con cui si era ottenuta la certificazione arrivava al 99%, quelli eseguiti dall’azienda a febbraio arrivano almeno al 99,6% sia verso l’interno sia verso l’esterno. Secondo i test indipendenti di Altroconsumo siamo al 98%, o al 97% dopo i lavaggi. Secondo l’inchiesta di Striscia la notizia che ha aperto il vaso di Pandora siamo sotto al 95%, e per un’azienda concorrente che dichiara di aver testato una mascherina saremmo tra il 70% e l’80%. Insomma, che ci sia una certa capacità filtrante è fuori discussione (ma d’altronde quella si ha pure con mascherine chirurgiche da 50 centesimi l’una, 67 volte meno care delle U-Mask), ma sulla quantificazione esatta resta molta incertezza.

mascherine_(foto: Vera Davidova/Unsplash)

In ogni caso il metodo generale è piuttosto chiaro: l’efficacia ufficiale è quella certificata da un laboratorio autorizzato, e in questo momento una misura svolta con tutti i crismi non c’è. Avrebbe poco senso affidarsi alle dichiarazioni dell’una o dell’altra azienda, e le indagini giornalistiche indipendenti hanno il merito di aver sollevato il problema ma non possono certo essere usate come quantificazione ufficiale.

Comunicazione ingannevole?

Secondo l’Autorità garante della concorrenza e del mercato Agcm, che si è espressa lo scorso 15 febbraio, nella comunicazione di U-Earth Biotech “verrebbe enfatizzata l’efficacia [delle mascherine] con modalità ingannevoli e aggressive, per diverse ragioni. Un primo punto è la già citata questione biotecnologica, mai dimostrata o verificata. E a questo si aggiunge il claim di poter utilizzare ogni singolo filtro “fino a 200 ore o per un anno”, sempre non dimostrato e incompatibile con un dispositivo medico di classe 1.

La stessa Agcm ha ravvisato una scorrettezza pure nell’affermazione secondo cui “U-Mask ha un’efficienza superiore, paragonabile a una Ffp3″: proprio perché le mascherine Ffp3 sono dispositivi di protezione individuale, come già detto, il paragone sarebbe insostenibile. Insomma, la U-Mask dovrebbe semmai essere confrontata con le mascherine chirurgiche, anziché con le Ffp. E infine, su questioni più strettamente commerciali, è stata contestata a U-Earth Biotech una comunicazione ambigua riguardo al diritto di recesso.

Da “mascherina vip” a “mascherina indagata”

Diventate celebri grazie all’uso diffuso presso politicicelebrità e sportivi in oltre 110 paesi nel mondo, ora in Italia le U-Mask sono finite al centro di diverse vicende giudiziarie. Il primo passaggio era stato, a gennaio, il sequestro della procura di Milano in diverse farmacie di alcune mascherine, per poterne verificare la capacità di filtraggio. Un’indagine della procura che prosegue tuttora, e che è stata affidata al pubblico ministero Maura Ripamonti e al procuratore aggiunto Eugenio Fusco con l’ipotesi di frode nell’esercizio del commercio.

Oltre ai Nas di Trento, si è attivata anche la Guardia di finanza, in un’indagine che potrebbe acquisire respiro internazionale visto che la sede della casa madre dell’azienda è nel Regno Unito. In una nota stampa pubblicata il 20 febbraio, l’azienda si è detta “esterrefatta” dal provvedimento cautelare. “Difenderemo in ogni sede la qualità dei nostri prodotti, la reputazione e l’operato della nostra azienda”, si legge, “certi delle nostre ragioni e della trasparenza della nostra condotta

PUGLIA:”OBBLIGATORIA” LA VACCINAZIONE ANTI CORONAVIRUS PER GLI OPERATORI SANITARI DEI REPARTI COVID.

Sarà “obbligatoria” la vaccinazione anti-coronavirus19 per gli operatori sanitari allo scopo di prevenire e controllare la trasmissione della infezione.

Lo ha deciso il Consiglio regionale con 28 voti favorevoli. La proposta di legge presentata dal presidente della I Commissione, Fabiano Amati, è in coerenza con le disposizioni di sicurezza previste dalla legge regionale 19 del 2018 e del successivo regolamento attuativo, in materia di prevenzione e controllo della trasmissione delle infezioni con particolare riferimento all’epatite B, morbillo, parotite, rosolia, varicella, difterite, tetano, pertosse, influenzae tubercolosi.

Molti parlano di “obbligo vaccinale per gli operatori sanitari”, ma non è esattamente così. Solo una legge Statale potrebbe imporre la vaccinazione. La legge pugliese, presentata da fabiano Amati (Pd), si limita a vietare l’accesso ad alcuni reparti più delicati agli operatori non vaccinati contro il Covid, estendendo al covid quanto già previsto nella legge regionale 27/2018 per altre malattie. Nulla escludere la possibilità degli operatori di rifiutare la vaccinazione e richiedere, eventualmente, un cambio di reparto. LA LEGGE E GLI EMENDAMENTI

VACCINO COVID PFIZER E 12 INFEZIONI

Un segnale d’allarme è scattato dopo che 12 MEDICI sono risultati positivi a seguito del secondo richiamo di Pfizer. E sembra esserci, all’ombra dei contagi, l’ombra della variante inglese classificata come VOC 202012/01.

Sui dodici medici positivi, dopo il richiamo, sono ancora in corso accertamenti, si legge su Repubblica. I campioni delle loro analisi saranno determinanti per stabilire, scientificamente, come il virus abbia superato lo “scudo” del vaccino. Nello specifico, su un campione di 4 sanitari contagiati dopo l’antidoto, sta conducendo un’analisi la Società italiana di malattie infettive.”Contagiarsi, anche dopo avere ricevuto la seconda somministrazione, non significa automaticamente che il vaccino è stato poco efficace“, ha spiegato il direttore scientifico Massimo Andreoni, virologo del Policlinico Tor Vergata. “In tutti i casi che abbiamo preso in esame finora, ci siamo trovati davanti a persone completamente asintomatiche“.

Il direttore della UOC Malattie Infettive al Policlinico Tor Vergata di Roma ha, infatti, offerto un quadro della situazione in cui si evince come tutti gli scenari siano, in un certo senso, sotto il controllo della medicina e della scienza.Una spiegazione dei temi più attuali che contribuisce a spegnere diversi allarmismi verso quella che è e resta l’arma più efficace contro il virus: appunto la vaccinazione. Nessun allarmismo quindi, riguardo al fatto che alcuni sanitari abbiano avuto positività al coronavirus dopo essere stati vaccinati.

Il vaccinoha precisato l’infettivologo, non è che ci crea uno scudo per cui il virus non entra più dentro di noi. Il virus entra dentro di noi, fa pochissime replicazioni perché, a quel punto, viene bloccato dagli anticorpi che si sono formati grazie alla vaccinazione. Il virus entra di noi e fa qualche piccola replicazione. Se noi andiamo a fare il tampone in queste persone, in quel momento, troviamo delle positività che però non hanno nessuna rilevanza nei confronti della malattia, sono tutte persone che non la sviluppano. E molto probabilmente, su questo uso il condizionale perché abbiamo bisogno di dati, non sono persone che sono in grado di infettare proprio perché, avendo poche replicazioni, il virus non riesce a raggiungere quelle quantità tali da poter essere trasmesso“. Da meteo.it

INAIL : LA VALUTAZIONE DELLA TEMPERATURA CON TERMOCAMERA

La misurazione della temperatura corporea rappresenta uno degli strumenti in grado di prevenire e contenere il contagio da Covid-19, consentendo di individuare i pazienti ai primi segni di esordio dell’infezione.

In linea con le indicazioni contenute nel Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 da Governo e parti sociali, il controllo della temperatura può essere svolto all’ingresso dei luoghi di lavoro come misura accessoria per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori dal possibile contagio e garantire la salubrità dell’ambiente di lavoro.

La scheda informativa contiene le indicazioni d’uso e gli accorgimenti da adottare per misurare la temperatura con le termocamere.




Prodotto: Fact sheet
Edizioni: Inail – 2021
Disponibilità: Consultabile solo in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it

LAMPADE ANTI COVID A SCUOLA.

Da il corriere.it

Lampade che purificano l’aria in classe, per eliminare batteri e virus. Il Sars Covid-19 sopra tutti. Mercoledì, è stato presentato al plesso di piazza Bacone dell’Ics Stoppani il progetto “Apollo”. Grazie a un accordo della direzione scolastica, retta da Antonio Re, con “Ensto Italia”, in tutte le aule delle scuole elementari e medie sono state installate speciali lampade che, oltre a illuminare, sanificano l’aria. Così non c’è più necessità di un ricambio frequente dell’aria (come consigliato dalle norme anti coronavirus) e le finestre possono rimanere chiuse durante le lezioni. Le lampade sfruttano il principio della fotocatalisi

La ventola di cui sono dotate fa passare l’aria attraverso dei filtri realizzati con nanomateriali (tra cui titanio e argento), che abbattono virus e batteri (tra questi sia il virus H1N1, altri patogeni, allergeni, particolato, formaldeide e altri gas volatili nocivi). Ogni apparecchio è in grado di sanificare 60 metri cubi d’aria, senza rilasciare sostanze chimiche o immettere raggi UV nei locali. In occasione della presentazione del progetto, mercoledì il virologo Fabrizio Pregliasco, tenuto una lectio magistralis ai giovanissimi alunni. L’impianto alla Stoppani è il secondo esempio di come le scuole pubbliche si attrezzino di dispositivi tecnologici per combattere il Covid. Il primo istituto a dotarsi di filtri antivirus, a settembre, è stato lo Schiaparelli-Gramsci (liceo linguistico e itis con indirizzo amministrazione, finanza e marketing e liceo sportivo).

A Mantova, invece, nelle aule di nidi e nelle materne comunali, è in corso l’installazione di 215 lampade con raggi ultravioletti germicidi, che si attivano di notte

SOPRAVVIVENZA DEL COVID SU CARTA, PLASTICA VETRO E TESSUTO

Da Dottnet.it

Covid-19 può sopravvivere per 4 giorni sul vetro, per 7 giorni sulla plastica e sull’acciaio inossidabile. Sulla stoffa può restare solo per due giorni e sulla carta, invece, solo tre ore.

A dirlo è uno studio dell’Indian Istitute of Technology di Mumbai, in India, pubblicato sulla rivista scientifica Physics of Fluids, secondo il quale sarebbe opportuno che i luoghi pubblici come parchi, centri commerciali, ristoranti o sale d’attesa, possano avere coperture fatte di stoffa per ridurre il rischio di diffusione della malattia.  Sia nelle superfici impermeabili sia per quelle porose, si legge nella ricerca, il 99,9% del contenuto di liquido delle droplet (le goccioline dell’espettorato che potrebbero portare Sars-Cov-2), evapora entro i primi minuti. Dopo questo stato iniziale, un sottile film liquido residuo rimane sulle superfici solide esposte, dove il virus può ancora sopravvivere. Gli studiosi hanno notato che l’evaporazione di questo sottile film residuo è più veloce sulle superfici porose rispetto a quelle impermeabili. “Sulla base del nostro studio, consigliamo di rivestire i mobili di ospedali e uffici realizzati con materiale impermeabile, come vetro, acciaio inossidabile o legno laminato, con materiale poroso, come un panno, per ridurre il rischio di infezione al tatto“, spiega l’autore della ricerca, Sanghamitro Chatterjee. 

fonte: Physics of Fluids

CONTAGIO COVID FINO A SEI METRI DI DISTANZA

17 giugno in Corea del Sud si è verificata un’epidemia di Coronavirus associata alla trasmissione di goccioline a lunga distanza. Il fatto ha dato lo spunto al dottor Lee Ju-hyung per portare avanti una ricerca sul campo molto particolare. Ogni volta che Ju-hyung andava al ristorante, tirava fuori un piccolo anemometro per controllare il flusso d’aria.

Una precauzione che ha preso dopo un precedente esperimento in cui lui e i suoi colleghi avevano ricreato le condizioni in un ristorante a Jeonju, città nel sud-ovest della Corea del Sud, dove i clienti hanno contratto il Coronavirus da un visitatore fuori città. Tra loro c’era uno studente delle superiori che è stato infettato dopo 5 minuti di esposizione da più di 6 metri di distanza.

L’indagine epidemiologica è stata implementata sulla base di interviste personali e raccolta di dati su immagini a circuito chiuso e dati sulla posizione dei telefoni cellulari. Per la ricerca dei contatti è stato utilizzato il sistema di supporto alle indagini epidemiche sviluppato dalla Korea Disease Control and Prevention Agency.

Nel ristorante considerato sono stati studiati la direzione e la velocità del flusso d’aria, le distanze tra i tavoli e il movimento dei clienti. In questo focolaio sono stati identificati 3 casi in totale e la velocità massima del flusso d’aria di 1,2 metri al secondo è stata misurata tra l’infettore e l’infezione in un ristorante dotato di condizionatori d’aria a soffitto.

Il caso indice è stato infettato a 6,5 metri di distanza dall’infettore e dopo appena 5 minuti di esposizione, senza alcun contatto diretto o indiretto. La ricerca ha portato dunque a dimostrare che la trasmissione di goccioline può avvenire a una distanza superiore a 2 metri se c’è un flusso d’aria diretto da una persona infetta.

Contagio possibile a 6 metri ed entro 5 minuti di esposizione, senza contatto

Le conclusioni, pubblicati sul Journal of Korean Medical Science, hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che lo standard ampiamente accettato di 2 metri di distanza sociale al chiuso potrebbe non essere abbastanza per garantire la sicurezza delle persone.

Non solo non si può sapere quando finirà la pandemia (anche se qualche ipotesi è possibile tracciarla), ma non sarebbe dunque nemmeno confermata la regola che il contagio avviene dopo 15 minuti di contatto entro 2 metri. Le linee guida sulla quarantena e sulle indagini epidemiologiche, affermano gli autori della ricerca, dovrebbero essere aggiornate per accogliere questi fattori per il controllo e la prevenzione del Covid.

Uno studio molto importante quello coreano, perché ha evidenziato come il precisissimo sistema di tracciamento dei contatti, a volte considerato anche eccessivo dalla popolazione, in Corea del Sud abbia in realtà consentito ai ricercatori di monitorare da vicino come il virus si muove attraverso le persone.

Da Quifinanza.it