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LA SICUREZZA DEI PRODOTTI FITOSANITARI IN UN OPUSCOLO INAIL

DA Inail.it

L’uso dei prodotti fitosanitari (PF) nel settore agricolo sta ricevendo negli ultimi anni una particolare attenzione per le ricadute che l’impiego di tali prodotti ha sulla salute degli operatori agricoli, dei consumatori e per la tutela dell’ambiente e della biodiversità.

Uso in sicurezza dei prodotti fitosanitari

L’opuscolo viene proposto sia come ausilio per la realizzazione dei percorsi di formazione e di informazione dei lavoratori sia come compendio sintetico degli adempimenti di legge previsti in tema di tutela della salute e della sicurezza in ambito professionale. Il testo è strutturato in schede monotematiche dedicate alle principali fasi di impiego del PF, integrate da sezioni relative alla sicurezza chimica in ambito professionale. Viene inoltre trattata la tutela dell’ambiente tramite l’impiego di metodologie agronomiche alternative a basso apporto di PF.

Prodotto: volume
Edizioni: Inail – 2018
Disponibilità: si –  Consultabile anche in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it

LA TECNOLOGIA AL SERVIZIO DEL LAVORATORE ISOLATO

Da: Irbema.com

Trento, 3 ottobre 2013. Un giovane idraulico di 27 anni viene trovato senza vita in una cella frigo di un capannone del Consorzio frutticoltori di Cles. La Procura iscrive sul registro degli indagati il direttore dello stabilimento, il datore di lavoro dell’idraulico e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP). La Procura ipotizza il reato di omicidio colposo. Il Consorzio rischia una multa da 256.000 a 1.000.000 di euro, oltre all’interdizione dall’attività per un periodo da 6 mesi a 2 anni.

A distanza di quasi 4 anni la famiglia dell’uomo è stata risarcita con € 750.000, il Consorzio è stato condannato a pagare una sanzione di € 50.000 per la mancata predisposizione del modello organizzativo gestionale per la prevenzione dei rischi sul lavoro, mentre resta ancora aperto il processo a carico degli altri imputati.

Il lavoratore operava in una cella frigo in condizione di isolamento, senza nessun collega vicino. Nel caso della cella frigo, alla condizione di lavoro isolato si aggiungono anche i rischi dell’ambiente, normalmente con temperature prossime ai -20 °C e ridotta percentuale di ossigeno; in tale condizioni un infortunio con la perdita di conoscenza, ed un ritardo nei soccorsi, possono facilmente avere delle conseguenze fatali.

Il fatto di cronaca sopra riportato mi incoraggia a fare il punto circa il problema dei lavoratori isolati e lo stato dell’arte della tecnologia disponibile per la tutela della salute degli stessi.

Chi sono i lavoratori isolati?

Si definiscono “lavoratori isolati” le persone che sono tenute a lavorare da sole, senza una sorveglianza diretta e senza la presenza di altri soggetti vicini che possano prestare soccorso immediato in caso di infortunio o incidente. Un lavoratore o lavoratrice che svolge la propria attività in solitudine, opera senza un contatto visivo o vocale diretto con gli altri dipendenti dell’azienda e tale condizione potrebbe interessare tutte le categorie di lavoratori (anche gli impiegati in ufficio) che, ad esempio, hanno necessità di continuare a lavorare oltre l’orario normale, oppure nei casi in cui sia richiesta la loro presenza durante i giorni festivi, la sera o la notte.

Sono considerati lavoratori isolati anche coloro che non operano realmente in solitudine, ma che si trovano in un contesto che presenti difficoltà nella comunicazione, nel movimento o di impedimento fisico, oltre alle persone che lavorano in luoghi remoti, di difficile accesso, in condizioni ambientali sconosciute o avverse.

Esempi di categorie di lavoratori isolati sono: benzinai, addetti alla manutenzione, addetti alle pulizie, tecnici di laboratorio, agricoltori, autisti, tassisti, trasportatori, commesse, farmacisti, forestali, giardinieri, guardie mediche, infermieri, guardie giurate, magazzinieri, medici, infermieri, operai edili, portieri.

Normativa del lavoratore isolato

Relativamente ai lavoratori isolati sia diurni che notturni, è necessario ricordare che l’articolo 17, comma 1, lettera a) del D. Lgs. 81/08 e s.m. di cui al D. Lgs. 106/09, pone a carico del Datore di Lavoro l’obbligo di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, compresi quindi anche quelli derivanti da particolari condizioni lavorative, come appunto quelli dei lavoratori isolati. A seguito di tale valutazione il Datore di Lavoro deve adottare le necessarie misure di prevenzione e protezione e le relative procedure per eliminare o ridurre le conseguenze dei rischi individuati.

I Fattori di rischio del lavoratore isolato

Nel caso di lavoratori isolati il fattore di rischio principale (da valutare e per il quale adottare misure e procedure di prevenzione e protezione) è relativo all’organizzazione dei soccorsi in caso di malore o infortunio del lavoratore.

In tale circostanza i fattori addizionali di rischio sono i seguenti:

  • impossibilità o limitata capacità, da parte del lavoratore stesso, di allertare i soccorsi all’esterno del luogo di lavoro;
  • difficoltà o impossibilità dei soccorritori, se e quando allertati, di accedere all’interno del luogo, dove è necessario l’intervento;
  • ulteriore difficoltà ad individuare esattamente, una volta all’interno, il punto intervento in caso di situazioni complesse.

Tali fattori addizionali di rischio comportano inevitabilmente il ritardo dell’intervento con effetti a volte fatali.

Pertanto, il Datore di Lavoro deve (in virtù degli obblighi di cui al già citato articolo 17, comma 1, lettera a) del D. Lgs. 81/08) prevedere sistemi per monitorare in tempo reale lo stato di salute del lavoratore attraverso il controllo del suo stato di coscienza.

Inoltre va ricordato che l’art. 2, comma 5, del D.M. 15/7/2003 N° 388 sancisce quanto riportato qui di seguito:

“Nelle aziende o unità produttive che hanno lavoratori che prestano la propria attività in luoghi isolati, diversi dalla sede aziendale o unità produttiva, il Datore di Lavoro è tenuto a fornire loro il pacchetto di medicazione di cui all’allegato 2, che fa parte del presente decreto, ed un mezzo di comunicazione idoneo per raccordarsi con l’azienda al fine di attivare rapidamente il sistema di emergenza del Servizio Sanitario Nazionale.”

Tale sistema di comunicazione deve essere mantenuto in buone condizioni di funzionamento e manutenzione. I telefoni cellulari privati dei lavoratori non possono essere verificati dal datore di lavoro, e quindi non costituiscono un mezzo idoneo, ed inoltre la quasi totalità non posseggono la funzione uomo a terra, e quindi inadeguati in caso di malore e/o infortunio con perdita di coscienza.

Quali dispositivi scegliere per i lavoratori isolati?

Uno dei primi passi per tutelare i lavoratori isolati è quello di dotarli di un dispositivo “uomo a terra” in grado di allertare il personale di soccorso in caso di malore o di una situazione di emergenza.

L’attuale tecnologia propone dispositivi operanti su rete GSM, DECT, Wi-Fi o radio. Tali strumenti sono dotati di pulsante di emergenza nonché sensori capaci di rilevare il non movimento e la posizione orizzontale dell’operatore (funzione mandown) e di allertare in autonomia il personale di soccorso.

I dispositivi più avanzati posseggono anche le funzioni di localizzazione (tramite GPS per ambienti esterni, tramite radio beacon/RFID per ambienti interni), Amber Alert (timer programmabile in assenza di copertura GSM), rilevamento della posizione evoluto multi costellazione GNSS (ricevitore a 48 canali, GPS, Glonass, Galileo e BeiDou), Mandown++ evoluto(allarme uomo a terra, non movimento e caduta violenta), geofencing (perimetro virtuale), ALS (Automatic Location System), sistema viva-voce, certificazione per ambienti Atex.

I moderni dispositivi consentono la massima personalizzazionedi tutti i parametri di configurazione, come ad esempio la possibilità di impostare l’angolo di inclinazione e i tempi di attivazione del mandown, per adattarsi alle diverse tipologie di attività dell’operatore.

Particolare attenzione va posta alla scelta dello strumento. Esistono infatti sul mercato dispositivi (per lo più di fabbricazione non europea) non supervisionati (cioè non in grado di verificare continuamente lo stato dei suoi componenti segnalando qualsiasi malfunzionamento, assenza rete, assenza GPS, anomalia sensori, ecc.), dotati di software/sensori non proprietari e quindi poco affidabili perché soggetti ad interruzioni di servizio, oppure privi delle certificazioni richieste dai Sistemi di Gestione Qualità e Sicurezza.

Infine è utile ricordare che l’adozione di dispositivi per la tutela dei lavoratori isolati permette all’azienda di ottenere una riduzione del premio INAIL (OT24).

L’INVENTORE DELLO SFINGOMANOMETRO IN TECO

Di fronte all’ingresso della società TECO MILANO si trova una piccola via intitolata al patologo Scipione Riva Rocci. Forse non tutti sanno che questo medico è stato l ‘inventore dello sfingomanometro che ancora oggi accompagna il medico nella sua attività .

Ma leggiamo dal sito torinoscienza la biografia di questo medico piemontese.

Nasce ad Almese (TO) in Valle Susa , figlio di un medico condotto e si laurea presso la regia università di Torino nel 1888. Acquisisce in seguito le specializzazioni in medicina interna e pediatria. A pochi anni dalla laurea, diviene assistente di Carlo Forlanini presso la clinica medica propedeutica torinese e docente di Patologia Medica presso la stessa università.

E’ il 1896 quando Riva Rocci pubblica sui n° 50-51 della Gazzetta Medica di Torino una nota intitolata “Un nuovo sfigmomanometro”. Seguendo le continue evoluzioni degli strumenti fino ad allora ideati per la misurazione della pressione sanguigna (gli sfigmomanometri, dal greco sphygmòs ovvero polso, pulsazione) Riva Rocci perfezionò quelli che erano stati i tentativi dei suoi colleghi.

Nella nota già citata, egli descrive dal punto di vista fisico – teorico il comportamento dei fluidi rifacendosi sui concetti generali dell’idraulica. In un secondo momento egli delinea il concetto di pressione arteriosa e traccia l’evoluzione dello sfigmomanometro (dai più recenti tentativi del dott. Karl von Vierordt fino ai ritrovati del fisiologo Étienne Jules Marey).

Il perfezionamento del nuovo sfigmomanometro a mercurio permette quindi, come espresso nella nota, “di rilevare, colla massima precisione scientifica possibile, non dei fenomeni naturali ma dei sintomi, cioè dati utilizzabili per la diagnosi, o per la prognosi, o per la cura delle malattie umane”.

Il nuovo strumento, pratico e preciso, conquistò l’Europa e gli Stati Uniti (dove il dott. H.W. Cushing, celebre neurochirurgo, ne introdusse l’impiego nella pratica senza esitazione).

Riva Rocci seguì il dott. Forlanini presso l’università di Pavia e assistette all’invenzione del primo pneumotorace terapeutico, contribuendo così alla cura dei pazienti affetti da tisi. Durante questo periodo fu docente di Pediatria presso la stessa università. Dal 1900 al 1928 fu direttore e primario dell’ospedale di Varese, dove fondò inoltre l’Associazione Medica Varesina.

Lo sfigmomanometro di Riva Rocci unito all’uso dello stetofonendoscopio (come descritto da Nikolai Korotkov nel 1905), salvo poche modifiche, accompagna ancora oggi il medico nella pratica semeiotica quotidiana.

Scipione Riva Rocci morì a Rapallo in seguito ad una grave malattia infettiva, l’encefalite letargica, contratta alcuni anni prima.

E’ da ricordare che il medico di Almese non volle mai brevettare la sua invenzione e ne rifiutò pedissequamente ogni sfruttamento commerciale.

PIÙ SICUREZZA SUI CANTIERI IN PIEMONTE

Migliorare la sicurezza sul lavoro nei cantieri edili è l’obiettivo che si pone un protocollo d’intesa, firmato il 10 maggio dall’assessore alla Sanità della Regione Piemonte e dai vertici di Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, che rappresenta un importante passo in avanti verso la legalità e la trasparenza, la riduzione del rischio di infortuni e incidenti gravi, l’insorgenza di malattie professionali.

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Sarà infatti più semplice e immediato lo scambio dei dati sui cantieri avviati in Piemonte fra gli Spresal (Servizi di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro) delle Asl e gli organismi paritetici e bilaterali del settore edile (Casse edili, Scuole edili Cpt, rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza). Questa condivisione di informazioni consentirà una più efficace programmazione degli interventi e permetterà di individuare in modo puntuale le situazioni che possono presentare particolari criticità, sia dal punto di vista della sicurezza che del rispetto delle norme contrattuali, anche attraverso l’incrocio dei dati con Inps, Inail e Casse edili. Verrà anche agevolato il monitoraggio dell’andamento del settore e delle tipologie di lavoratori impiegati.

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Gli aspetti legati alla prevenzione e alla formazione saranno approfonditi in appositi tavoli tecnici. In particolare, è prevista l’organizzazione di incontri con medici competenti, datori di lavoro e responsabili della sicurezza per una corretta valutazione dei rischi e una migliore sorveglianza sanitaria. I servizi Spresal delle Asl e il sistema bilaterale edile si occuperanno inoltre di promuovere campagne informative rivolte a tutte le figure del settore.

L’INQUINAMENTE 2.0 INVECCHIA LA PELLE PIU’ DELLO SMOG

GLI SCHERMI SONO DANNOSI?

L’inquinamento elettromagnetico emesso dagli schermi di computer e cellulari può avere effetti negativi sull’ epidermide e alterare le fibre di collagene. Non è solo lo smog che avvelena l’ aria, a danneggiare la nostra pelle. Anche l’ inquinamento elettromagnetico emesso dagli schermi di computer e cellulari può avere effetti negativi sull’ epidermide e alterare le fibre di collagene.

Se all’ esterno ogni anno vengono liberati nell’ aria oltre 36 miliardi di tonnellate di Co2 e il 92% della popolazione mondiale respira un’ aria di pessima qualità, satura di gas, metalli presenti nelle polveri sottili e diversi tipi di particelle, negli ambienti chiusi, dove ormai si trascorre il 90% del tempo, l’ aria può essere sino a dieci volte più inquinata. A mettere in guardia dalle nuove forme di inquinamento che alterano le funzioni dell’ epidermide è Alessandra Narcisi, dermatologa dell’ Istituto clinico Humanitas.

LA LUCE BLU

Le definizioni ormai si sprecano: Cov (Composti organici volatili), City Syndrome, luce blu. Proprio quest’ ultima è una fonte inquinante, sempre più diffusa, per la pelle e per gli occhi derivante dagli apparecchi elettronici e dai moderni device tecnologici, più pericolosa addirittura dei raggi Uv perché non produce effetti immediati, né facilmente indagabili. Così si parla di Digital Aging per indicare le rughe e i malesseri causati dai device tecnologici.

Si tratta di uno dei fattori di invecchiamento precoce della pelle che colpisce donne e uomini a tutte le età – spiega Narcisi – e si manifesta con rughe su viso e collo per effetto delle onde elettromagnetiche emesse dagli schermi di pc, smartphone e tablet. Queste onde aumentano la temperatura dei tessuti favorendo il surriscaldamento di quelli ricchi di acqua come il derma e portando quindi al deterioramento delle fibre collagene con conseguente insorgenza di rughe e doppio mento”.

UN’ALTRO GRANDE PROTAGONISTA: LA PLASTICA

Ma l’ inquinamento 2.0 ha un’ altra grande protagonista: la plastica. I Composti organici volatili (Cov) sono particelle potenzialmente nocive emesse da molteplici oggetti di uso comune e in particolare quelli che ‘profumano di nuovo’: formaldeide, toluene, acetaldeide, acetone. Dal momento che, secondo l’ Epa, l’ agenzia americana per la protezione dell’ ambiente, un individuo trascorre in media l’ 80% del proprio tempo in casa e sul posto di lavoro, “l’ inquinamento domestico costituisce un vero e proprio pericolo quotidiano, un’ insidia ancora tutta da esplorare e che le aziende cosmetiche stanno prendendo in considerazione da poco”, evidenzia l’ esperta. Proprio le case cosmetiche stanno facendo a gara nel produrre nuove linee anti-pollution.

I nuovi composti usano ingredienti base di vitamine C ed E e peptidi, in generale sostanze che agiscano contro l’ ossidazione o dalle funzioni anti-infiammatorie e lenitive. Sono efficaci – elenca la dermatologa – anche gli antociani e i flavonoidi e in generale le sostanze anti-ossidanti in grado di combattere le tossine, come il resveratrolo e il licopene. Occorre però anche potenziare l’ effetto barriera dell’ epidermide perché, se quest’ ultima non è integra, consente un più facile accesso e accumulo alle particelle. E’ bene, dunque, ricompattare le cellule superficiali usando sieri a base di ceramidi, i fosfolipidi che vanno a ricreare i legami fra le cellule, a renderle più forti e in grado di rigenerarsi.

da dottnet.it

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TECO MILANO :

QUANDO SI PARLA DI SICUREZZA SUL LAVORO, AMBIENTE, MEDICINA DEL LAVORO E FORMAZIONE TECO MILANO SRL È IL RIFERIMENTO GIUSTO PER CHI CERCA UN PARTNER ADATTO.

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MEDICO COMPETENTE JOURNAL 4/2018

È disponibile alla lettura qui sotto il numero 4/2018 della rivista MEDICO COMPETENTE JOURNAL la rivista della ANMA . In questo numero potrete trovare una carrellata sull’uso delle sostanze stupefacenti con riferimento anche a quei casi di uso della cannabis  “ legalizzato”. Inoltre la valutazione del rischio cancerogeno, i rischi  nell era 4.0 e la gestione di pazienti con disagi psichici e mentali

clicca qui sotto

XXXII CONGRESSO ANMA A MILANO MARITTIMA

 

BEST PRACTICES : LE LINEE GUIDA PER IL MEDICO COMPETENTE E IL LORO POTERE ESIMENTE PER LA RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE
Il successo delle passate edizioni della nostra importante iniziativa annuale, premiata da una sempre più numerosa partecipazione, sta impegnando nuovamente il Comitato Scientifico per proporre un programma valido e interessante e soprattutto per realizzare un evento che sia punto di incontro e di stimolo per tutta la Medicina del Lavoro, nel rispetto della mission ANMA di costante attenzione alla crescita e all’aggiornamento scientifici e culturali del Medico Competente.
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OBESITA’, FARE IL PENDOLARE IN MACCHINA RIDUCE LA VITA

Studio, aumenta del 32% la mortalità prematura

Chi soffre di obesità e fa il pendolare in auto ha un rischio di morte maggiore del 32% rispetto a chi, con peso normale, fa il pendolare in bicicletta e a piedi. E’ quanto emerge da uno studio dell’Università di Glasgow presentato al Congresso europeo sull’obesità che si è svolto nella città scozzese.
Già una precedente ricerca sul pendolarismo attivo (principalmente in bicicletta), aveva associato ad un rischio di morte ridotto della metà per rispetto al pendolarismo in auto.
Questa analisi ha incluso 163.149 partecipanti (tra 37 e 73 anni), che sono stati seguiti per una media di 5 anni.

Al termine del quinquennio è emerso che un totale di 2.425 partecipanti erano morti e 7.973 avevano sviluppato malattie cardiache.
Rispetto a quelli che avevano segnalato un peso corporeo sano e un pendolarismo attivo misto (a piedi e in bicicletta da e verso il lavoro), essere obesi in combinazione con il pendolarismo era associato ad un rischio maggiore del 32% per morte prematura, un raddoppiamento della mortalità per malattie cardiache e un aumento del 59% delle malattie cardiache non mortali.
Al contrario, le persone con obesità che hanno segnalato di essere pendolari attivi avevano un rischio di morte per qualsiasi causa simile ai pendolari attivi con peso normale, suggerendo che il ciclismo o la camminata da e verso il lavoro potevano ridurre l’effetto dannoso dell’obesità.(ANSA).

da ansa.it

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