Novità

MAGLIETTE INTELLIGENTI PER IL MONITORAGGIO DELLA SALUTE

È realizzata in tessuto elasticizzato con sensori in fibra ottica e può acquisire in tempo reale dati respiratori e sulla frequenza cardiaca, facilitando sia le indagini cliniche che la valutazione delle prestazioni sportive. La nuova maglietta “intelligente” è stata sviluppata da ENEA e Università Campus Bio-Medico di Roma.

Abbiamo utilizzato sensori in fibra ottica già in commercio e li abbiamo incapsulati all’interno di particolari materiali polimerici”, ha spiegato il ricercatore ENEA Michele Caponero. “Testata su ciclisti in allenamento simulato, la maglietta ci ha permesso di monitorare i parametri degli atleti, in particolare i volumi compartimentali e la frequenza respiratoria, che possono risultare utili per ottimizzare il training e migliorare le prestazioni”, ha aggiunto Emiliano Schenadell’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Secondo i ricercatori, la maglietta “smart” può offrire vantaggi significativi anche per le indagini cliniche, ad esempio monitorando i parametri respiratori durante le risonanze magnetiche, in cui i sensori di tipo elettrico risultano disturbati dal campo magnetico. I ricercatori, inoltre, prevedono di sfruttare questa tecnologia anche per altre possibili applicazioni.

Possiamo usare questi sensori per il monitoraggio della temperatura nelle procedure di ablazione laser per la rimozione dei tumori, in modo da salvaguardare i tessuti sani. Inoltre, stiamo investigando la possibilità di utilizzare questa tecnologia per monitorare il livello di umidità nell’aria erogata dal ventilatore polmonare prima che questa raggiunga le vie aeree del paziente”, ha affermato Daniela Lo Presti, dottoranda presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

da researchitaly.it

UNA MAGLIETTA LETSISMORE TESTATA NELL ‘ACCIAIERIA TYSSEN DI TERNI

Una t-shirt che permetta di controllare i parametri vitali di chi la indossa.  Per ora Ecg, sudore e frequenza respiratoria, ma altri sono in via di sviluppo.

Let’s for Thyssen!

 

 

RISCHIO DEPRESSIONE SE LA DONNA LAVORA TROPPO

Sentirsi intrappolate dietro una scrivania, un bancone o in fabbrica non fa bene al benessere psicologico delle donne: quelle con lavori che richiedono impegno settimanale prolungato possono infatti essere più inclini alla depressione.

Lo rileva una ricerca dello University College London, pubblicata sul Journal of Epidemiology and Community Health. Secondo i risultati dello studio, rispetto alle donne che lavorano in una settimana standard di 40 ore, quelle che totalizzano invece 55 ore di impegno o più mostrano maggiori sintomi depressivi.

Lo stesso può accadere anche agli uomini, ma solo se devono lavorare nel fine settimana. Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno preso in esame i dati relativi a oltre 23.000 adulti statunitensi che hanno partecipato ad un sondaggio nazionale sulla salute; hanno risposto ad un questionario standard sui sintomi depressivi che ha posto domande sulla fiducia in se stessi e l’autostima, la perdita del sonno rispetto alle preoccupazioni e la capacità di concentrarsi e affrontare i problemi della vita.

Un punteggio di 12 o superiore può segnalare casi di depressione e in media, lo studio ha rilevato che le donne che lavorano per 55 ore o più a settimana totalizzano in media 11,8, contro l’11 di quelle che hanno un impegno standard da 35 a 40 ore.

Tra gli uomini, coloro che lavorano nei fine settimana tendono a manifestare più sintomi, rispetto a quelli che lavorano solo nei giorni feriali, una volta presa in considerazione la soddisfazione lavorativa. C’è anche un risvolto positivo: le persone con settimane di lavoro molto lunghe hanno alti redditi familiari e la massima libertà sul lavoro. (ANSA)

RISCHIO STROKE SE L’ORARIO DI LAVORO È PROLUNGATO

Da nurse24.it

Sull American Hert Journal di giugno 2019  è stato pubblicato un articolo che mette in relazione l’orario di lavoro prolungato (più di 10 ore al giorno) con un aumentato rischio di stroke.

Alla base di questo report c’è l’assunto che il Long Working Hours (LHW), cioè l’attività lavorativa che supera le 10 ore al giorno condotta per almeno 50 giorni all’anno, sia un potenziale fattore di rischio per lo stroke.

Sono stati condotti altri studi sulla relazione diretta o indiretta delle condizioni di lavoro sull’aumento del rischio di stroke, aritmie cardiache o coagulopatie in soggetti in LWH e viene sottolineato che turni irregolari, lavoro notturno e lavori particolarmente stressanti (fisicamente e mentalmente) non sono condizioni lavorative salutari.

LABOR TUTOR INAIL IN METALMECCANICA

Il documento Labor Tutor illustra in maniera dettagliata tutti i fattori di rischio riscontrabili nell’industria della lavorazione e trasformazione dei metalli, spaziando dai più frequenti a quelli meno probabili, e comunque potenzialmente presenti.

Per ciascun fattore di rischio vengono descritte le misure di prevenzione e protezione (DPI compresi).

Nel dettaglio vengono analizzati e presentati, assieme alle misure di prevenzione e protezione specifiche, i seguenti fattori di rischio:

  • Rischio da agenti biologici, chimici, ustionanti e cancerogeni
  • Apparecchi di sollevamento e rischi da caduta di materiali
  • Campi elettromagnetici
  • Carrelli elevatori e carrelli porta pallets
  • Fumi e vapori
  • Infortuni di origine meccanica e macchine a controllo numerico
  • Rischi da ambienti di lavoro e magazzini
  • Movimentazioni manuali e ripetute
  • Polveri
  • Ribalte e piani di caricamento
  • Proiezione di materiali
  • Radiazioni ottiche e ionizzanti
  • Rischio di incendio ed esplosione
  • Rischi da agenti fisici comuni (rumore, vibrazioni, elettricità)

> scarica “Labor Tutor” in formato pdf

UN NUOVO MANUALE INAIL PER LA MANUTENZIONE

Da Biblus.acca.it

L’INAIL ha pubblicato un’interessante guida per la sicurezza sul lavoro legata alle attività di manutenzione: dagli impianti alle attrezzature

L’INAIL (Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha pubblicato la guida dal titolo:

La manutenzione per la sicurezza sul lavoro e la sicurezza nella manutenzione

Il documento parte dal presupposto che l’incremento dei rischi dovuti alla manutenzione ha come conseguenza la necessità di ponderare con attenzione tale attività durante la valutazione dei rischi.

In particolare, vi sono problemi specifici che si pongono laddove le operazioni di manutenzione sono esternalizzate con affidamento in appalto. In tal caso vi sono ulteriori rischi dovuti all’interferenza ed alla compresenza di lavoratori di più imprese; è anche per questo che il lavoro manutentivo sottopone i lavoratori a rischi superiori a quelli cui sono sottoposti gli altri.

La pubblicazione INAIL è utile per i lavoratori della manutenzione nonché per i loro datori di lavoro e committenti.

Le attività di MANUtenzione

L’attività di manutenzione ha subito significativi mutamenti negli ultimi decenni, evolvendo da un’impostazione tradizionale che la vedeva sostanzialmente come “riparazione quando si verifica un guasto”, ad una attività assai più complessa che prevede interventi anche di ordine preventivo e periodico e che impone un’attenzione specifica alla formazione ed alle competenze dei lavoratori stessi.

In questo senso, gli obblighi di manutenzione e le modalità del loro adempimento pongono di fronte ad una duplice problematica:

  • da un lato, l’esigenza che il datore di lavoro rispetti puntualmente le indicazioni fornite dal Tu 81 garantendo la permanenza nel tempo dei requisiti di sicurezza richiesti per gli ambienti e le attrezzature di lavoro
  • dall’altro, l’assoluta necessità che siano adeguatamente tutelate la salute e la sicurezza degli stessi addetti alle attività di manutenzione.

Appare, quindi, essenziale che il significativo incremento dei rischi associati alla manutenzione, debba portare ad un’attenta ponderazione della stessa in sede di valutazione dei rischi, considerando tale attività non più come “attività puntuale” ma come “processo continuo”.

La guida INAIL

La guida prende in considerazione, in particolare, tre aspetti fondamentali:

  • la manutenzione dei luoghi di lavoro, degli impianti e delle attrezzature di lavoro
  • l’esternalizzazione della manutenzione
  • i rischi dovuti alle interferenze nell’ambiente lavorativo

Inoltre, si propone di mettere in luce:

  • le diverse problematiche associate agli argomenti citati
  • gli adempimenti legislativi che riguardano tali problematiche
  • le tecniche ingegneristiche talvolta applicate per la loro gestione

Essa riguarda le seguenti categorie di figure coinvoltenell’attività lavorativa:

  • datori di lavoro
  • dirigenti
  • responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP)
  • rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS)
  • responsabili della manutenzione
  • addetti alla manutenzione
  • responsabili dei contratti, responsabili della gestione di appaltatori e fornitori

La guida si suddivide nei seguenti capitoli:

  1. Effetti della manutenzione sulla salute e sicurezza sul lavoro
  2. Soluzioni per una manutenzione sicura
  3. La manutenzione nel dlgs 81/2008
  4. La manutenzione delle attrezzature di lavoro
  5. La manutenzione dei dispositivi di protezione individuale
  6. La manutenzione degli impianti
  7. Aspetti legislativi e normativi riguardanti la manutenzione e le verifiche degli impianti elettrici
  8. Cenni di affidabilità
  9. Politiche di pianificazione della manutenzione
  10. Metodi analitici di pianificazione della manutenzione
  11. La tecnologia RFId al servizio della manutenzione
  12. L’esternalizzazione del servizio di manutenzione
  13. . Riferimenti

LA REALTA ‘ AUMENTATA AL LAVORO

Cinque dispositivi progettati per le aziende

La realtà aumentata si sta facendo strada nelle aziende come strumento di collaborazione e produttività. Ecco i migliori dispositivi AR per uso aziendale

Immagine correlata

La realtà aumentata (AR) sta entrando nelle aziende come strumento di collaborazione e produttività. Alcune imprese la usano per la formazione dei dipendenti, altre per offrire assistenza remota ai tecnici sul campo. Ci sono chirurghi che usano dispositivi AR in sala operatoria.

I primi sistemi AR risalgono agli anni ’60 e oggi vengono utilizzati principalmente per sovrapporre oggetti virtuali e informazioni su ambienti fisici, utilizzando uno schermo incorporato in occhiali intelligenti o la fotocamera di smartphone e tablet (come nell’applicazione Pokemon Go).

Con l’evoluzione dell’AR, l’interesse delle imprese è cresciuto, una tendenza che dovrebbe continuare nei prossimi anni. La spesa globale combinata in realtà aumentata e realtà virtuale (VR) ha raggiunto 16,8 miliardi di dollari quest’anno, secondo un recente report di IDC, e la società di ricerca prevede che arriverà a 160 miliardi di dollari nel 2023. Si tratta di più del doppio delle stime di Markets and Markets che, pur prevedendo una crescita, prevede una spesa nel settore AR di 61,4 miliardi di dollari nel 2023.

Le imprese rappresenteranno una voce importante nel volume d’affari, secondo IDC. La domanda proveniente sia dai lavoratori in prima linea, che hanno bisogno di dispositivi informatici e mani libere, sia da chi lavora in ufficio, dove l’AR è vista come un vantaggio per la collaborazione dei dipendenti.

La realtà aumentata sta guadagnando quota nel mercato business grazie alla sua capacità di facilitare le attività, fornire accesso alle risorse e risolvere problemi complessi”, ha dichiarato Marcus Torchia, direttore di ricerca presso IDC. “Settori come la produzione, i servizi di pubblica utilità, le telecomunicazioni e la logistica stanno adottando in misura crescente l’AR per svolgere compiti di assemblaggio, manutenzione e riparazione”.

C’è un interesse crescente da parte delle grandi aziende e aumentano i progetti pilota con soluzioni di realtà aumentata e mista”, ha sottolineato Mark Sage, responsabile di Augmented Reality for Enterprise Alliance (AREA) . “L’offerta di hardware AR continuerà a migliorare ed evolvere, con design più confortevoli e prestazioni migliori, il che porterà a un’ulteriore adozione”.

Ecco una panoramica sui cinque sistemi AR già disponibili per le imprese.

Google Glass Enterprise Edition

I primi smartglass di Google sono arrivati nel 2013, e hanno segnato una pietra miliare nei dispositivi AR. Il dispositivo presenta un touchpad per la navigazione sul lato della montatura degli occhiali, una fotocamera e un display per informazioni che mostrano video, e-mail e altre notifiche.

Glass Enterprise Edition 2

Nonostante il clamore, i Google Glass sono stati considerati un flop, perché non hanno raggiunto una diffusione su larga scala. Ciò non vuol dire che la tecnologia non abbia mostrato risultati promettenti: Google ha successivamente ridimensionato le sue ambizioni e ha sviluppato i Glass esclusivamente per uso aziendale, lanciando nel 2017 l’Enterprise Edition nell’ambito della sua misteriosa divisione “X”.

L’idea è che gli smartglass siano più adatti ai lavoratori che hanno bisogno di computer e di avere le mani libere, come per esempio nella produzione e nella logistica.

Lo scorso mese è stata presentata una nuova Google Glass Enterprise Edition e la società ha annunciato che sta riportando lo sviluppo all’interno delle sue attività principali – un segnale, forse, delle intenzioni di Google riguardo alla tecnologia.

L’ultima versione di Glass utilizza il nuovo chip Qualcomm Snapdragon XR1, che supporta algoritmi di machine learning sul dispositivo e offre prestazioni migliorate di computer vision. Ci sono anche miglioramenti alla durata della batteria e una connessione USB-C per una ricarica rapida.

I Google Glass sono uno dei dispositivi AR più leggeri destinati agli utenti aziendali, sebbene le loro funzionalità siano più limitate rispetto ad altri dispositivi disponibili sul mercato. Tuttavia supportano una serie di funzioni, tra cui l’accesso a video per la formazione e immagini con annotate con istruzioni, e facilitano la collaborazione. Gli operatori in prima linea possono collegarsi con esperti remoti, per esempio, grazie allo streaming video in diretta dalla videocamera degli occhiali.

I dispositivi e il software associato costano 999 dollari e vengono venduti tramite i partner; i prezzi variano a seconda delle esigenze di personalizzazione e supporto.

Microsoft HoloLens 2

HoloLens, il dispositivo per realtà mista di Microsoft, è stato progettato fin dall’inizio per uso aziendale. Gli utenti possono interagire con oggetti proiettati sulla visiera colorata utilizzando una varietà di input, come comandi vocali, eye-tracking e gesti delle mani.

microsoft hololens-2

All’inizio di quest’anno, al Mobile World Congress, Microsoft ha annunciato una nuova versione degli HoloLens, più sottile e più potente della precedente, che gira sul processore Snapdragon 850 di Qualcomm. È anche più comoda da indossare per periodi prolungati, grazie ad un design più ergonomico e al telaio in fibra di carbonio.

Sebbene ci siano miglioramenti rispetto alla prima iterazione, HoloLens 2 non è privo di limiti. Nella sua recensione del dispositivo per Computerworld, l’analista Rob Enderle ha notato che l’occlusione – la capacità di nascondere oggetti virtuali dietro cose reali – richiede ancora miglioramenti.

HoloLens 2 supporterà una varietà di app Microsoft. L’elenco include il suo software aziendale Dynamics 365Guides, che offre formazione step by step, e Layout, uno strumento di progettazione 3D.

Microsoft sembra aver avuto il maggior successo in termini di adozione. Recentemente ha sconfitto la rivale Magic Leap stipulando un contratto da 480 milioni di dollari con l’Esercito americano, che potrebbe significare la distribuzione di 100.000 HoloLens 2 adattati per l’addestramento e il combattimento delle truppe.

Microsoft non ha ancora annunciato una data definitiva per il rilascio di HoloLens 2, anche se dovrebbe essere disponibile entro la fine dell’anno. Il dispositivo sarà meno costoso del suo predecessore, ma non è esattamente economico: l’ultima versione avrà un costo di 3.500 dollari al momento del lancio.

L’HoloLens originale- venduto inizialmente al prezzo di 5.000 dollari – ora costa 3.000 dollari, anche se nello store online di Microsoft è esaurito.

Lenovo ThinkReality A6

Il dispositivo AR di Lenovo prende spunto dal design di HoloLens, con una visiera mobile che sovrappone grafica 3D in ambienti reali.

Risultati immagini per REALTA AUMENTATA

Poiché il peso può essere un inconveniente per i dispositivi AR e VR, il ThinkReality A6 è stato progettato per essere più leggero di altre opzioni. Le batterie rimovibili da 6,800 mAh possono essere sostituite per mantenere il dispositivo in azione per periodi di tempo prolungati; ogni batteria dura circa quattro ore.

Il ThinkReality A6 non è la prima incursione di Lenovo nel mondo VR. L’anno scorso, infatti, ha lanciato un dispositivo per Windows a realtà mista e il sistema standalone Mirage Solo. Tuttavia il ThinkReality A6 è il primo dispositivo Lenovo progettato specificamente per uso aziendale.

Come HoloLens 2, il dispositivo Lenovo supporta una serie di comandi di input, tra cui gesti delle mani, voce e eye-tracking. Utilizza un chip Qualcomm Snapdragon 845, che ha una velocità di clock leggermente inferiore rispetto al chip del dispositivo Microsoft.

Lenovo ha annunciato anche una piattaforma software indipendente dal dispositivo che supporta app AR e VR su una varietà di sistemi operativi. Per ora i prezzi non sono noti.

Vuzix M300 e M400

Fondata nel 1997, Vuzix ha una lunga storia nella creazione di dispositivi VR e AR per uso professionale.

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La sua gamma principale di occhiali intelligenti segue lo stesso percorso dei Google Glass, con hardware di calcolo, microfono, fotocamera e display integrati nella montatura. Il Vuzix M300 è arrivato nel 2017 ed è progettato per uso aziendale, come la maggior parte dei suoi smartglass. La società vende una gamma di accessori per l’M300, tra cui un kit in vetro di sicurezza, un supporto per il capo e una batteria esterna per un uso prolungato. Nel 2018 è stato lanciato l’M300XL, con fotocamera da 16MP migliorata, maggiore durata della batteria e migliore stabilizzazione ottica.

E’ già in arrivo la prossima iterazione, l’M400. Come l’ultimo Google Glass, l’M400 utilizzerà Snapdragon XR1 di Qualcomm, il primo chip progettato per applicazioni VR e AR. Il nuovo dispositivo, annunciato al MWC, sarà anche sostanzialmente più leggero e più potente del suo predecessore.

L’M300 è ora esaurito sul sito web di Vuzix, anche se la versione XL è ancora disponibile. L’M400 costerà 1.799 dollari, nell’ambito del programma di early adopter.

Leap One di Magic Leap

Negli ultimi due anni la startup specializzata in AR ha attirato una quantità impressionante di investimenti: fino ad oggi ha raccolto 2,6 miliardi di dollari, nonostante il suo primo dispositivo Leap One sia appena arrivato sul mercato.

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Gli occhiali Leap One, ispirati al filone fantascientifico steampunk, sono pensati per il segmento consumer, ma la società ha dichiarato che sarà destinato anche alle aziende.

A tal fine Magic Leap ha acquisito la società di “co-presenza” AR Mimesys. La tecnologia di videoconferenza della startup belga consente a un indossatore di cuffie Leap One di vedere una rappresentazione 3D di una persona durante una videochiamata. A differenza dell’app Avatar Chat, che Magic Leap offre già, Mimesys crea avatar che assomigliano alle persone che rappresentano. Ciò renderebbe più realistiche le riunioni d’affari virtuali.

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La Creator Edition del dispositivo Leap One costa 2.295 dollari, ma al momento è disponibile solo in alcune città degli Stati Uniti, dove Magic Leap può organizzare il setup e la consegna: Chicago, Los Angeles, Miami, New York, San Francisco e Seattle.

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TUTTA LA MICROPLASTICA DELLA NOSTRA TAVOLA

Da il sole24ore

NEW YORK – Sono nel cibo che mangiamo, in ciò che beviamo e persino nell’aria che respiriamo. Le microplastiche – particelle minuscole più piccole di cinque millimetri – contaminano l’ambiente che ci circonda. La loro diffusione continua ad aumentare nonostante gli sforzi dei governi, delle organizzazioni per la tutela dell’ambiente e del cambiamento degli stili di vita. Uno studio dell’Università di Newcastle, in Australia, che ha messo assieme i risultati di 52 ricerche preesistenti sulle stime di ingestione della plastica nel mondo, sostiene che ogni essere umano ingerisce in media 1.769 particelle di microplastica a settimana semplicemente bevendo acqua. Vale a dire: cinque grammi di microplastiche finiscono nei nostri organismi ogni sette giorni. Tradotto equivale al peso di una carta di credito.

Negli Usa record di microplastiche
Gli Stati Uniti, la patria del consumismo, dove al supermercato quando acquisti qualcosa ti danno gratis non una ma due buste di plastica, sono più a rischio dell’Europa. I sacchetti e le cannucce di plastica sono i principali imputati. Microplastiche oltre all’acqua sono state ritrovate nella birra, nel sale, nel pesce, nello zucchero, nell’alcool e nel miele. Per calcolare quanto spesso una persona mangi questi alimenti sono state prese in considerazioni le raccomandazioni del Dipartimento all’Agricoltura Usa. Stando a questi dati le microplastiche nel cibo sono in media nel 15% delle calorie ingerite da ogni individuo.
Un altro studio del 2018 sostiene che negli Stati Uniti, in ragione del maggiore inquinamento da plastica, sono stati riscontrati il doppio delle microplastiche nell’acqua di rubinetto rispetto a Europa, India o in Indonesia, pari a 90.000 particelle all’anno. Che vanno ad aggiungersi alle bevande ingerite dagli americani con le bottiglie in plastica: da 74mila a 121mila particelle di microplastica dalle bevande in bottiglia oltre, appunto, alle 90mila particelle ingerite con l’acqua del rubinetto.

La plastica che viene dal mare
Le microplastiche entrano nella catena alimentare attraverso i fiumi, i mari e gli oceani. Vengono ingerite dai pesci e finiscono nella catena alimentare.
Dopo l’acqua di rubinetto e le bevande in bottiglia, i crostacei sarebbero la seconda maggiore fonte di ingestione di microplastiche nell’organismo, secondo la ricerca dell’università australiana. Questo perché gamberi, aragoste, scampi, astici e mazzancolle “vengono mangiati tutti, compreso il loro apparato digerente, dopo una vita trascorsa in acque marine inquinate”, ha spiegato Kieran Cox l’autore della ricerca, secondo cui le conclusioni sono sottostimate e i livelli di ingestione di microplastiche sarebbero in realtà più elevati. Ma le micro particelle diffuse nell’ambitente derivano da tante altre fonti, incluse le fibre tessili artificiali come nylon e poliestere, le microsfere di alcuni dentifrici, e grandi pezzi di plastica che gradualmente si riducono e vengono dispersi in parti sempre più piccole in mare, nell’irrigazione e nell’alimentazione animale, sino a finire sulle nostre tavole.

Quali rischi per la salute umana?
Tra gli scienziati non c’è concordanza sui danni che le microplastiche possono causare nell’organismo umano nel lungo termine. La ricerca dell’Università di Newcastle è stata commissionata dal Wwf per il suo report “No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestione from Nature to People”. Secondo uno studio del King’s College di Londra datato 2017 l’effetto cumulativo dell’ingestione delle microplastiche nel tempo può essere dannoso. I diversi tipi di plastica hanno proprietà tossiche differenti: alcuni tipi di plastica possono contenere elementi tossici come la clorina, altre possono lasciare tracce di piombo nell’ambiente. Nel tempo queste tossine possono avere un impatto sul sistema immunitario. L’oceanografo inglese Richard Lampitt, non coinvolto nella ricerca australiana, intervistato da Cnn ha sottolineato la difficoltà a valutare l’impatto dell’ingestione delle microplastiche senza comprendere tutti i rischi correlati alla salute umana. “C’è molta incertezza sull’impatto della plastica sulla salute”, ha detto il ricercatore auspicando nuovi studi sui danni a lungo termine nell’organismo umano.

Nel 2050 produzione triplicata
È evidente che la risposta deve arrivare dalle politiche dei governi, delle organizzazioni internazionali e delle aziende per limitare la produzione e il consumo di plastica a livello mondiale e promuovere il riciclo corretto. Ogni anno nel mondo si producono 330milioni di tonnellate metriche di plastica. Almeno 8 tonnellate di plastica finiscono nel mare. Non è immune il Mediterraneo, anche se i mari più inquinati sono in Asia come ha raccontato il velista Giovanni Soldini durante una recente regata da Hong Kong a Londra, nella quale uno dei tre timoni della sua veloce barca a vela è stato danneggiato da rifiuti dell’Oceano Indiano.

La plastica nei mari italiani
Il Consiglio nazionale delle ricerche stima che ogni chilometro quadrato di mare in Italia contenga fino a 10 chilogrammi di plastica. Nel Tirreno settentrionale, attorno a Sardegna, Sicilia e Puglia il Cnr stima almeno due chili di plastica in superficie. Il 79% di questa plastica finisce nelle discariche e in tutti gli ambienti naturali, il 12% viene incenerito e solo il 9% riciclato. Nonostante le politiche virtuose di tanti paesi per limitare o eliminare, ad esempio, come è in Europa, le buste di plastica, la produzione di plastica è aumentata dal 2000 del 4% l’anno. Le stime al 2050 parlano di una produzione più che triplicata rispetto ai valori attuali: senza cambiamenti radicali di politiche e se l’andamento della produzione proseguirà nella maniera attuale la plastica potrebbe raggiungere i 34 miliardi di tonnellate di cui almeno 12 tonnellate l’anno di rifiuti sparsi in tutti gli ambienti. Pensateci la prossima volta che gettate un pezzo di plastica per strada.

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COME PROTEGGERSI DAL SOLE SUL LAVORO

Gli esperti li chiamano “lavoratori outdoor” perché svolgono una frazione significativa del proprio orario lavorativo all’aperto e sono interessati dalle patologie correlate con l’esposizione a luce solare.

Sono gli agricoltori, i giardinieri, i portuali, gli operai, ma anche gli istruttori di sport all’aperto, i benzinai, i portalettere, i bagnini, i vigili urbani e l’elenco non finisce qui. Sono tutte persone che per lavoro devono stare sotto il sole, spesso troppe ore e senza protezione. A loro e ai datori di lavoro è stato dedicato in passato un opuscolo, curato da Adriano Papale, medico ricercatore dell’Inail (ex Ispesl), “La radiazione solare ultravioletta: un rischio per i lavoratori all’aperto”, una guida sempre utile con consigli e le valutazioni sul rischio da esposizione solare…

Le strategie di protezione: i consigli degli esperti. La fotoprotezione ambientale, come sottolinea Papale, consiste nell’attuare una sorta di schermatura con teli e con coperture, ove possibile, e fornire cabine schermate per i lavoratori che devono sostare a lungo all’aperto. Per creare zone d’ombra esistono anche strutture portatili (simili a ombrelloni) che il lavoratore sposta secondo le proprie esigenze. Bisognerebbe poi sfruttare le ombre degli alberi o di costruzioni vicine e fornire al lavoratore un luogo ombreggiato per le pause.  Un altro consiglio è l’organizzazione dell’orario di lavoro: durante le ore della giornata in cui gli Uv sono più intensi (ore 10/14 oppure 11/15 con l’ora legale) dedicarsi ai compiti svolti all’interno, riservando quelli all’esterno per gli orari mattutini e serali.

L’importanza di creme solari, abiti adeguati e occhiali. Anche i prodotti antisolari (creme con filtri solari) hanno dimostrato la loro validità nel ridurre l’incidenza sia di alterazioni neoplastiche epiteliali della cute sia il fotoinvecchiamento. E ancora indossare un cappello in tessuto anti Uv, a tesa larga e circolare (di almeno 8 cm.) per proteggere capo e viso. Quando si lavora al sole, anche se fa caldo non bisogna scoprirsi, vanno usati invece abiti leggeri e larghi, maniche e pantaloni lunghi e tessuti che proteggano dai raggi Uv. Non dimentichiamo infine di proteggere gli occhi. Infatti l’esposizione per una o due ore senza protezione, può determinare arrossamento e bruciore (cheratite) dovuta alla radiazione Uva che può favorire, soprattutto nei più giovani, la formazione precoce di cataratta. Gli occhiali da sole proteggono anche da quella parte dello spettro visibile ancora molto energetica (luce blu) che, raggiungendo la retina e contrariamente agli Uva assorbiti tra la cornea e il cristallino, può provocare, reazioni fototossiche alla base di potenziali effetti di degenerazione maculare senile.

La prevenzione più efficace? Un po’ di “buon senso”. Insomma, come rileva Massimo Borra, l’esposizione alla radiazione solare deve essere “pensata” per poterne godere degli aspetti benefici e salutari senza incorrere, o perlomeno rendendo minimi, gli immancabili ma “naturali” effetti dannosi.

“Per lavorare correttamente all’aperto limitando i rischi di esposizione alla radiazione solare dobbiamo solo ritrovare il “buon senso al sole” dei nostri nonni e bisnonni contadini, che si alzavano all’alba per mietere il grano, riposavano all’ombra durante le ore di canicola e vestivano camicie e cappelloni di paglia”, conclude Borra. “Se poi consideriamo che forse non sapevano neppure leggere e che “sicurezza del lavoro” forse significava solamente “certezza di un salario” alla fine della giornata, allora possiamo essere sicuri che, se ci sono riusciti loro, con un po’ di “buon senso” anche noi, oggi, possiamo lavorare nel modo corretto “alla luce del sole”. (fonte Inail)

di d.marsicano

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VADEMECUM ISO 45001

Il 12 marzo del 2018 è uscita la norma ISO 45001, che sostituirà progressivamente il sistema di gestione OHSAS 18001 (data definitiva: 11 marzo 2021, ndr.), che tutti conoscono come condizione esimente per la responsabilità amministrativa dei modelli 231. L’obiettivo della norma introdotta dall’International Organization for Standardization (ISO) è proteggere dipendenti e visitatori da incidenti e malattie legate al lavoro: si tratta del primo standard internazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro ..

Il primo aspetto da cui partire è l’analisi del contesto. «Bisogna ragionare sui rischi aziendali, non più e non solo in una logica di sicurezza sul lavoro tradizionale, con focus solo sui documenti di valutazione dei rischi. Bisogna ragionare all’interno di un ecosistema, in cui l’aspetto di rischio viene analizzato sulla filiera del trasporto, in una visione di cluster aziendale, considerando l’impatto degli outsourcer rispetto ai fattori di rischio in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro».

Il secondo aspetto è legato alla competenza e consapevolezza dei lavoratori. «Il tema della consapevolezza è molto battuto e dibattuto. Se la formazione è un tema ricorrente, vista la sua obbligatorietà in materia di sicurezza, la consapevolezza è qualcosa di più: si tratta di verificare il livello di impatto sull’organizzazione, le regole organizzative alla prevenzione del rischio». Affrontare questo tema vuol dire verificare, intervistare il personale che lavora per comprendere se siano adottate in modo corretto le procedure aziendali.

Il terzo aspetto, importante da rilevare e approfondire, è la valutazione dei rischi. «Tutti hanno in testa la valutazione dei rischi tradizionale, che fa riferimento alla compliance e all’obbligo previsto dall’articolo 28 dell’81/08. «La norma ISO 45001 ci invita a fare una riflessione diversa, considerare la sicurezza fuori dal perimetro tradizionale, e verificare anche in fase di progettazioni l’impatto che possono avere sul lavoro o sull’health and safety ad esempio le attività svolte fuori dal luogo di lavoro presidiato dal datore di lavoro, dai dirigenti e dei preposti».

«E poi c’è il tema del cambiamento», «Cambiano i processi aziendali, cambiano i flussi di lavoro, cambiano i processi produttivi e quindi gli impianti: è necessario pensare in anticipo all’impatto che si avrà a livello di health and safety. E, infine, non si deve trascurare il fattore umano. Fidarsi solo delle macchine è il modo peggiore per affrontare il tema della sicurezza. Il punto centrale della sicurezza sul lavoro è e sarà sempre il fattore umano».

Da digital4.biz

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SILICOSI E SABBIATURA JEANS

Da il cambiamento

La Clean Clothes Campaign (CCC) è nata nel 1989 per migliorare le condizioni delle persone impiegate nel settore tessile e dell’abbigliamento a livello globale. Il suo obiettivo è quello di far rispettare i diritti fondamentali dei lavoratori attraverso la sensibilizzazione e la mobilitazione dei consumatori, la pressione sulle imprese e i governi. Le sue campagne sono molte.

Ultima, solo in ordine di tempo, quella che chiede l’arresto della pratica della sabbiatura dei jeans, un processo abrasivo per lisciare o formare superfici (non solo tessuti, ma anche ceramica ed altri materiali) su cui la sabbia viene sparata ad alta pressione. Una tecnica che invecchia il denim (il tessuto più utilizzato per il confezionamento dei jeans) a danno della salute di chi lo deve trattare.  “La sabbiatura (sandblasting) può causare una forma acuta di silicosi, malattia polmonare mortale”. Questa tecnica per rendere scoloriti o sfumati i nostri pantaloni sta infatti mettendo in grave pericolo la vita di migliaia di lavoratori del settore tessile in molte parti del mondo. È spesso utilizzata nei laboratori dell’economia sommersa di Paesi come il Bangladesh, l’Egitto, la Cina, la Turchia, il Brasile e il Messico, nei quali vengono prodotti i jeans venduti in Europa ed in Nord America. La situazione più allarmante si è riscontrata in Turchia, dove si sono documentati 46 casi di decesso di sabbiatori a causa della silicosi. In Turchia, però, grazie alla crescita di consapevolezza e ad una campagna pubblica iniziata circa dieci anni fa, il Ministero della Salute ha vietato la sabbiatura dei jeans nel marzo 2009. Si stimano tra gli 8.000 e i 10.000 i lavoratori impiegati nei laboratori di sabbiatura negli ultimi dieci anni, la maggior parte dei quali impiegata informalmente e senza contratto. Quelli stranieri e i bambini sono generalmente impiegati illegalmente. Di questi si stima che dai 4.000 ai 5.000 siano affetti da silicosi.

La maggior parte di loro purtroppo non è consapevole dei rischi alla salute che corre lavorando in questi laboratori. Risulta però essere molto difficile raggiungere i lavoratori interessati, molti dei quali immigrati da Romania, Moldavia, Azerbaigian e Georgia. Viste le condizioni di illegalità con le quali questi lavoratori sono assunti, nel gennaio 2010 il Ministero della Sanità turco ha approvato una legge “per fornire ad ogni paziente malato di silicosi servizi sanitari a titolo gratuito, indipendentemente dal suo stato di sicurezza sociale”. Un’altra ottima scelta del governo di Ankara. Il problema è che molte altre difficoltà affliggono gli operai della sabbiatura: avendo lavorato sempre in nero, ad esempio, non sono coperti dalla previdenza sociale e non ricevono alcuna pensione. Devono invece promuovere azioni legali per chiedere pensioni di invalidità.

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