Novità

GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA

Da focus.it

Giornata mondiale dell’acqua: nessuno deve restare indietro

World Water Day 2019 per riflettere sull’importanza dell’acqua – In a Bottle

Un bene primario di cui ci sarà sempre maggiore richiesta, un diritto troppo spesso violato: l’acqua è fondamentale per il benessere economico e sociale, ma è proprio ai più poveri che viene venduta a caro prezzo, mentre i ricchi hanno facilità di accesso.

In molte regioni del mondo l’onere di recuperare e trasportare acqua il più possibile pulita è quasi sempre lasciato alle donne. Vedi anche: due miliardi di persone bevono acqua contaminata.|

Nessuno sia lasciato indietro: è l’imperativo scandito dalle Nazioni Unite con il Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche 2019, presentato in occasione della Giornata Internazionale dell’Acqua, il 22 marzo, e al termine dei lavori della 40esima sessione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

DIRITTO DI BASE. L’accesso all’acqua pulita e a servizi igienico-sanitari adeguati è indispensabile per appianare le disuguaglianze socio-economiche, oltre a essere un diritto fondamentale per sostenere la salute delle persone e garantire la loro dignità di esseri umani. Questo diritto non è temporaneo, non può essere revocato e non è soggetto all’approvazione degli Stati: deve poter essere garantito a tutti senza distinzioni, anche in base a quanto sancito dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

 

giornata mondiale acqua, world water day, Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche

Più di due miliardi di persone vivono in paesi sottoposti a livelli elevati di stress idrico. Per stress idrico si intende “il rapporto tra i prelievi totali annui di acqua dolce dei principali settori dell’economia, incluse le necessità idriche ambientali, e il totale delle risorse rinnovabili di acqua dolce, espresso in percentuale”. | UN

 

Acqua e servizi igienico-sanitari devono essere “disponibili, fisicamente accessibili, a costi equi e sostenibili, sicuri e culturalmente accettabili”, eppure persistono condizioni che creano iniquità e categorie di “esclusi”. Nel 2015 oltre 2,1 miliardi di persone, il 29% della popolazione globale, non avevano ancora accesso a servizi di fornitura di acqua potabile gestiti in sicurezza, mentre 844 milioni di persone erano escluse da servizi di base di fornitura dell’acqua potabile.

 

giornata mondiale acqua, world water day, Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche

La copertura dei servizi idrici gestiti in sicurezza varia di molto in base alle regioni geografiche: dal 24% dell’Africa subsahariana al 94% di Europa e Nordamerica. | UN

 

TAGLIATI FUORI. Secondo il rapporto, “circa la metà delle persone che consumano acqua proveniente da fonti non protette vive nell’Africa subsahariana. Sei persone su dieci non hanno accesso a servizi igienico-sanitari sicuri e una persona su nove pratica la defecazione all’aperto”. Ma anche all’interno delle stesse aree geografiche, delle stesse comunità, persino delle stesse famiglie, persistono differenze di trattamento nell’accesso all’acqua.

 

L’INCOMBENZA PIÙ GRAVOSA. C’è una discriminazione di genere, che assegna principalmente alle donne il compito di reperire acqua per cucinare e lavarsi. Uno studio sul tempo e sulla carenza di acqua in 25 paesi dell’Africa subsahariana rivela che le donne dedicano complessivamente alla raccolta di acqua potabile almeno 16 milioni di ore al giorno, mentre gli uomini riservano alla stessa attività 6 milioni di ore e i bambini 4 milioni di ore (OMS/UNICEF, 2012). Tempo che è sottratto allo studio, e che espone le donne a fatica fisica e pericoli per la loro incolumità.

 

giornata mondiale acqua, world water day, Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche

Nel 2015 una persona su tre (2,3 miliardi di persone) non avevano accesso regolare a servizi igienico-sanitari di base; di questi, 892 milioni di persone praticano la defecazione all’aperto. | UN

 

MANCANZA CHE DISCRIMINA.All’acqua è legata la gestione dell’igiene mestruale, un tabù culturale in molti contesti poveri e rurali, che costringe le ragazze ad allontanarsi dalla scuola, emarginandole e ignorando la loro salute sessuale e riproduttiva. Altre condizioni di esclusione dall’accesso all’acqua sono la disabilità, la povertà e la mancanza di istruzione, le differenze religiose: le minoranze etniche e linguistiche, le popolazioni indigene, i popoli che hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa di guerre e catastrofi climatiche, i rifugiati, i migranti, sono spesso esclusi dall’approvvigionamento di acqua e servizi.

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ACQUA DA MANGIARE. Oltre ad avere un accesso inadeguato all’acqua, queste persone sono quelle che pagano il prezzo più alto per averla, mentre chi abita nei Paesi industrializzati dà per scontato la disponibilità di acqua pulita e abbondante dal rubinetto di casa. Questa forbice sociale si abbatte sulla disponibilità di cibo e sulla possibilità di assicurare un reddito alla famiglia: l’agricoltura è il principale settore consumatore di acqua, con il 69% dei prelievi annui a livello mondiale, e il 60% degli alimenti prodotti sulla Terra cresce in terreni irrigati da acque piovane (soggetti pertanto a siccità, fenomeno che dal 1995 al 2015 ha interessato 1,1 miliardi di persone).

ACQUA E PACE. All’acqua troppo abbondante o troppo scarsa è legato il 90% dei disastri naturali, con le zone aride e le zone umide che, complici i cambiamenti climatici, vedono inasprirsi le rispettive condizioni di aridità e umidità. Dalla disponibilità di acqua, e di acqua pulita e non contaminata, dipendono non solo la salute, ma anche la produttività lavorativa e la continuità dell’istruzione: per queste ragioni l’approvvigionamento idrico è uno strumento di inclusione sociale.

 

giornata mondiale acqua, world water day, Rapporto mondiale sullo sviluppo delle risorse idriche

Dagli anni ’70 ad oggi, il rischio di essere sfollati per disastri naturali è raddoppiato. In 9 casi su 10, le catastrofi naturali sono legate all’acqua. | UN

La domanda di acqua, chiarisce il rapporto, è in costante aumento per la crescita della popolazione, il cambiamento dei modelli di consumo e lo sviluppo socioeconomico. Dagli anni ’80 è cresciuta dell’1 per cento all’anno e nel 2050 avrà superato il 20-30 per cento dell’utilizzo attuale. Questa crescita della domanda, insieme ai cambiamenti climatici, contribuiranno ad accrescere i livelli di stress idrico mondiali.

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MADE IN INAIL AL TOP NELLA RICERCA

Da “le scienze”

Il suo nome è l’acronimo di Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro. Questa denominazione, però, non dà conto dell’insieme delle attività svolte dal “nuovo lnail”, frutto di un complesso processo di ampliamento e riorganizzazione che nell’ultimo decennio – dopo l’incorporazione dell’lspesl (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro) e dell’lpsema (Istituto di previdenza per il settore marittimo) – ha visto la progressiva integrazione di diverse funzioni aggiuntive rispetto a quelle tradizionali. L’lnail di oggi, infatti, non è più solo un’assicurazione ma un vero e proprio polo della salute e sicurezza sul lavoro, caratterizzato da un’integrazione sempre più stretta tra prevenzione,assicurazione, cura, riabilitazione, reinserimento e ricerca.

Dalla ricerca ''made in Inail'' un contributo fondamentale per la prevenzione e la riabilitazione

Una nuova campagna di comunicazione lanciata dall’Istituto in queste settimane è dedicata proprio all’attività di ricerca, che riveste un ruolo fondamentale in un’epoca di grande innovazione tecnologica come quella attuale, caratterizzata da interessanti prospettive di crescita ma anche da rischi potenziali, nuovi ed emergenti, per la salute e la sicurezza, come quelli legati alle nuove forme di organizzazione del lavoro,ai mutamenti demografici e alle nanotecnologie.

La ricerca avviata fin dagli anni Sessanta presso il Centro Protesi lnail di Vigorso di Budrio, modello di eccellenza e punto di riferimento nazionale e internazionale nel trattamento protesico-riabilitativo, è stata perciò arricchita attraverso collaborazioni con realtà di primo piano del mondo accademico e produttivo, finalizzate allo sviluppo di nuovi strumenti, procedure e tecnologie in grado di innalzare i livelli di prevenzione e potenziare i percorsi riabilitativi e di reinserimento degli assistiti.

Dalla ricerca ''made in Inail'' un contributo fondamentale per la prevenzione e la riabilitazione

Le partnership dell’lnail con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università Campus Bio-Medico di Roma,per esempio, hanno permesso di avviare la sperimentazione di soluzioni all’avanguardia per la riabilitazione, come la mano robotica “Hannes”, che permette ai pazienti amputati di recuperare il 90% delle funzionalità di un arto naturale, l’esoscheletro “Twin”, che aiuta a muoversi in autonomia chi non può camminare,il verticalizzatore “Rise”, un dispositivo in grado di restituire la postura eretta a persone con gravi disabilità motorie a carico degli arti inferiori, e il progetto “Sensibilia”, nato con l’obiettivo di restituire a chi ha perso una mano sensazioni tattili e propriocettive simili a quelle di un arto naturali attraverso il ricorso a mani bioniche controllate dal cervello tramite elettrodi neurali.

Sul versante della prevenzione, traguardi altrettanto importanti già raggiunti dalla ricerca “made in lnail” sono quelli rappresentati dai robot che sostituiscono i lavoratori costretti a operare in ambienti confinati ad alto rischio­ come serbatoi, cisterne e silo, e dai dispositivi indossabili che potenziano le capacità fisiche,riducendo o eliminando del tutto gli sforzi muscolari.

Dalla ricerca ''made in Inail'' un contributo fondamentale per la prevenzione e la riabilitazione

Grazie alla collaborazione con Sapienza Università di Roma, un anno fa ha preso anche il via un innovativo master biennale per formare i “risk manager” del futuro, figure specializzate che saranno in grado di affrontare le sfide dell’innovazione tecnologica, attraverso l’acquisizione di conoscenze per la gestione integrata dei rischi in tutta la filiera dei processi produttivi.

Sapienza Università di Roma,Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Politecnico di Milano, inoltre, sono partner dell’Istituto in tre dei “competence center” costituiti negli ultimi mesi in attuazione del piano nazionale Industria 4.0, con il compito di fornire alle aziende un sostegno per il trasferimento tecnologico e l’innovazione negli ambiti della sicurezza informatica, della robotica e del settore manifatturiero.

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LA SICUREZZA NEL COMPARTO PELLETTERIA ARTIGIANO

Da anfos.it

 

pelletteria
DEFINIZIONE DI ATTIVITA’ ARTIGIANA
Le specifiche disposizioni e le caratteristiche delle definizioni relative al settore dell’artigianato, all’interno del quale ricade anche il comparto della pelletteria, sono illustrate nella legge nr 443 del 8 Agosto 1985Legge-quadro per l’artigianato” pubblicata in gazzetta ufficiale nr 199 del 24 agosto dello stesso anno.
Il provvedimento, di carattere generale, definisce l’impresa artigiana come segue: “È artigiana l’impresa che, esercitata dall’imprenditore artigiano nei limiti dimensionali di cui alla presente legge, abbia per scopo prevalente lo svolgimento di un’attività di produzione di beni,[…]” e pone quindi i limiti giuridici all’interno dei quali si può parlare di impresa artigiana in termini di costituzione di impresa, esercizio di attività, tipologia di conduzione e numero dei collaboratori. All’interno del provvedimento stesso non sono esplicitati i riferimenti agli aspetti relativi alla salute e sicurezza dei lavoratori, mentre è opportuno sottolineare come siano date disposizioni e autonomia alle singole Regioni di emanare norme legislative in materia di artigianato, delegando normalmente le funzioni amministrative agli enti locali. In considerazione della definizione di cui sopra, e con riferimento all’art 21 del D.Lgs 81/08, le disposizioni in materia di salute e sicurezza sono quindi rintracciabili all’interno del Testo Unico stesso, e le aziende artigiane, nei limiti del suddetto articolo e di eventuali provvedimenti integrativi in carico alle singole Regioni, sono assimilabili alle attività commerciali più genericamente descritte.Per quanto riguarda in particolare il comparto della pelletteria, gli obblighi del Datore di Lavoro restano quelli definiti nell’art 18 del D.Lgs 81/08 e la valutazione dei rischi deve quindi prendere in esame le diverse attività aziendali, sia in riferimento ai rischi derivanti dalle attrezzature che quelli derivanti dai processi lavorativi.

I rischi nell’industria della pelletteria

Alla prima categoria appartengono quindi i rischi in cui si può incorrere durante la preparazione e l’utilizzo di strumentazioni taglienti così come durante l’utilizzo di strumentazioni impiegate per la cucitura meccanica (rischio di schiacciamento, tagli, e punture) e durante il processo di confezionamento.
Queste attività possono essere eseguite in alcuni casi ancora manualmente, o nella maggior parte delle situazioni lavorative più strutturate, con l’ausilio di attrezzature meccaniche che quindi necessitano di attenta supervisione, adeguata formazione e regolare manutenzione.

Vi sono poi da considerare i rischi legati ai processi lavorativi, quali ad esempio, la gestione del magazzino, con i rischi consueti di un locale di questo genere (movimentazione manuale dei carichi, caduta di oggetti, presenza di mezzi in movimento, incendio) e la possibilità che esistano rischi legati a movimenti ripetitivi degli arti superiori, con sovraffaticamento del cingolo scapolo-omerale e con conseguenze di natura ergonomica dovute a posture inadeguate o prolungate.

Oltre a questi citati non sono poi da dimenticare i rischi di tipo impiantistico/strutturale, riconducibili a difetti dell’impianto elettrico, a situazioni microclimatiche disagevoli e alla presenza di sorgenti acusticamente rumorose.

Il settore della pelletteria infine non può essere esente da una valutazione del rischio chimico, legato all’impiego di sostanze abrasive e solventi.
La valutazione del rischio chimico viene normalmente effettuata utilizzando linee guida consolidate che garantiscono alle aziende la conformità legislativa.
Il risultato, al netto delle misure preventive e protettive adottate, restituirà l’effettivo indice di rischio chimico aziendale.

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Un esempio: il calzaturificio

A titolo esemplificativo si cita il caso di una attività di calzaturificio in cui andranno presi in esami una serie di rischi specifici per l’attività quali:

  • rischi derivanti dalle attività di taglio del cuoio con attrezzature e strumenti;
  • presenza di polvere prodotta dalle attività lavorative;
  • rischi fisici da rumore, vibrazioni, scivolamento;
  • rischio chimico correlato all’uso di abrasivi e sigillanti (es colle siliconiche).

Nei confronti di ognuno di questi rischi sarà obbligatorio valutare le relativemisure di prevenzione e protezione e dunque i singoli Dispositivi di Protezione Individuali (guanti anti taglio, maschere con o senza filtri, cuffie o tappi per la protezione acustica), nella valutazione dei dispositivi più adeguati il Datore di Lavoro dovrà tenere in considerazione i riferimenti normativi nonché i processi di lavoro, adottando misure organizzative di tipo tecnico o procedurale in base all’esperienza ed all’evoluzione del mercato.

 


ANFOS: Associazione Nazionale Formatori Sicurezza sul Lavoro

QUANTA PLASTICA CI BEVIAMO. INTERVISTA A SHARRI MASON

Intervista pubblicata su La stampa a SHERRI MASON ricercatrice americana pioniera sulle microplastiche

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Non si conoscono ancora i possibili effetti sulla salute, né si è del tutto sicuri dei percorsi che compiono per arrivare nell’acqua e nel suolo. Una cosa però è ormai certa: le microplastiche sono dappertutto. E Sherri Mason, ricercatrice americana della Penn State University, pioniera negli studi su questa subdola forma di inquinamento, non ha dubbi: “Ci sono aree del Pianeta in cui la concentrazione è maggiore che in altre, ma nessun luogo può dirsi libero dal problema”.

Ospite dell’ultima edizione del Festival del Giornalismo Alimentare di Torino , Mason ha fatto il punto sullo stato della ricerca in materia, sfatando anche alcune convinzioni comuni sulle microplastiche che ingeriamo. Come il credere più sicure le acque in bottiglia rispetto a quella del rubinetto di casa.

Dall’oceano ai Grandi Laghi

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Se il problema dell’inquinamento da plastica di mari e oceani è tragicamente visibile ed è al centro dell’attenzione mediatica, lo stesso non si può dire delle microplastiche nell’acqua dolce. Di minuscoli frammenti rinvenuti nei pesci che poi finiscono sulle nostre tavole si parla ormai da tempo, mentre – forse per effetto di una rimozione collettiva – è solo da qualche anno che le indagini hanno cominciato a concentrarsi sull’elemento base di qualunque dieta: l’acqua da bere.

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Una delle pioniere in questo campo è stata, già dal 2012, Sherri Mason, la cui terra d’origine ha giocato un ruolo fondamentale nella scelta della sua materia di ricerca. “Sono della Pennsylvania, vivo nella regione dei Grandi Laghi – racconta a Tuttogreen – Il Lago Superiore, il Michigan, l’Huron, l’Eire e l’Ontario, tutti connessi fra loro, costituiscono il più vasto sistema d’acqua dolce del mond o. Un bacino su cui una popolazione di 35 milioni di persone fa affidamento per il proprio sostentamento. Mi sono chiesta quanta plastica e soprattutto quanta microplastica ci fosse in queste acque. Ho scoperto che gli ultimi due laghi della catena, l’Eire e soprattutto l’Ontario, con 230mila particelle per km quadrato, hanno una concentrazione di microplastiche pari ai mari più inquinati del Pianeta. Un dato che ha ovviamente attirato le preoccupazioni dell’opinione pubblica”.

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Il team di ricerca ha quindi cominciato ad indagare le vie attraverso cui la plastica arriva in fiumi e laghi: packaging, materiali per la pesca, lavaggio di tessuti in fibre sintetiche.

“Ci siamo anche spostati altrove, in zone remote del mondo, intrecciando collaborazioni con altri istituti di ricerca. Ad esempio siamo andati ad analizzare i laghi della Mongolia. È stato interessante paragonare i risultati qualitativi di aree così diverse e lontane. Se nella regione dei Grandi Laghi negli Stati Uniti abbiamo trovato molte microplastiche provenienti dal lavaggio di capi sintetici, nei laghi mongoli, invece, ciò che abbiamo rinvenuto più di frequente erano residui blu di materiale espanso usato dai pescatori come galleggiante per le esche. Se spesso la portata dell’inquinamento da plastica causa una sensazione di impotenza, questi dati possono invece aiutare a capire un concetto importante: ciò che usiamo ogni giorno è ciò che poi finisce nell’acqua. Perciò sta a noi riuscire a cambiare le nostre abitudini e l’organizzazione delle nostre società per avere un effetto diretto sull’acqua che beviamo”.

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percentuali di micro plastiche nei rubinetti di acqua

La via delle microplastiche verso la catena alimentare

Dallo scaffale del supermercato alle acque di un lago, di un fiume, del mare, e poi di nuovo su, verso il frigorifero o la tavola. Quello delle plastiche è un viaggio andata e ritorno. Così Sherri Mason, dopo essere andata alla ricerca del percorso che le porta all’acqua, si è messa a indagare la strada contraria, che da lì le introduce nella catena alimentare.

Il primo passo è stato il sale marino. Ispirandosi a un analogo studio condotto in Cina, Mason e il suo team hanno analizzato diverse tipologie di confezioni, dalla busta in plastica alla scatola in cartone, scoprendo che, in media, ogni kg di sale contiene 212 particelle di microplastiche. Poi è stato il turno della birra: quella prodotta nel distretto dei Grandi Laghi contiene 4,05 particelle per litro ed è paradossalmente più “salutare” dell’acqua.

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All’acqua potabile, quella del rubinetto di casa, è stata infine dedicata una ricerca molto più vasta e ambiziosa. In collaborazione con Orb Media , Mason ha infatti passato in rassegna campioni di acqua presi in 159 paesi di tutto il mondo, trovando particelle di microplastiche con un’incidenza dell’83% dei casi (in USA il 94%, in Europa il 72%). “In media – spiega – abbiamo rinvenuto 5,45 particelle per litro. Facendo una stima sulla base dei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sul consumo di acqua potabile, questo significa che beviamo 5100 particele di microplastiche all’anno. Insieme al sale, invece, ne ingeriamo 180 all’anno”.

Acqua del rubinetto o in bottiglia?

“Dopo aver divulgato i risultati della ricerca, mi sarei aspettata che la gente scendesse in piazza e chiedesse l’intervento del Governo. Invece le persone hanno cominciato a comprare più acqua in bottiglia, pensando fosse più sicura”. Mason non si è però lasciata prendere dallo sconforto, e ha intrapreso una seconda indagine. Con la Fredonia University e Orb Media si è dunque concentrata sulle acque in bottiglia, passando in rassegna un’ampia scelta di marchi da tutto il mondo: tra gli altri, Danone, PepsiCo, Evian, Nestlè, Coca-Cola, San Pellegrino e la cinese Wahaha.

“Le microplastiche erano presenti nel 93% dei campioni, quindi con un’incidenza maggiore rispetto all’acqua corrente. La quantità di particelle per litro è addirittura doppia rispetto all’acqua del rubinetto: 10,4 particelle/litrocontro 5,45”. Oltre alle microplastiche classiche, quelle con diametro dell’ordine di grandezza di un capello, il team ha trovato in ogni litro analizzato più di 300 particelle con dimensioni inferiori ai 100 micron. “Più piccole sono, e più sono insidiose – spiega Mason – Perché hanno maggiore probabilità di essere assorbite dal sistema gastro-intestinale e arrivare al sistema circolatorio e linfatico, fino al cervello”.

Interessante è poi la morfologia delle plastiche trovate: il 54% è polipropilene (il moplen), con cui sono fatti la maggior parte dei tappi delle bottiglie. E c’è poi un buon 10% di polietilene (PE o PET), cioè il materiale di cui sono fatte le stesse bottiglie. Insomma, una grossa percentuale di particelle proviene proprio dagli imballaggi che dovrebbero preservare la purezza dell’acqua…

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Paure e prese di coscienza

Se gli effettivi impatti sulla salute delle microplastiche che ingeriamo non sono ancora chiari (“è questa la nuova frontiera della ricerca”, precisa Mason), ipotesi e preoccupazioni stanno però già prendendo forma. “Io sono una chimica e la mia preoccupazione riguarda gli elementi chimici che possono essere presenti nelle o sopra le plastiche. Le microplastiche possono fare da piattaforma per trasportare vari agenti chimici potenzialmente pericolosi all’interno del nostro organismo. Le plastiche stesse contengono poi vari composti che hanno funzione di stabilizzanti UV, antiossidanti o ignifughi, e di questi in realtà conosciamo già i possibili effetti. Sappiamo ad esempio che sono correlati a certi tumori o che possono agire da perturbatori endocrini, cioè alterare l’equilibrio ormonale. Per alcuni di questi composti si stanno addirittura studiando delle correlazioni con l’autismo”.

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Se la maggior parte degli studiosi evita di scatenare allarmismi (“l’assorbimento di microplastiche da parte dell’organismo è al massimo di un grammo all’anno”, ricorda ad esempio Giorgio Gilli dell’Università di Torino), è vero tuttavia che saranno sempre più necessarie regole ferree circa la composizione dei polimeri della plastica.

E dopotutto, se anche la paura delle microplastiche si diffondesse, potrebbe forse essere un bene: sarebbe la spinta necessaria per cambiare finalmente la rotta di una società insostenibilmente “plastivora”.

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“Siamo andati avanti usando questo materiale ormai per decenni, ma avevamo una società anche prima della plastica. Dobbiamo fare un passo indietro – conclude Sherri Mason – La plastica è nata per essere un materiale indistruttibile, perciò dobbiamo smetterla di utilizzarla per prodotti usa e getta. Ormai la usiamo più per comodità che per vera necessità ed è ora di uscire da questo sistema. Si può, cominciando dalla quotidianità. Ad esempio evitando di bere acqua in bottiglia e scegliendo quella del rubinetto. A proposito, l’acqua italiano è molto pulita, si può bere tranquillamente!”.

DANNO BIOLOGICO DA MOBBING E INAIL

Da La Stampa

La Cassazione ha dichiarato che un danno biologico da mobbing deve essere ricondotto all’assicurazione obbligatoria INAIL, se sussistono i presupposti per l’esonero dalla responsabilità civile del datore di lavoro.

teco milano danno biologico da mobbing

Il caso. Una società datrice di lavoro propone ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Messina, che aveva condannato la società al risarcimento del danno biologico da mobbing in favore di una ex dipendente, deducendo il difetto di legittimazione passiva dopo che il Consulente Tecnico d’Ufficio aveva accertato che il danno, nella misura dell’8%, era coperto dall’assicurazione obbligatoria INAIL.

Estensione della copertura INAIL. La Cassazione, con l’ordinanza del 5 marzo 2019, n. 6346, precisa che la controversia riguarda non il difetto di legittimazione passiva del datore di lavoro, ma l’accertamento dei comportamenti denunciati dal lavoratore.
La Corte ricorda che un intento persecutorio unitario nella condotta del datore di lavoro, e dei colleghi, nei confronti del lavoratore, configura il mobbing, che può comportare danni all’integrità psico-fisica dello stesso lavoratore.

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teco milano mobbing inail

Questi comportamenti sono riconducibili all’inadempimento del datore di lavoro degli obblighi di sicurezza stabiliti dall’art. 2087 del codice civile.
Inoltre, i Giudici confermano che “la tutela assicurativa INAIL è estesa ad ogni forma di tecnopatia, fisica o psichica, che possa ritenersi conseguenza dell’attività lavorativa, sia che riguardi la lavorazione che l’organizzazione del lavoro e le sue modalità di esplicazione, anche se non compresa tra le malattie tabellate o tra i rischi indicati”.
La Corte pertanto ritiene fondato il ricorso non per il difetto di legittimazione passiva della società ricorrente, ma per la non effettiva sua titolarità del rapporto fatto valere in giudizio.L’accertamento di un danno biologico in misura dell’8% deve infatti essere ricondotto all’assicurazione obbligatoria INAIL, nella sussistenza dei presupposti per l’esonero dalla responsabilità civile del datore di lavoro.
Per questi motivi, il ricorso viene accolto e la sentenza cassata con rinvio.

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Fonte: lavoropiu.info

SOCIETA’ ITALIANA DI MEDICINA DEL LAVORO E FARMAINDUSTRIA : ACCORDO PER PROMUOVERE LA SALUTE DEI DIPENDENTI

Promuovere e migliorare la salute di oltre 200 mila persone: i 66 mila dipendenti delle imprese del farmaco e le loro famiglie. È questo lo scopo del protocollo d’intesa firmato da Farmindustria, Assogenerici e Società Italiana di Medicina del Lavoro (SIML) nel corso dell’evento ‘Healthcare e diversity management – Lavoro e salute nelle imprese del farmaco: la persona al centro che si è svolto a Roma al Tempio di Adriano. Un evento annuale – giunto alla quarta edizione – per sostenere l’impegno delle donne, che si prendono cura e assistono i familiari, spesso associando il caregiving all’attività professionale.

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«La persona al centro. È il must dell’industria farmaceutica che valorizza le esigenze di ciascuno, con uno sguardo al futuro. Ecco perché – commenta Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria – abbiamo sottoscritto il protocollo che ci auguriamo
possa essere una best practice e diventare “contagioso” per fare leva sui 12 milioni di addetti dei vari settori che i medici contattano ogni anno». L’obiettivo dell’accordo è offrire strumenti sempre più efficaci e concreti «per aumentare la consapevolezza e le conoscenze sulle cure – aggiunge – Sia rispetto alla prevenzione sia all’assistenza, con particolare riferimento ai caregiver, molto spesso donne, vere e proprie “manager della salute” della famiglia. Donne che sono un punto di forza delle nostre imprese e la figura chiave, per i loro molteplici ruoli, in una società in profonda trasformazione».

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Il protocollo va oltre gli obblighi di legge in materia di sorveglianza sanitaria per la sicurezza nel lavoro trasformandoli in una opportunità più ampia. Con i medici del lavoro si condivide un programma di prevenzione dei bisogni di salute di ogni dipendente del settore attraverso la promozione degli screening, l’educazione ai corretti stili di vita, l’informazione sulle malattie croniche. Il medico del lavoro diventa così non più l’esecutore di un adempimento – in qualche caso burocratico – ma il consigliere delle donne e degli uomini che lavorano nelle imprese farmaceutiche in funzione della migliore gestione della salute propria e nelle diverse situazioni familiari. Azioni che puntano al massimo: garantire la salute. E che potrebbero essere svolte nel corso delle visite mediche obbligatorie o in momenti concordati con le singole realtà aziendali attraverso iniziative specifiche – per esempio sull’antibiotico resistenza o sulle vaccinazioni – come seminari, campagne ad hoc, eventi mirati.

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Le donne nelle imprese del farmaco

Le donne nelle imprese del farmaco rappresentano il 42% degli addetti. E spesso con ruoli importanti nell’organizzazione aziendale. Nell’industria farmaceutica sono infatti il 40% dei dirigenti e quadri. E nella Ricercasono addirittura più degli uomini: 52%. Perché la R&S ha bisogno di fantasia, lungimiranza e tenacia, doti tipiche delle donne.

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Da avvenire.it

FAI LA COSA GIUSTA ALLA FIERAMILANOCITY!

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Anche per il 2019 torna a Milano Fa’ la cosa giusta!. La fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili giunta ormai alla sedicesima edizione si terrà dall’8 al 10 marzo a fieramilanocity.

Inquinamento ambientale, differenza di genere, accoglienza, sono queste le principali tematiche che verranno affrontate durante la tre giorni a Milano.

All’interno dello spazio espositivo, suddiviso in dieci sezioni tematiche, centinaia di realtà, aziende, associazioni presenteranno servizi, prodotti e tecnologie per ridurre l’impatto della nostra vita quotidiana.

Tra le novità dell’edizione 2019 di Fa’ la cosa giusta! ci sarà Plurale Femminile: uno spazio dedicato al ruolo delle donne nella società e nel mondo del lavoro, di cui molto spesso non viene riconosciuto il valore..

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All’interno de Il Porto di Fa’ la cosa giusta! verrà trattato inoltre il problema dei rifiuti, nei mari e sulle spiagge che sta assumendo proporzioni preoccupanti. Secondo le stime del Consiglio Generale della Pesca nel Mediterraneo (Fao) infatti oltre sei milioni di tonnellate di materiali solidi e pericolosi di origine umana vengono scaricati ogni anno nei mari del mondo. Durante il panel scienziati, geografi, pedagogisti, esploratori e giornalisti, racconteranno, dello stato di salute dell’ecosistema marino, dei corsi d’acqua e delle acque interne, delle emergenze in atto e delle buone pratiche per risolverle.

Un’attenzione particolare verrà data all’impatto delle macro e microplastiche e si discuterà degli interventi messi a punto per limitarne la diffusione e per rendere possibile il recupero di quelle già disperse in mare.

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Per approfondire il tema dell’accoglienza, fondamentale per la realtà in cui viviamo, in fiera si confronteranno famiglie e associazioni che ospitano e affiancano minori stranieri non accompagnati e titolari di protezione internazionale.

Anche quest’anno tornerà poi il salone Sfide. La scuola di tutti con un programma di incontri, laboratori e seminari che affronteranno argomenti come la didattica tra museo e scuola, la parità di genere in ambito scolastico e della ricerca, l’educazione alla giustizia sociale. Nel 2018 avevano preso parte al programma di incontri proposti in 4000 tra dirigenti scolastici, genitori e studenti.

Troverete tutte le informazioni sul programma della manifestazione qui.

Da greenme.it

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CELEBRATA IL 3 MARZO LA GIORNATA MONDIALE DELL’UDITO

In Italia circa 3,1 milioni di persone convivono con invalidanti problemi di udito senza alcun trattamento. Più che mai importante è dunque l’appuntamento di domenica 3 marzo, Giornata Mondiale dell’Udito: l’evento promosso ogni anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per sensibilizzare l’opinione pubblica su come prevenire la sordità e la perdita dell’udito e promuovere le cure in tutto il mondo. Il tema della Giornata Mondiale dell’Udito 2019 (World Hearing Day), la quarta dalla sua istituzione, è “Check Your Hearing”, cioè “controlla il tuo udito”.

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Giornata Mondiale dell’Udito, “in Italia 4,8 milioni di persone con ipoacusia invalidante”

La perdita di udito non trattata e invalidante in Italia comporta ogni anno costi pari a 24 miliardi di euro, che salgono a 185 miliardi se si considera tutta l’Europa. Si spendono, da noi, 7.700 euro all’anno per ogni persona affetta da tali disturbi. I costi sono legati al peggioramento della qualità di vita dei pazienti e all’aumento della percentuale di disoccupazione tra le persone che soffrono di ipoacusia.

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L’ipoacusia invalidante (cioè la perdita dell’udito superiore a 35 dB, secondo il Global Burden of Disease research group) da noi riguarda 4,8 milioni di persone, di cui 3,1 milioni restano senza alcun trattamento. E in Europa, solo una persona su tre utilizza apparecchi acustici o altre soluzioni per l’udito. Con una popolazione in costante invecchiamento, che vive sempre più a lungo e con una precoce perdita dell’udito dovuta a una maggiore esposizione al rumore, questa tendenza è destinata ad aumentare ulteriormente negli anni a venire. I dati arrivano da un nuovo ed esauriente rapporto scientifico, “Hearing Loss – Numbers and Costs” (Ipoacusia – Numeri e costi), i cui risultati saranno presentati il prossimo 6 marzo, proprio in occasione della Giornata Mondiale dell’Udito, in un dibattito al Parlamento europeo a Bruxelles, in Belgio.

Il segretario generale Kim Ruberg, dell’organizzazione non profit hear-it Aisbl, che ha pubblicato il rapporto, sottolinea che

“la perdita dell’udito non curata è un problema serio con un enorme impatto economico e sociale e che il controllo dell’udito e il trattamento per la perdita dell’udito sono vantaggiosi sia per l’individuo che per la società”.

E suggerisce:

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“Se pensate di avere una perdita dell’udito, vi consiglio di farlo controllare. È possibile avviare il controllo dell’udito utilizzando l’app ‘Controlla il tuo udito’ dell’Oms, oppure fare un test online. Se sospettate di avere problemi di udito, il consiglio migliore è di sottoporvi a un vero e proprio test dell’udito eseguito da un audioprotesista”.

Giornata Mondiale dell’Udito: due giornata di dibattiti a Roma

In occasione del World Hearing Day 2019, l’associazione Nonno Ascoltami – Udito Italia Onlus, con il sostegno del ministero della Salute promuove  due iniziative a Roma, in programma per il 28 febbraio e il 1 marzo. Giovedì 28, dalle 15 alle 18, ci sarà “Check your hearing – tavoli di lavoro”, al Ministero della Salute, in via Ribotta. Durante il convegno verrà letto il messaggio dell’Oms per la Giornata Mondiale dell’Udito di quest’anno e si parlerà dell’importanza della diagnosi precoce nella lotta ai disturbi uditivi come impegno dei Governi mondiali e il ruolo dell’Italia.

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Al centro anche il World Hearing Forum e la partecipazione dell’Italia alla rete globale per la promozione della salute dell’udito, oltre all’attuazione della Risoluzione WHA70.13 adottata dall’Assemblea Mondiale della Sanità sulla prevenzione della sordità. Sotto la lente anche il ruolo delle associazioni nella difesa dei diritti dei deboli di uditoi problemi di equilibrio nell’anziano, e l’esperienza di “Nonno Ascoltami onlus”. Interverranno ai tavoli le istituzioni e gli esperti.

Venerdì 1 marzo, invece, è previsto, nella Sala Auditorium, il consueto Meeting degli Esperti, moderati dal giornalista Luciano Onder. Parteciperanno, fra gli altri, i vertici dell’associazione, il ministro della Salute, Giulia Grillo, il direttore del dipartimento Prevenzione dell’Oms, Shelly Chada.

Nel corso della giornata sarà presentato il “Manifesto della prevenzione” promosso dall’Oms. Il documento verrà sottoscritto da tutti i referenti scientifici e i rappresentanti istituzionali e sarà consegnato nella sede di Ginevra.

 

Per approfondire guarda anche: “L’audiometria infantile: diagnosi di ipoacusia nel bambino”

DA un articolo di Mara Pitari su  PAGINEMEDICHE.IT

DIECI CONSIGLI PER SALVARE IL TUO UDITO:

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Fate attenzione al rumore. Se dovete urlare per farvi sentire da qualcuno che si trova a pochi passi da voi, significa che vi trovate in un luogo troppo rumoroso.

Indossate tappi per le orecchie ai concerti o in altre situazioni rumorose. Non preoccupatevi, riuscirete comunque ad ascoltare la musica, anzi con i tappi giusti anche meglio.

Usate cuffie piuttosto che auricolari interni

Le cuffie isolano meglio dal rumore esterno e consentono di ascoltare con un volume più basso del dispositivo. Inoltre, usando le cuffie, c’è più distanza tra la fonte sonora e l’orecchio interno.

Se il vostro dispositivo è dotato di un sistema di notifica che vi avvisa se il volume è troppo alto, attivatelo e fatene buon uso.

Regolate il volume del vostro dispositivo quando vi trovate in un ambiente silenzioso. Se dovete abbassare il volume per poter ascoltare e parlare con un’altra persona, significa che era già troppo alto! Nel mondo, oltre 12 bambini su 100, tra i 6 e i 19 anni, soffrono di perdita dell’udito causata dall’utilizzo di auricolari ad un volume troppo alto.

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Mai addormentarsi mentre si sta ascoltando la musica. Un’esposizione prolungata aumenta il rischio di danni all’udito.

Fate riposare le orecchie. Se avete trascorso la serata in discoteca, la mattina dopo evitate di ascoltare musica ad alto volume.

Non sottovalutate i fischi alle orecchie. Può essere un segnale che il vostro udito è stato messo a dura prova. Se vi capita spesso state rischiando un danno permanente!

Se lavorate in un ambiente rumoroso, dotatevi delle giuste protezioni. Per legge, se il rumore a cui si è esposti quotidianamente supera gli 80 dB, il vostro datore di lavoro è obbligato a prendere provvedimenti.

Eseguite il test dell’udito. Per il test dell’udito gratuito clicca qui

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I COMPOSTI PERCLORATI( Pfas) PERICOLOSI PER LA FERTILITA’ DELLE DONNE

Studio-choc del gruppo di ricerca del professor Carlo Foresta,  dell’Università di Padova, sulle ventenni residenti nell’area rossa ad alto inquinamento Pfas. Emerge che i Pfas bloccano i meccanismi che regolano il ciclo mestruale, l’annidamento dell’embrione e il decorso della gravidanza. I risultati dello studio saranno presentati al convegno di Medicina della Riproduzione dal 28 febbraio al 2 marzo

Risultati immagini per PFAS

Quattro mesi fa era stata diffusa la prima scoperta del gruppo del professor Carlo Foresta dell’Università di Padova, quella che definiva il meccanismo attraverso il quale i Pfas alterano lo sviluppo del sistema uro-genitale del maschio e la fertilità interferendo con l’attività del testosterone. Sostanzialmente, l’organismo li scambia per ormoni: inevitabilmente mutano l’azione delle ghiandole endocrine, causando una serie di malattie. Dopo quella pubblicazione nel “Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism”, rivista di endocrinologia clinica sperimentale di fama mondiale, adesso il gruppo di ricerca dell’Università di Padova propone alla comunità scientifica una nuova evidenza: le patologie riproduttive femminili (ad esempio alterazioni del ciclo mestruale, endometriosi e aborti, nati pre-termine e sottopeso) possono essere correlate all’azione dei Pfas sulla funzione ormonale del progesterone, ormone femminile che regola la funzione dell’utero.

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A questo risultato è giunto dopo due anni di lavoro il gruppo di ricerca dell’Università di Padova, coordinato dal professor Carlo Foresta e dal dottor Andrea Di Nisio, che ha valutato l’effetto dei Pfas sul progesterone analizzando, in cellule endometriali in vitro, come i Pfas interferiscano vistosamente sulla attivazione dei geni endometriali attivati dal progesterone.

«In particolare è stato dimostrato che, su più di 20.000 geni analizzati, il progesterone normalmente ne attiva quasi 300, ma in presenza di Pfas 127 vengono alterati e tra questi quelli che preparano l’utero all’attecchimento dell’embrione e quindi alla fertilità – spiega il professor Foresta – La mancata attivazione di questi geni da parte del progesterone altera le importanti funzioni coinvolte nella regolazione del ciclo mestruale e nella capacità dell’endometrio di accogliere l’embrione e quindi giustificano il ritardo nella gravidanza, la poliabortività e la nascita pre-termine. Nella donna il progesterone svolge un ruolo fondamentale nel regolare finemente lo stato maturativo dell’endometrio attraverso lo stimolo di diverse cascate di geni. La riduzione nell’espressione di questi geni da parte dei Pfas è dunque indicativa di una possibile alterazione della funzione endometriale».

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Le conseguenze cliniche di questi risultati sono state peraltro confermate da un recente studio della Regione Veneto sugli esiti materni e neonatali, che ha riportato un incremento di pre-eclampsia (edemi o ipertensioni nelle donne gravide), diabete gravidico, di nati con basso peso alla nascita, di anomalie congenite al sistema nervoso e di difetti congeniti al cuore nelle aree a maggiore esposizione a Pfas. La svolta dello studio del team di Padova è appunto quella di aver individuato un meccanismo che è alla base dello sviluppo di questi fenomeni.

«A questo punto la comprensione di una interferenza importante dei Pfas sul sistema endocrino-riproduttivo sia maschile che femminile e sullo sviluppo dell’embrione, del feto e dei nati – spiega il professor Foresta – suggerisce l’urgenza di ricerche che favoriscano la eliminazione di queste sostanze dall’organismo, soprattutto in soggetti che rientrano nelle categorie a rischio. Allo stato attuale a livello internazionale non ci sono ancora segnalazioni, pertanto è preoccupante pensare che la lunga emivita di queste sostanze possa influenzare negativamente a lungo tutti questi processi, forse anche nelle generazioni future».

La conferma deriva anche dalla analisi dei questionari sulla salute riproduttiva ai quali sono state sottoposte 115 ragazze ventenni residenti nell’area rossa veneta, confrontando le risposte con un gruppo di 1.504 giovani donne di pari età non esposte a questo inquinamento.

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«Dall’analisi su questo campione di ragazze esposte a Pfas probabilmente già in fase embrionale – conclude il professor Foresta – è emerso un significativo ritardo della prima mestruazione di almeno sei mesi e una maggior frequenza di alterazioni del ciclo mestruale (ritardi del 30% nelle esposte rispetto al 20% della media). Tutti questi segni depongono per una interferenza da parte di questi inquinanti ambientali sull’attività degli ormoni sessuali nella donna. Pertanto la comprensione del meccanismo d’azione dei Pfas sulla funzione endometriale è importante dal punto di vista clinico e sperimentale».

C’è dunque molta attesa nella comunità scientifica per conoscere i dettagli di questo nuovo lavoro del gruppo del professor Foresta. Lo studio sarà presentato all’interno del trentaquattresimo convegno di Medicina della Riproduzione che inizia oggi ad Abano Terme e si concluderà sabato 2 marzo. In particolare, la scoperta sarà oggetto della tavola rotonda “Interferenze ambientali sullo sviluppo del sistema endocrino-riproduttivo: evidenze cliniche e sperimentali” che si terrà alle ore 15.30 di venerdì 1 marzo al centro congressi Pietro D’Abano. Tra i relatori, oltre al professor Foresta, anche il professor Carlo Alberto Redi di Pavia, noto accademico dei Lincei.

PFAS, LA SCHEDA

I composti perfluorurati (Pfas) sono sostanze chimiche di sintesi che vengono utilizzate per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa; possono essere presenti in pitture e vernici, farmaci e presidi medici. I Pfas sono ritenuti contaminanti emergenti dell’ecosistema data la loro elevata resistenza termica e chimica, che ne impedisce qualsiasi forma di eliminazione favorendone l’accumulo negli organismi. In alcune regioni del mondo (Mid-Ohio valley negli USA, Dordrecht in Olanda, e Shandong in Cina) ed in particolare in alcune zone della Regione Veneto, soprattutto nelle falde acquifere delle Province di Vicenza, Padova e Verona, è stato rilevato un importante inquinamento da Pfas nel territorio.

da http://www.ilcambiamento.it

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NEL SALENTO CONTAMINAZIONE DEL SUOLO CON METALLI PESANTI

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Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori
„ Una curva rossa nel grafico presentato dalla Lilt dimostra ciò che si sapeva, e si temeva, da anni: la Provincia di Lecce, da isola felice, ha fatto un salto in alto sulla linea delle patologie tumorali. La crescita in 14 anni, a partire dai ridenti ’90, è stata tale da allineare il territorio alla media nazionale. E, di fatto, si è esaurita quella differenza virtuosa nei confronti del Nord del Paese.

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I dati hanno spinto la Lega per lotta contro i tumori ad approfondire cause e concause del fenomeno per puntare sulla prevenzione primaria, attraverso il progetto di ricerca Geneo, condotto in partenariato con Università del Salento, Provincia di Lecce e Asl di Lecce. Al progetto hanno collaborato anche i responsabili del Registro tumori di Lecce e del Laboratorio Alfa di Poggiardo.

Lo studio mirava a trovare una correlazione tra le matrici ambientali e la grave situazione epidemiologia. In altre parole, gli enti coinvolti hanno messo in piedi una squadra di esperti chiamata a scovare i fattori dell’inquinamento dei suoli che agiscono nello sviluppo di patologie tumorali, di tipo immunitario e genetiche.

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I risultati, per quanto ancora parziali, sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso Palazzo Adorno a Lecce alla presenza, tra gli altri, del presidente della Provincia, Antonio Gabellone, del direttore del dipartimento di Prevenzione della Asl di Lecce, Giovanni De Filippis, del docente dell’Università del Salento, Angelo Corallo, del responsabile dello sviluppo Dss, Antonio Calisi, del responsabile di Ecotossicologia, Antonio Calisi, dell’oncologo Giuseppe Serravezza.

Lo studio Geneo si è basato sull’analisi dei campioni di terra prelevati dai suoli di 32 Comuni del Salento: è stato sondato un terzo del territorio, ma la ricerca è suscettibile di estendersi agli altri territori che ne hanno fatto richiesta.I primi risultati non lasciano sereni, per quanto dalla Lilt non abbiano lanciato un vero e proprio allarme. I testi di biotossicità hanno rivelato in alcune aree verdi (come Cutrofiano, Giuggianello e Botrugno) una possibile correlazione tra inquinamento ambientale e situazione epidemiologica della popolazione.

In più, nei suoli presi a campione, è stata trovata una presenza significativa di alcuni contaminanti (Arsenico e Berillio) e, in misura minore, del Vanadio.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori
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Metalli pesanti, quindi, che rivelano uno stato di contaminazione che non è compatibile con le aree verdi prese a campione. Neppure scontato. Per quanto riguarda l’Arsenico e le sue possibili sorgenti, i ricercatori spiegano che la ricerca dei pesticidi è risultata negativa.

L’analisi delle diossine, furani e Pcb (i cui livelli sono nei limiti di legge), suggerisce possibili sorgenti di contaminazione che dovranno essere oggetto di ulteriori approfondimenti.

In altre parole l’inquinamento di alcune aree verdi è stato accertato e la circostanza non lascia sereni, come spiegato dal responsabile scientifico del progetto, Giuseppe Serravezza: “Lo studio Geneo ha rivelato un preoccupante stato di contaminazione del suolo in molte parti del Salento: ciò fa temere un peggioramento della situazione epidemiologica nel prossimo futuro. Pertanto, alla luce delle ben note emergenze ambientali gravanti sul nostro territorio, riteniamo non più rinviabile il monitoraggio ambientale a salvaguardia della salute della popolazione”.

Infine un appello rivolto alle istituzioni: “Devono attivarsi quanto prima per individuare le possibili sorgenti del grave inquinamento da noi riscontrato, e predisporre tutti gli interventi tecnici, amministrativi e politici necessari”.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori

La ricerca nel dettaglio

Il gruppo di esperti ha ricercato le caratteristiche pedologiche fondamentali (tessitura, pH, Carbonio organico, rH), i metalli pesanti e gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), i pesticidi (insetticidi, fungicidi) e le diossine (Pcdd, Pcdf e Pcb). In seconda battuta sono stati effettuati dei test ecotossicologici, utilizzando un sistema sperimentale e innovativo, al fine di rilevare gli effetti dei contaminanti chimici negli ecosistemi. I test sono stati compiuti su “organismi sentinella”, cioè sui lombrichi, messi a contatto con i vari terreni.

In parole povere, contando il numero dei lombrichi morti entro 14 giorni, si è giunti alla conclusione che i terreni non hanno una tossicità acuta, cioè immediata. Per quanto riguarda la tossicità cronica, sul lungo periodo, alcuni terreni si sono avvicinati alla soglia limite: è il caso di Cutrofiano e Maglie.

I risultati nel complesso non sono allarmanti, ma “essere posizionati sotto la soglia non vuol dire sentirsi tranquilli”, commentano i responsabili Lilt che premono per proseguire nella ricerca scientifica così da monitorare la situazione.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori

La Provincia di Lecce, intanto, è stata suddivisa in tre aree che presentando, rispettivamente, un rischio epidemiologico alto, intermedio e basso. I Comuni in cui l’incidenza dei tumori è maggiore sono Zollino, Caprarica di Lecce, Calimera, Martignano, Castrì di Lecce, Sannicola, Tuglie, Sogliano Cavour, Cutrofiano, Melpignano, Maglie e Galatina. E ancora: Giuggianello, Minervino di Lecce, Sanarica, Nociglia, Botrugno, Diso, Santa Cesarea Terme, Ortelle, Morciano di Leuca, Patù, Salve, Castrignano del Capo e Gagliano del Capo.

Novoli, Campi Salentina, Squinzano si collocano nella fascia intermedia. Infine i Comuni che presentano un rischio basso sono Porto Cesareo, Leverano, Miggiano, Montesano Salentino.

Nelle 9 aree selezionate, gli esperti non hanno trovato una correlazione diretta e significativa tra situazione epidemiologica e contaminazione del suolo. La vera sorpresa è stata il rilevamento dei metalli pesanti già menzionato.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori
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l progetto Geneo

Geneo inaugura la linea di ricerca in Oncologia ambientale del nascente Centro Ilma Llt, l’Istituto Scientifico in via di ultimazione a Gallipoli interamente ed esclusivamente finanziato dalla comunità locale per dotare il territorio di una struttura sanitaria ispirata a criteri di sostenibilità e di sicurezza per la salute degli organismi viventi.

La presentazione del report finale, oltre che per la valenza scientifica di conoscere lo stato di salute dei suoli posti a studio e le sue implicazioni prospettiche, è occasione di condivisione sociale di rilievo per l’ufficializzazione del primo lavoro scientifico del Centro Ilma, opera di solidarietà comunitaria ed esempio di investimento dal basso.

articolo di marina Schirinzi su lecceprima

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note :

il berillio. Il berillio è un metallo alcalino terroso color grigio acciaio, rigido, leggero ma fragile. E’ usato principalmente come agente rafforzante nelle leghe (rame-berillio) ed è da considerarsi un carcinogeno per l’uomo. Il berillio e i suoi sali sono sostanze tossiche e cancerogene riconosciute. La berilliosi cronica è una malattia polmonare granulomatosa causata dall’esposizione al berillio. Il berillio è dannoso se inalato, gli effetti dipendono dai tempi e dalla quantità di esposizione. Se i livelli di berillio nell’aria sono sufficientemente alti, si può andare incontro a una condizione che ricorda la polmonite ed è chiamata berilliosi acuta. L’esposizione al berillio per lunghi periodi può incrementare i rischi di sviluppare il cancro ai polmoni. L’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha stabilito che il berillio è una sostanza cancerogena.

Il vanadio. Il vanadio è un elemento raro, duro e duttile, che si trova sotto forma di composto in certi minerali. Si usa soprattutto in metallurgia, per la produzione di leghe.Il vanadio in polvere è infiammabile e tutti i suoi composti sono considerati altamente tossici, causa di cancro alle vie respiratorie quando vengono inalati. Il più pericoloso è il pentossido di vanadio. L’OSHA (l’ente statunitense per la sicurezza sul lavoro) ha fissato un limite di esposizione per il pentossido di vanadio in polvere e di per i vapori del medesimo. Un limite di 35 mg/m³ di composti di vanadio è considerato critico; non va mai superato in quanto è alta la probabilità che causi danni permanenti o la morte.

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