SICUREZZA SAFETY TU 81/08

TECO PROSEGUE LA FORMAZIONE ON LINE

Organizziamo sessioni ON LINE, con il docente e i lavoratori che si collegano contemporaneamente ad un’Aula virtuale con il proprio computer.

Attraverso strumenti molto diffusi, quali Microsoft Teamssarà possibile connettersi alla nostra Aula virtuale con molta facilità.

È molto facile: basta scaricare l’applicazione dai seguenti link:

PC Windows: https://teams.microsoft.com/downloads/desktopurl?env=production&plat=windows&arch=&download=true

MacOS: https://teams.microsoft.com/downloads/desktopurl?env=production&plat=osx&arch=&download=true

 

Dopo aver creato il Vostro account, riceverete la mail di invito a partecipare all’Aula del Corso a cui vi siete iscritti.

Ulteriori dettagli vi verranno inviati via e-mail.

 

Di seguito vi segnaliamo le date più prossime dei corsi interaziendali programmati ON LINE:

CORSO PREPOSTI (8 ORE): 31 MARZO

CORSO AGGIORNAMENTO RLS (4-8 ORE): 7 APRILE

CORSO ANTINCENDIO BASSO RISCHIO: 10 APRILE

CORSO AGGIORNAMENTO LAVORATORI (6 ore): 14 APRILE

CORSO LAVORATORI GENERALE E SPECIFICO (8 ORE): 22 APRILE

Potete confermare la vostra iscrizione via mail, oppure contattandoci ai numeri in calce.

Vi ricordiamo la possibilità di organizzare corsi ad hoc, progettati per la vostra Azienda solo con i vostri lavoratori, sempre in modalità ON LINE.

 

NUOVE SVHC PER L’AGENZIA EUROPEA ECHA


Sono 4 le nuove sostanze che l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) ha inserito nel novero delle Substances of very high concern (SVHCs) (sostanze pericolose per i propri effetti su salute e ambiente).
Vediamo quali sono e le loro caratteristiche pericolose, mettendo anche in luce cosa succede ad una sostanza quando entra in questo novero di sostanze per le quali il mondo industriale dovrà richiedere specifica autorizzazione.

Il 16 gennaio l’ECHA ha aggiunto quattro nuove sostanze all’elenco di quelle candidate per l’autorizzazione: si tratta dell’elenco delle Substances of very high concern (SVHCs), sostanze che possono avere effetti gravi sulla salute umana o sull’ambiente, e che conta ora 205 voci.
Tre delle nuove quattro (Diisohexyl phthalate, 2-benzyl-2-dimethylamino-4′-morpholinobutyrophenone e 2-methyl-1-(4-methylthiophenyl)-2-morpholinopropan-1-one) sono state inserite per via del loro carattere di tossicità per la riproduzione.


La prima non era registrata al REACH, le altre sono utilizzate soprattutto nella produzione di polimeri.
La quarta sostanza (l’acido perfluorobutano solfonico (PFBS) e i suoi sali) è stata inserita vista la sua combinazione con altre proprietà problematiche e per i probabili e gravi effetti sulla salute umana e sull’ambiente, dando origine a un livello di preoccupazione equivalente a quello delle sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche (CMR), persistenti, bioaccumulabili e tossiche (PBT) e molto persistenti e molto bioaccumulabili (vPvB).
L’acido ed i suoi Sali sono per lo più usati come catalizzatori, additivi e reagentinella produzione di polimeri e in sintesi chimiche, o come ritardanti di fiamma nei policarbonati (per dispositivi elettronici).

Cosa vuole dire entrare nell’elenco delle Substances of very high concern (SVHCs)

Le sostanze presenti nell’elenco delle sostanze candidate all’autorizzazione sono anche note come sostanze “estremamente problematiche”: una volta inserite nell’elenco delle autorizzazioni, il mondo industriale dovrà richiedere l’autorizzazione per continuare a utilizzare la sostanza.
Anche le società devono tenere conto dell’inserimento di una sostanza nell’elenco delle SVHC in merito al suo utilizzo da sola, in miscele o articoli: i fornitori di articoli contenenti una delle sostanze pericolose al di sopra di una concentrazione dello 0,1% hanno obblighi di comunicazione verso i clienti e verso i consumatori. Inoltre, gli importatori e i produttori di articoli contenenti la sostanza hanno sei mesi dalla data della sua inclusione nell’elenco dei candidati (16 gennaio 2020) per notificarlo all’ECHA.

da insic.it

Per Echa clicca qui Link

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GUIDA AL RISCHIO BIOLOGICO DELLA REGIONE LOMBARDIA

La Regione Lombardia ha pubblicato la Nota n. 4975 del 12 febbraio 2015 recante “Indicazioni operative per la valutazione, scelta e corretto utilizzo dei dispositivi per la protezione individuale da rischio biologico in ambito sanitario“.


Il documento costituisce una guida operativa, completa di specifiche di riferimento, per la scelta dei DPI che tiene conto delle indicazioni nazionali (Ministero della Salute e INAIL), europee (European CDC) ed internazionali (OMS) riconosciute.

E’ presente una tabella, corredata da immagini esplicative, contenente l’elenco dei vari dispositivi di protezione e le indicazioni operative per la valutazione, la scelta e il corretto utilizzo.

I DPI sono raggruppati per:

  • protezione degli occhi
  • protezione degli occhi e delle mucose
  • protezione delle vie respiratorie
  • protezione delle vie respiratorie e delle mucose
  • protezione del corpo
  • protezione delle mani

 

Clicca qui per scaricare la guida ai dispositivi di protezione individuale in ambito medico

UTILIZZO DI MASCHERINE E CARATTERISTICHE DELLE STESSE

tratto da “punto sicuro”

Il documento  della regione Lombardia si sofferma brevemente sulle mascherine chirurgiche, dispositivi medici che “proteggono limitatamente le mucose naso-buccali”:

– “indossate dal paziente possono costituire un utile barriera di protezione nella diffusione di agenti patogeni trasmissibili per via area (aerosol e goccioline)”;

– in relazione all’efficienza di “filtrazione batterica e resistenza respiratoria sono classificate come Tipo I o II”.

 

Riguardo ai dispositivi di protezione delle vie respiratorie il documento segnala inoltre che “in relazione alla modalità di trasmissione dell’agente patogeno, può essere necessario l’utilizzo congiuntamente ad altri DPI per la protezione del capo (copricapo) o del corpo (tuta intera con cappuccio)”.

Si fa riferimento in particolare a: facciali filtranti senza valvola, facciali filtranti muniti di valvola, semimaschera riutilizzabile con filtri.

 

Riguardo ai facciali filtranti si indica che la classificazione di tipo 1 (FFP1), 2 (FFP2) e 3 (FFP3) “definisce il livello di protezione dell’operatore a aerosol e goccioline con un grado di efficienza rispettivamente del 80%, 94% e 98%”.

Inoltre i facciali filtranti sono ulteriormente “classificati come:

– ‘utilizzabili solo per un singolo turno di lavoro’ e indicati con NR,

– ‘riutilizzabili’ (per più di un turno di lavoro) e indicati con R”.

In particolare i facciali filtranti di tipo P2 si possono ritenere corrispondenti ai respiratori classificati come N95 e quelli di tipo P3 a quelli classificati N99 dalla normativa statunitense”. Inoltre riguardo al loro utilizzo si indica che:

– “i facciali filtranti FFP2 e FFPP3 sono ritenuti idonei per la protezione da agenti biologico dei gruppi 2 e 3 e possono essere utilizzati per la protezione da alcuni agenti biologici del gruppo 4;

– è raccomandato l’utilizzo di dispositivi con fattore di protezione P3 quando il patogeno è trasmissibile per via aerea e devono essere eseguite manovre a rischio (es. broncoscopie)”. Sono riportate alcune limitazioni /peculiarità del DPI:

– “necessaria la prova di tenuta prima di ogni utilizzo;

– la tenuta sul viso può non essere garantita in presenza di barba e/o baffi;

– possono essere dotati di valvola; in tal caso non devono essere usati dai pazienti in quanto non impediscono la diffusione degli agenti patogeni trasmissibili per via aerea”.

Veniamo alla semimaschera riutilizzabile con filtri.

È un DPI utilizzato “congiuntamente a filtri di tipo P1 (bassa efficienza) P2 (media efficienza) e P3 (alta efficienza) che definiscono il livello di protezione dell’operatore con un grado di efficienza rispettivamente del 80%, 94% e 99,95%”. E “trattasi di DPI a pressione negativa in quanto l’aria ambiente viene resa respirabile dall’azione del filtro che passa all’interno del facciale solo attraverso l’azione dei polmoni”.

Riguardo all’utilizzo previsto dei DPI:

– “i filtri P2 e P3 sono ritenuti idonei per la protezione da  agenti biologici dei gruppi 2 e 3 e possono essere utilizzati per la protezione da alcuni agenti biologici del gruppo 4;

– è raccomandato l’utilizzo di dispositivi con fattore di protezione P3 quando il patogeno è trasmissibile per via aerea e devono essere eseguite manovre a rischio (es. broncoscopie)”. Limitazioni /peculiarità del DPI:

– “necessaria la prova di tenuta prima di ogni utilizzo;

– la tenuta sul viso può non essere garantita in presenza di barba e/o baffi;

– nel ricondizionamento devono essere rispettate le modalità operative riportate nella scheda informativa e previste dal produttore”.

 

Possono essere poi necessari DPI per la-protezione delle vie respiratorie e delle mucose. Dopo aver ricordato nuovamente che in “relazione alla modalità di trasmissione dell’agente patogeno, può essere necessario l’utilizzo congiuntamente ad altri DPI” per la protezione del capo o del corpo, sono presentate le maschere a pieno facciale riutilizzabili con filtri e i dispositivi di filtrazione dell’aria elettroventilati con filtri.

 

Si indica che le maschere a pieno facciale riutilizzabili con filtri “sono utilizzate congiuntamente a filtri di tipo 1 (P1), 2 (P2) e 3 (P3) che definiscono il livello di protezione dell’operatore con un grado di efficienza rispettivamente del 80%, 94% e 99,95%”:

– “i filtri P2 e P3 sono ritenuti idonei per la protezione da agenti biologici dei gruppi 2 e 3 e possono essere utilizzati per la protezione da alcuni agenti biologici del gruppo 4;

– è raccomandato l’utilizzo di dispositivi con fattore di protezione P3 quando il patogeno è trasmissibile per via aerea e devono essere eseguite manovre a rischio (es. broncoscopie)”. Queste le limitazioni /peculiarità del DPI:

– “può costituire un limite il contemporaneo utilizzo di occhiali da vista;

– nel ricondizionamento devono essere rispettate le modalità operative riportate nella scheda informativa e previste dal produttore”.

Concludiamo questa presentazione degli DPI RESPIRATORI parlando dei dispositivi di filtrazione dell’aria elettroventilati con filtri.

Sono DPI utilizzati “congiuntamente a filtri THP1, THP2 e THP3 che definiscono il livello di protezione dell’operatore con un grado di efficienza rispettivamente del 90%, 95% e 99,8%. Trattasi di DPI a pressione positiva o ventilazione forzata, in quanto l’aria ambiente viene resa respirabile dall’azione del filtro. L’ aria viene immessa all’interno di un cappuccio, di un casco o di un elmetto, mediante un elettroventilatore trasportato dallo stesso utilizzatore. La protezione è garantita solo a motore acceso”.

Le indicazioni per l’utilizzo previsto dei DPI:

– “i filtri THP2 e THP3 sono ritenuti idonei per la protezione da agenti biologici dei gruppi 2 e 3 e possono essere utilizzati per la protezione da alcuni agenti biologici   del gruppo 4;

– è raccomandato l’utilizzo di dispositivi con fattore di protezione THP3 quando il patogeno è trasmissibile per via aerea e devono essere eseguite manovre a rischio (es. broncoscopie)”. Riportiamo, anche in questo caso, le limitazioni /peculiarità del DPI:

– “il loro utilizzo garantisce la contemporanea protezione di occhi, viso e testa;

– consentono il contemporaneo utilizzo di occhiali da vista;

– nel ricondizionamento devono essere rispettate le modalità operative riportate nella scheda informativa e previste dal produttore”.

Segnaliamo infine che nel documento, che vi invitiamo a leggere integralmente, sono riportate anche utili indicazioni sulla normativa tecnica correlata ai vari DPI.

 

AGGIORNAMENTO TU 81/2008

Dal 17 gennaio 2020 è disponibile la versione aggiornata del Testo Unico In materia di Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Gli aggiornamenti rispetto alla versione precedente riguardano:

– L’inserimento degli interpelli dal n. 4 al n. 8 del 2019;

– Sostituito il Decreto Direttoriale n. 8 del 25 febbraio 2019 con il Decreto Direttoriale n. 57 del 18/09/2019 Ventiduesimo elenco dei soggetti abilitati per l’effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’art. 71 comma 11;

– Sostituito il Decreto Direttoriale n. 2 del 16 gennaio 2018 con il Decreto Direttoriale n. 58 del  18/09/2019 – Ottavo elenco dei soggetti abilitati e dei formatori per l’effettuazione dei lavori sotto tensione;

– Aggiunta la lettera a-bis all’art. 4, comma 1, del Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico 22 gennaio 2008, n. 37, inserita dal comma 50 dell’art. 1 della Legge 13 luglio 2015, n. 107;

– Aggiunto l’art. 7-bis al Decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462, come previsto dall’art. 36 del Decreto-Legge 30 dicembre 2019, n. 162, pubblicato sulla G.U. n. 305 del 31/12/2019.

FOCUS SUL TECNOSTRESS


Il termine Tecnostress venne coniato dallo psicologo americano Craig Broad nel suo libro edito nel 1984 da Addison Wesley: “Technostress: the human cost of computer revolution” (“Il costo umano della rivoluzione dei computer”). Lo psicologo faceva riferimento per la prima volta allo stress legato all’uso delle tecnologie e al loro impatto a livello psicologico. Nella definizione di Broad, il Tecnostress era il disturbo causato dall’incapacità di gestire le moderne tecnologie informatiche (computer e software). Nel 1997 questo concetto fu ripreso e ampliato da due psicologi americani, Larry Rosen e Michelle M. Weil, nel libro “TechnoStress: coping With Technology @Work @Home @Play”, frutto di una ricerca durata 16 anni. Nella loro analisi il significato di Tecnostress diventa più ampio indicando “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici e psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

I tempi indotti dalla tecnologia che evolve troppo rapidamente non si adattano al percorso degli individui, per questo si sviluppa una pressione psicologica caratterizzata da disagio e frustrazione. Già nella definizione di Broad veniva fatto riferimento a determinati sintomi da ricondurre alla sindrome del Tecnostress come ansia, affaticamento mentale, depressione, incubi notturni; in particolare, molte persone erano soggette a frequenti attacchi di rabbia causati dalle difficoltà di utilizzo di computer e software e dalla gestione di guasti o blocchi che interrompevano l’attività lavorativa.

Lo studio di Broad, e in seguito quello di Rosen e Wail, è vincolato al periodo in cui è stato concepito. In seguito si sono susseguiti moltissimi cambiamenti, sia nella tecnologia che nella comunicazione; la Rete Internet si è trasformata nello strumento universale d’informazione e la tecnologia digitale è diventata di uso comune grazie all’avvento di smartphone, tablet, connessioni Wi-Fi e tv digitale. Il termine Tecnostress acquisisce un nuovo significato con il passaggio all’era delle connessioni, dove le informazioni sono ovunque. Nella nuova accezione, questa sindrome fa riferimento alla quantità enorme di informazioni in cui gli individui sono immersi e che viene assorbita e gestita quotidianamente comportando un sovraccarico cognitivo: in psicologia tale fenomeno viene chiamato “information overload”. Quando il cervello riceve l’informazione, essa corrisponde a livello psichico ad un input mentale: questo richiede una risposta che si traduce in attivazioni di connessioni neuronali. Quando gli input sono molti e costanti, come avviene nel sovraccarico informativo e nella gestione di più device digitali, si verifica uno stato di allarme e stress, ovvero una risposta anomala (psichica e fisica) del corpo che si manifesta con un’intensa produzione di adrenalina. In questa condizione si attivano disturbi a livello cardiocircolatorio, psichico e neurologico.

Un altro elemento che ha favorito l’insorgere del Tecnostress, sia nell’ambito lavorativo che in quello personale e relazionale, è il ruolo della tecnologia mobile che ha permesso un uso costante dei flussi informativi senza vincoli di spazio e di luogo. Questo elemento mette in luce una sostanziale differenza con la prima, embrionale definizione di Broad che prendeva in analisi le reazioni psicofisiche di soggetti che lavoravano seduti alla propria scrivania.

I meccanismi complessi generati dall’innovazione tecnologica hanno comportato dei cambiamenti che aiutano a tracciare dei segni che identificano il rischio Tecnostress:

  • Utilizzo costante dello smartphone anche negli incontri sociali
  • Il soggetto non spegne mai il telefono
  • Sono molto frequenti i risvegli notturni per connettersi alle piattaforme Social
  • Si avverte l’istinto di telefonare anche in luoghi riservati (cinema, biblioteche ecc.)
  • Si scrivono messaggi mentre si è in movimento
  • La tv viene utilizzata principalmente sul tablet o sul cellulare


Accanto a questi comportamenti “a rischio”, si possono delineare una serie di sintomi che caratterizzano la sindrome da Tecnostress che spesso, per scarsa informazione, non vengono correttamente individuati:

SINTOMI FISICI

  • Aumento della frequenza cardiaca
  • Disturbi cardiocircolatori
  • Disturbi gastrointestinali (colon irritabile, gastrite, reflusso)
  • Dolori muscolo-tensivi
  • Formicolii agli arti
  • Ipertensione
  • Insonnia e alterazioni del ritmo-sonno veglia
  • Mal di testa
  • Stanchezza cronica
  • Sudorazione
  • Dolore cervicale
  • Disturbi ormonali e mestruali nella donna
  • Disturbi della pelle causati dallo stress (psoriasi, dermatiti)


SINTOMI PSICHICI (COMPORTAMENTALI E COGNITIVI)

  • Irritabilità
  • Depressione
  • Alterazioni comportamentali
  • Calo del desiderio sessuale
  • Crisi di pianto
  • Apatia

La sintomatologia ha una componente soggettiva ed ogni persona può sviluppare o meno determinati sintomi. Inoltre, essi sono riconducibili a quelli causati dal cosiddetto “elettrosmog”, ovvero dall’esposizione eccessiva, diurna e notturna, a campi elettromagnetici emessi da apparecchi elettrici, router e modem Wi-Fi, smartphone, tablet e pc.

Il Tecnostress in uno stadio già avanzato procura molte ripercussioni, sia livello lavorativo che relazionale. Sul lavoro si verificano amnesie e disturbi della memoria, condizioni che generano assenteismo, mancanza di motivazione e perdita di efficacia professionale. Anche sul piano relazionale il Tecnostress ha una forte incidenza: il soggetto tecnostressato reagisce con l’isolamento e la chiusura emotiva, ha attacchi di rabbia, entra in conflitto con colleghi e famigliari. Queste condizioni sfociano spesso in una sindrome da dipendenza da Internet (IAD – Internet Addiction Disorder), disturbo che si intreccia con il Tecnostress. 

Nel 2007 il Tecnostress è stato riconosciuto come malattia professionale in seguito ad una sentenza del procuratore aggiunto del Tribunale di Torino, Raffaele Guariniello. Il passaggio alla definizione di malattia professionale si verificò dopo numerosi esposti e denunce di lavoratori. La prima inchiesta si svolse in un call center, luoghi ad alto rischio Tecnostress. Ma come è accaduto per l’evoluzione del termine, molte indagini sono state effettuate in passato, quando la tecnologia non era ancora sviluppata e l’informazione digitale non era presente in modo massiccio. Per questo motivo, il Tecnostress può registrare nuovi casi, differenti nella sintomatologia e nel grado di gravità; inoltre il rischio professionale può aumentare anche per la nascita e la crescita di nuove categorie professionali. Allo stato attuale, ogni settore lavorativo dove si usano frequentemente le tecnologie digitali, (ICT, editoria ecc.), deve obbligatoriamente includere nel documento della valutazione del rischio stress lavoro correlato, il rischio Tecnostress.
Tale percorso viene applicato in conformità con il Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro 81/2008. Considerata la recente diffusione del Tecnostress, la valutazione del rischio negli ambiti professionali è essenziale per individuare adeguate misure di protezione e prevenzione che riguardano l’organizzazione del lavoro, le procedure, l’informazione e la formazione dei lavoratori.


Nell’indagine sulla valutazione del rischio nei luoghi di lavoro, è molto importante inquadrare la tipologia dell’azienda per stabilire il tipo di rapporto esistente con il carico informativo e la gestione simultanea di più dispositivi digitali (multitasking). Questo avviene spesso nelle aziende che si occupano di editoria dove i lavoratori utilizzano la creatività, contemporaneamente gestiscono programmi e interagiscono con il social network (multimedialità, inserimento di recensioni online, utilizzo di forum di discussione).
I contesti lavorativi dove il rischio Tecnostress è elevato sono molti: tuttavia, i lavoratori più a rischio sono i networkers (chi lavora in rete), le professioni dell’ICT (Information and Communications Technology), gli operatori call center, i giornalisti, i community manager e i web content editor, i commercialisti, gli avvocati, i pubblicitari, gli analisti finanziari, gli imprenditori e i programmatori.

I parametri che aiutano a definire l’entità del rischio Tecnostress sono il tempo trascorso per gestire le informazioni digitali, la quantità di carico informativo e i sintomi che segnalano una marcata tendenza allo scivolamento nella sindrome. Per poter tracciare i confini del disturbo da Tecnostress è importante la presenza di due elementi peculiari: la radicale accelerazione dei ritmi, di vita e lavorativi e la fusione tra vita personale e professionale causata dalla pervasività delle tecnologie digitali. Ogni persona può lavorare o essere contattata in qualsiasi momento e in ogni luogo. La rivoluzione digitale e i social media hanno stravolto il concetto abituale di separazione tra la vita online e quella offline. Gli individui dell’era attuale sono proiettati in un tempo sferico che non ha inizio né fine, dove gli aspetti della vita professionale e personale si fondono in un flusso unico di rappresentazioni e contenuti digitali. Il Tecnostress mostra con estrema chiarezza il suo volto nel mondo imprenditoriale, soprattutto quello in cui si fa un uso massiccio delle piattaforme social in azienda anche quando esse non vengono utilizzate per scopi legati alla produttività o all’attività professionale. Il controllo, spesso ossessivo, delle mail fuori dal contesto e dagli orari di lavoro (al risveglio, a letto, a tavola, in vacanza ecc.) induce a non separare i contesti e a continuare a gestire il carico informativo con la stessa intensità. Non si può certamente negare che l’avvento dello smartphone abbia comportato innumerevoli vantaggi e opportunità di lavoro, permettendo di gestire progetti e attività a distanza, migliorando la produttività personale e creando nuove connessioni con aziende e imprenditori anche se attivi a grandi distanze. Il nodo centrale è la gestione di questi strumenti che deve essere consapevole e professionale, per evitare di arrivare al dominio di un ininterrotto flusso digitale. La continua disponibilità concessa dall’always on (sempre connesso) è funzionale alle aziende che vogliono mantenere una costante pressione sulle risorse anche fuori dal posto di lavoro, fenomeno che genera un aumento di produttività che, tuttavia, non viene riconosciuto nella retribuzione. Dall’altra parte, pur in assenza di un effettivo accordo contrattuale, il lavoratore tende a tollerare queste intrusioni, considerandole parte integrante e inevitabile dell’attività e del proprio ruolo, e ad acconsentire ad inviare feedback in tempi brevi anche quando le richieste tramite mail o messaggi vengono fatte in orari serali, notturni o nel week-end. La connessione continua e senza confini può incidere in modo negativo sulla salute mentale e fisica, sulle relazioni sociali, affettive e professionali e sullo stesso rendimento lavorativo.

La gestione delle conseguenze prevede l’attuazione di strategie di prevenzione, formazione e di misure per la gestione del carico sintomatologico. Rimedi validi per il Tecnostress sono quelli che inducono al rilassamento mentale e fisico e all’interruzione, per alcuni porzioni di tempo, del flusso digitale attraverso tecniche mentali (pnl, esercizi di concentrazione), tecniche olistiche (Yoga agopuntura, meditazione), tecniche sportive (sport e passeggiate a contatto con la natura), tecniche rigenerative (alimentazione naturale, uso di piante mediche e officinali,  naturopatia). In ambito professionale è importante prevedere una riorganizzazione del lavoro e un’adeguata distribuzione del carico informativo nel rispetto degli orari e degli spazi extra-lavorativi. Una buona strategia dovrà includere anche l’attivazione della richiesta di una maggiore formazione dei lavoratori sulla valutazione del rischio Tecnostress e dei danni connessi ai campi elettromagnetici.

articolo di  Marta Chiappetta da benessere.com

Bibliografia
– Brigo B., Stress positivo, stress negativo, Tecniche Nuove, Milano, 2007.
– Danon M, Stop allo stress, Urra- Apogeo, Milano, 2012.
– Di Frenna E., Tecnostress. Le 10 cose da sapere per affrontare il rischio nel lavoro digitale e imparare a valutarlo, Ebook, 2015.
– Perciavalle M., Prunesti A., Offline è bello, Franco Angeli, Milano, 2016.

LAVORO IN SOLITARIO LA GUIDA DELLA SUVA


Questo opuscolo spiega a quali condizio
ni una persona impiegata nel settore dell’artigianato o dell’industria è autorizzata a lavorare da sola. Contiene informazioni sui requisiti che devono soddisfare le persone tenute a lavorare da sole, i posti di lavoro occupati da una persona sola e il piano di emergenza in base alle disposizioni di legge e all’esperienza.

puoi caricare la guida cliccando qui sotto

GUIDA 1

 

GUIDA 2

COME PROTEGGERSI DAI MICROINQUINANTI ALLA GUIDA

Gli inquinanti atmosferici tossici come l’anidride carbonica e l’ossido di azoto non sono presenti solo nell’aria esterna: anche  all ‘interno delle nostre auto possiamo inalare micro inquinanti che possono nuocere alla nostra salute.

Esistono modalità preesistenti per filtrare l’aria della cabina della tua auto, in particolare con le impostazioni sul cruscotto della tua auto. La velocità della ventola, la modalità di ventilazione e le opzioni di ricircolo dell’aria in cabina possono proteggere la salute respiratoria, ma in questo caso non filtrano molte delle particelle più piccole e pericolose presenti nell’aria.

Una ricerca dell’Università della California, Riverside, sta studiando quali metodi potrebbero  filtrare al meglio l’aria della cabina e proteggere la salute respiratoria.

I filtri abitacolo sono stati originariamente progettati per rimuovere grandi particelle come polline e polvere dall’aria della tua auto. Di conseguenza, non sono funzionali a filtrare le particelle submicrometriche più piccole dalle emissioni dei veicoli come l’anidride carbonica (espirata dai passeggeri) e l’ossido di azoto (dalle emissioni dei veicoli). Questi gas, se inalati, possono provocare differenti  effetti negativi sulla salute

Altri fattori che possono influenzare o esacerbare il rischio di inquinanti nell’abitacolo sono il traffico intenso, la velocità della ventola di ventilazione, le sostanze inquinanti nell’aria esterna e il numero di passeggeri nell’auto.

I conducenti nelle città  più trafficate corrono un rischio particolarmente elevato di esposizione a microinquinanti . Nel corso di un lungo viaggio in auto, la cabina della tua auto può accumulare livelli di particolato e gas.

L’articolo sullo studio dell’Università della California spiega come questi particolati penetrino nella cabina della tua auto. Descrive la cabina dell’auto come una “scatola con piccoli fori per lo scambio di gas”. Ciò significa che la cabina “alla fine sarà ventilata o equilibrata, con l’aria esterna”. Questo può richiedere da un minuto a un’ora.

Inoltre, le auto si differenziano per la capacità di filtrare gli inquinanti atmosferici e mantenere la qualità dell’aria nella cabina pulita. Tuttavia, non esisteva un metodo o un indice di prova standard per quantificare queste tossine, fino ad ora.

Heejung Jung, professore di ingegneria meccanica per UC Riverside, studia come l’inquinamento esterno penetri all’interno delle auto e identifica i modi per migliorare la qualità dell’aria in cabina. Jung ha lavorato con la società di consulenza Emissions Analytics per sviluppare un metodo di prova standard per la qualità dell’aria nelle auto.

Il primo passo dello standard verso l’approvazione dell’agenzia di regolamentazione è stato nel corso di un seminario del Comitato europeo di normalizzazione nel novembre del 2019. Durante questo seminario, il team ha testato 100 veicoli e sta usando i dati per costruire un database che aiuterà i futuri conducenti a proteggere la loro salute respiratoria includendo la qualità dell’aria in cabina è un fattore identificabile che gli acquirenti possono considerare quando acquistano un’auto.

Il sistema più semplice per ridurre  il particolato nella cabina della tua auto è quello di chiudere i finestrini e scegliere l’impostazione di ricircolo del sistema di ventilazione dell’auto. Il ricircolo e una bassa ventilazione rimuovono la maggior parte delle nanoparticelle ultrafine  .

Tuttavia, questa impostazione contribuisce a una maggiore inalazione  di anidride  carbonica, un normale sottoprodotto della respirazione umana. Poche auto hanno la tecnologia per ridurre l’anidride carbonica.

Il gruppo di Jung ha studiato i modi per inclinare le alette di ricircolo in una certa direzione per controllare lo scambio tra aria di ricircolo e aria fresca. Questo metodo ha lo scopo di ridurre l’esposizione all’anidride carbonica e gestire i livelli di particolato.

Questo metodo, noto come “ricircolo d’aria frazionata”, è un’opzione praticabile per le case automobilistiche per migliorare i sistemi di filtrazione dell’aria che minimizzerebbero il particolato, l’anidride carbonica e l’ossido di azoto.

Tuttavia, fino a quando tale sistema non sarà incorporano nei  nuovi modelli di auto, i conducenti possono esclusivamente sperimentare questo metodo da soli. I conducenti possono regolare le modalità in base alla velocità con cui guidano, al numero di passeggeri, alla tenuta dei finestrini dell’auto e all’efficienza del sistema di filtraggio dell’aria della cabina dell’auto.  Jung e Emissions Analytics stanno preparando un database per dare indicazioni su oltre 2.000 modelli di auto.

“Quando  ti imbatti in una strada congestionata con molti camion di fronte a te, scegli la modalità di ricircolo e regola la velocità della ventola. Il ricircolo completo con una bassa  velocità della ventola  non deve essere utilizzato per più di qualche minuto poiché l’anidride carbonica si accumula rapidamente all’interno della cabina “, ha dichiarato Jung.

Se è necessario mantenere attiva la modalità di ricircolo per più di qualche minuto, Jung consiglia di aumentare la velocità della ventola di ventilazione. Una velocità della ventola più elevata, sebbene rumorosa, può comportare un po ‘più di ventilazione rispetto alla bassa velocità. I produttori possono anche incorporare il ricircolo frazionario nei loro progetti di ventilazione.

“Questo principio si applica a tutti gli ambienti chiusi come aeroplani, autobus, treni, metropolitane ed edifici”, ha detto Jung. “Siamo in grado di ridurre significativamente l’esposizione agli inquinanti atmosferici in alcuni ambienti in cui le persone trascorrono più tempo con i sistemi di circolazione dell’aria che includono il ricircolo frazionario”.

da ohsonline liberamente tradotto ed adattato  da dott Alessandro Guerri medico specialista in medicina del lavoro

COMPARTO LEGNO: I DATI INAIL SUGLI INFORTUNI NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI

Il periodico curato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto dedica un articolato approfondimento a uno dei principali settori di attività del sistema manifatturiero italiano, con il 14,5% delle imprese, l’8,6% degli addetti e il 4,7% del fatturato

Legno e arredo, nel nuovo numero di Dati Inail l’identikit di una filiera ad alto rischio

ROMA – Frese, seghe elettriche, troncatrici, presse, piallatrici… È sufficiente fare l’elenco dei macchinari che un operatore del settore del legno utilizza quotidianamente per comprendere come in questo tipo di attività il rischio di subire un infortunio sul lavoro sia sempre in agguato. A scriverlo è l’ultimo numero del mensile Dati Inail, curato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto e dedicato alla filiera del legno-arredo, che in Italia rappresenta uno degli ambiti produttivi di maggiore consistenza del sistema manifatturiero, con il 14,5% del totale delle imprese, l’8,6% degli addetti e il 4,7% del fatturato, secondo per rischio di infortunio solo a quello della metallurgia.

Trenta casi mortali nel quinquennio 2014-2018. Gli infortuni sul lavoro denunciati nel solo settore del legno (taglio e fabbricazione di prodotti) nel 2018 hanno fatto segnare un lieve aumento (+0,7%) rispetto all’anno precedente, ma sono comunque in calo dell’8,7% rispetto alle denunce presentate nel 2014. Concentrando l’analisi sui casi riconosciuti dall’Inail, il decremento è ancora più rilevante. I 2.927 infortuni accertati nel 2018, infatti, sono in diminuzione del 4,3% rispetto ai 3.060 del 2017 e del 16,2% rispetto ai 3.493 del 2014. Nel quinquennio 2014-2018 i casi mortali riconosciuti sono stati 30.

Più infortuni nelle regioni settentrionali. Il 93,7% degli infortuni accertati si è verificato in occasione di lavoro e solo il restante 6,3% in itinere, nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro. A livello territoriale, i casi di infortunio si concentrano soprattutto al Nord e, in particolare, nel Nord-Est, con il 42,5% degli infortuni totali. Più di otto infortunati su 10 sono di nazionalità italiana, seguiti dai lavoratori provenienti da Marocco (2,7%), Romania e Albania (2,6% per entrambe).

In quasi un incidente su due sono le mani a subire lesioni. Le parti del corpo che subiscono principalmente le lesioni provocate dagli infortuni sono le mani (quasi il 47% dei casi totali), mentre la tipologia delle lesioni comprende ferite (38,9% dei casi), contusioni (20,3%) e lussazioni (15,9%). In più della metà dei casi l’infortunio è stato causato da un movimento scoordinato o dalla perdita di controllo di un utensile, mentre gli incidenti causati dal contatto con un agente materiale tagliente sono pari al 21,7%.

Il picco avviene nella seconda ora del turno di lavoro. Tra i giorni lavorativi, l’inizio della settimana risulta essere più a rischio. Tra il lunedì e il mercoledì, infatti, si è registrata una percentuale costante di infortuni del 20%, che scende al 18% il giovedì e il venerdì, con un residuo 4% il sabato. Gli infortuni si sono verificati in prevalenza all’inizio del turno lavorativo, con il picco nella seconda ora di lavoro (14,6%).

Ogni anno accertate 170 malattie professionali. Dall’analisi dei dati relativi alle malattie professionali nell’industria del legno – che comprende attività che vanno dal taglio e piallatura alla fabbricazione di porte, finestre, imballaggi e pavimentazione in parquet – emerge che le patologie di origine lavorativa riconosciute ogni anno dall’Inail sono circa 170. In sei casi su 10 si tratta di tratta di malattie osteomuscolari e del tessuto connettivo, in particolare i disturbi dei tessuti molli, favorite dall’utilizzo di strumentazioni spesso di tipo artigianale e manuale. Seguono con il 20% dei casi le patologie dell’orecchio, per il rumore prodotto dalle macchine, e quelle del sistema nervoso (14%). I tumori, pari al 3%, sono quasi esclusivamente quelli maligni dell’apparato respiratorio, causati dalle polveri inalate durante le operazioni di taglio del legname.

  • Dicembre 2019Argomenti
    La filiera legno-arredo – Bando isi 2019: un nuovo asse per il legno – Legno, un’attività ad alto rischio – Le malattie professionali nell’industria del legno – L’industria del legno nelle nuove tariffe dei premi
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CELLULARI E TUMORI : PER LA CORTE D ‘APPELLO ESISTE UN NESSO

Da la Stampa

TORINO. «Nuoce gravemente alla salute. A meno che non venga utilizzato correttamente». È questa l’etichetta che Roberto Romeo vorrebbe apporre sulle scatole dei cellulari.  Dipendente di Telecom Italia, ha passato la sua vita con il telefonino appiccicato all’orecchio. Anche per 4 o 5 ore al giorno. Poi si è ammalato. Ha scoperto di avere un neurinoma dell’acustico, tumore benigno, ma invalidante.

Il nesso
Tra le giornate passate al cellulare e il tumore al cervello c’è un nesso. Ad affermarlo è la Corte d’Appello di Torino che ha confermato la sentenza di primo grado del Tribunale di Ivrea con cui, nell’aprile 2017, i giudici avevano condannato l’Inail a corrispondere a Romeo una rendita vitalizia da malattia professionale. «Una sentenza storica, come lo era stata quella di Ivrea, la prima al mondo a confermare il nesso causa-effetto tra il tumore al cervello e l’uso del cellulare – spiegano gli avvocati Stefano Bertone e Renato Ambrosio dello studio Ambrosio&Commodo di Torino, che hanno seguito la vicenda – La nostra è una battaglia di sensibilizzazione sul tema. Manca informazione, eppure è una questione che interessa la salute dei cittadini».

Il rischio
Basta usare il cellulare 30 minuti al giorno per otto anni per essere a rischio. «Le persone – aggiungono gli avvocati – devono conoscere le possibili conseguenze di un utilizzo prolungato del telefonino, così da poter analizzare con consapevolezza il loro rapporto, e quello dei loro figli, con i cellulari e altri strumenti dannosi per la salute».

La Codacons, che commenta la sentenza della Corte d’Appello, chiede di inserire sulle confezioni dei telefoni cellulari indicazioni sulla pericolosità per la salute umana, come viene fatto sui pacchetti di sigarette. «Ancora una volta – afferma il presidente Carlo Rienzi – viene confermata la pericolosità dei cellulari per la salute umana. Dallo Iarc all’Oms, passando per i recenti studi condotti dal National Toxicology Program degli Stati Uniti (NTP) e dall’Istituto Ramazzini, tutti gli enti di ricerca affermano senza ombra di dubbio come l’esposizione alle onde elettromagnetiche prodotte dai telefonini sia potenzialmente cancerogena». «I cittadini – conclude Rienzi – hanno ora il diritto di essere informati riguardo i rischi che corrono, e per tale motivo non basta avviare campagne informative: serve apporre sulle confezioni dei telefonini avvisi circa i rischi per la salute, al di pari di quanto già avviene con i pacchetti di sigarette».

Il parere dell’Istituto Superiore della Sanità
L’uso prolungato dei telefoni cellulari, su un arco di 10 anni, non è associato all’incremento del rischio di tumori maligni (glioma) o benigni (meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari). E’ quanto è emerso dall’ultimo Rapporto Istisan “Esposizione a radiofrequenze e tumori” curato da Istituto superiore di sanità, Arpa Piemonte, Enea e Cnr-Irea, pubblicato lo scorso agosto che arriva ad una conclusione differente rispetto a quello della Corte d’Appello di Torino secondo cui l’uso prolungato del telefono cellulare può causare tumori alla testa.

I dati attuali, tuttavia, si precisa nello studio, «non consentono valutazioni accurate del rischio dei tumori intracranici e mancano dati sugli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato durante l’infanzia». Si tratta del più recente studio pubblicato sul tema, ma le ricerche in merito all’eventuale nesso tra telefonini e tumori sono in corso da oltre 20 anni.