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DISTURBI POST TRAUMATICI DA STRESS NEGLI INFERMIERI DEI REPARTI COVID

Da infermieristicamente.it

Il personale che lavora nelle unità di terapia intensiva (ICU) sta affrontato sfide significative dovute alla pandemia da COVID-19,  che hanno il potenziale per influire negativamente sulla loro salute mentale.Uno studio pubblicato sulla rivista Occupational Medicine, ha identificato i tassi di probabile disturbo di salute mentale nel personale che lavora nelle unità di terapia intensiva in nove ospedali inglesi nei mesi di giugno e luglio 2020.

L’epidemia di virus COVID-19 è stata dichiarata pandemia il 12 marzo 2020 dall’Organizzazione mondiale della sanità. In tutto il mondo gli operatori sanitari sono stati in prima linea nella risposta di ogni nazione, lavorando per far fronte a un aumento improvviso e drammatico della domanda e del carico di lavoro. Tra quelli più direttamente colpiti ci sono stati i team di terapia intensiva e anestetici che insieme hanno aumentato e ampliato la fornitura di cure critiche. Il personale sanitario in prima linea avrà sperimentato una miriade di fattori di stress psicologici, comprese le paure di contrarre il virus e mettere in pericolo i propri cari, preoccupazioni per la mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI) e angoscia relativa agli esiti avversi dei pazienti e alla perdita di vite dei pazienti nonostante i loro migliori sforzi.

All’interno del Regno Unito una percentuale sostanziale dei 175.000 pazienti ricoverati in ospedale con COVID-19 ha ricevuto cure critiche in unità specializzate. Per far fronte a questa impennata senza precedenti, durante la prima ondata di pandemia nel Regno Unito, gli ospedali sono stati costretti a creare unità di terapia intensiva (ICU) ad hoc con modelli di personale fortemente modificati; riducendo il normale rapporto infermiere: paziente in terapia intensiva 1: 1 fino a 1: 6 in alcuni casi.

Le carenze preesistenti di personale esperto in terapia intensiva sono state notevolmente aggravate da alti livelli di malattia e quarantena del personale durante la prima ondata di COVID-19. Di conseguenza, il personale di terapia intensiva ha affrontato un periodo particolarmente impegnativo lavorando frequentemente in aree in cui il rischio percepito di esposizione a COVID-19 è elevato per lunghi periodi, indossando DPI, con le difficoltà di gestire la carenza di personale e attrezzature su base giornaliera, specialmente durante la prima ondata .

L’alto tasso di mortalità tra i pazienti COVID-19 ricoverati in terapia intensiva, associata alla difficoltà di comunicazione e di fornire un adeguato supporto di fine vita ai pazienti e ai loro parenti prossimi a causa delle restrizioni di visita, è stato un fattore di stress specifico per tutto il personale che lavora in terapia intensiva. Queste condizioni di lavoro hanno il potenziale di avere un impatto negativo sulla salute mentale del personale di terapia intensiva, compresa l’esperienza di disagio psicologico, lesioni morali e lo sviluppo di difficoltà di salute mentale come la depressione e il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

E’ stata esaminata la salute mentale dell’impatto del lavoro nelle strutture di terapia intensiva durante l’ultima parte della prima ondata di ondata di pandemia COVID-19 per il personale del NHS durante giugno e luglio 2020.

Al personale è stata somministrata una breve indagine basata sul web anonimizzata comprendente questionari standardizzati che esaminano la depressione, i sintomi di ansia, i sintomi del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), il benessere e l’uso di alcol.

Settecentonove partecipanti hanno completato le indagini comprendenti 291 (41%) medici, 344 (49%) infermieri e 74 (10%) altro personale sanitario. Oltre la metà (59%) ha riportato un buon benessere; tuttavia, il 45% ha soddisfatto la soglia per la probabile significatività clinica su almeno una delle seguenti misure: depressione grave (6%), disturbo da stress post-traumatico (40%), ansia grave (11%) o problema con l’alcol (7%). Il 13% degli intervistati ha riferito frequenti pensieri di suicidio e di autolesionismo nelle ultime 2 settimane.

Circa il 45% del campione riporta i sintomi di probabile disturbo da stress post-traumatico, depressione grave o disturbo d’ansia grave. Più di uno su sette del personale di terapia intensiva che ha partecipato a questo studio ha riferito di pensare al suicidio o a compiere atti di autolesionismo nelle ultime 2 settimane, con gli infermieri che avevano maggiori probabilità di sviliuppare cattive condizioni di salute mentale e idee di autolesionismo o ideazione suicidaria rispetto ai medici o altro personale sanitario. Infine, anche se circa l’8% del campione sembrava essere a rischio di difficoltà alcol-correlate, questo livello di consumo di alcol non era significativamente associato a esiti di salute mentale peggiori.

I risultati evidenziano il potenziale profondo impatto che COVID-19 ha avuto sulla salute mentale del personale in prima linea nel Regno Unito. Uno studio del 2014 sulla morbilità psichiatrica degli adulti ha rilevato che i tassi di probabile disturbo da stress post-traumatico nel pubblico in generale del Regno Unito sono del 4% e altri studi hanno riportato una prevalenza complessiva di disturbo da stress post-traumatico nel personale militare britannico di circa il 7% con il tasso più alto, del 17%, nei veterani che avevano recentemente prestato servizio in un ruolo di combattimento.

Pertanto, il probabile tasso di disturbo da stress post-traumatico riportato (40%) era circa nove volte quello riscontrato nella popolazione generale e più del doppio di quello riscontrato nei recenti veterani di combattimento.

Sebbene sia possibile che gli alti livelli di probabili disturbi mentali siano il risultato del fatto che la terapia intensiva è sempre stata un ambiente difficile, uno studio del 2015 su 335 dipendenti di terapia intensiva ha rilevato tassi di probabile disturbo da stress post-traumatico dell’8% tra il personale che lavora con gli adulti e del 17% tra il personale che lavora con i bambini suggerendo che i tassi in questo studio sono effettivamente elevati. E’ emerso che gli infermieri sono più propensi a riferire di aver avuto problemi di salute mentale rispetto ai medici o ad altro personale in terapia intensiva. Non è chiaro se questo gruppo professionale sia più vulnerabile alla malattia mentale in virtù di fattori di rischio demografici o se altri fattori influenzino indebitamente questo gruppo.

Tuttavia, gli infermieri in terapia intensiva del Regno Unito hanno maggiori probabilità di essere giovani adulti e donne  e questo gruppo demografico ha dimostrato di essere a maggior rischio di soffrire di cattiva salute mentale nella popolazione generale durante la pandemia. Altri rapporti recenti hanno anche evidenziato che gli infermieri sono a rischio considerevole di burnout e che gli infermieri erano a rischio di soffrire di cattiva salute mentale che poteva influenzare i tassi di ritenzione suggerendo che l’infermieristica potrebbe essere una professione particolarmente a rischio di sofferenza cattiva salute mentale.

Quale impatto lo studio può avere sulla pratica o sulla politica? I dirigenti sanitari devono dare la priorità al supporto per la salute mentale del personale e l’accesso tempestivo ai trattamenti basati sull’evidenza per il personale dell’unità di terapia intensiva. I supervisori e i dirigenti dovrebbero essere consapevoli che una parte sostanziale del personale dell’unità di terapia intensiva può avere prestazioni inferiori a causa del loro attuale cattivo stato di salute mentale. È necessario ulteriore lavoro per capire se gli alti livelli di sintomi di salute mentale identificati in questo studio sono veramente indicativi di alti livelli di necessità clinica per l’assistenza sanitaria mentale.

INAIL: NUOVA PIATTAFORMA PER LA GESTIONE DELLO STRESS LAVORO CORRELATO

Da Inail.it

È stata pubblicata la versione reingegnerizzata della piattaforma Inail per la valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato ai sensi del D.lgs.81/08. La piattaforma può essere utilizzata dal Datore di Lavoro e/o suo delegato e da soggetti terzi previsti di credenziali dispositive Inail, abilitati come “Incaricati stress lavoro-correlato” dal Datore di Lavoro

Per informazioni tecniche o metodologiche inerenti l’utilizzo della nuova piattaforma, è possibile inviare una richiesta di assistenza tramite il servizio online “Inail Risponde”, disponibile nella sezione Supporto del portale.

https://www.inail.it/cs/internet/attivita/ricerca-e-tecnologia/area-salute-sul-lavoro/rischi-psicosociali-e-tutela-dei-lavoratori-vulnerabili/rischio-stress-lavoro-correlato.html

VACCINO PFIZER:STOP ALLA SECONDA DOSE SE POI C’È CONTAGIO

Da Dottnet.it

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La risposta immunitaria naturale si somma all’immunizzazione. I rritardi di Pfizer non dipendono dai problemi per i primi lotti. Contatti tra Ema e i produttori del vaccino russo Sputnik e cinese Sinovac

L’UNIVERSITÀ DI MILANO TRA LE ECCELLENZE MONDIALI NELLA LOTTA AL COVID 19

MILANO. Prima in Europa e quarta nel mondo: l’Università Statale di Milano ottiene risultati sorprendenti per la ricerca sul Covid. La prestigiosa rivista Science certifica come la Statale di Milano sia il primo ateneo a livello europeo e il quarto a livello mondiale – preceduta soltanto dalle due università di Wuhan e dalla Harvard Medical School – per numero di articoli scientifici pubblicati sul virus Sars-CoV-2: 287 nei primi sei mesi del 2020.

IX RAPPORTO MALATTIE PROFESSIONALI INAIL

Il rapporto Malprof 2015-2016 rappresenta la nona edizione di una pubblicazione ormai standardizzata, risultato di un’attività di ricerca e di monitoraggio che coinvolge ad oggi 18 Regioni.

Immagine Malprof 2015-2016 - Il nono rapporto Inail - Regioni sulle malattie professionali

La rilevazione delle malattie professionali secondo il modello Malprof si basa su un flusso dati che dai servizi di Prevenzione delle Asl pervengono ad Inail Ricerca per poter costituire una base dati utile sia al monitoraggio delle patologie professionali nel territorio nazionale, sia nell’indicare le informazioni utili ai fini prevenzionali definendo le possibili correlazioni o “nessi di causa” tra l’attività lavorativa svolta (in termini di settori di attività economica e di professione lavorativa) e la patologia professionale.

Prodotto: Volume
Edizioni Inail –  2020
Disponibilità: Consultabile solo in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it

INAIL RIMOZIONE DI TUBI IDRAULICI IN CEMENTO AMIANTO

 

Le istruzioni operative sono state elaborate per indicare una procedura di intervento in sicurezza per la rimozione delle tubazioni idriche interrate in cemento amianto, ai fini della tutela dei lavoratori del settore e degli ambienti di vita.

Immagine Safe removal of underground asbestos-cement water pipes

Il lavoro è stato realizzato sulla base di numerose esperienze acquisite on site e dal confronto in riunioni tecniche e Conferenze dei Servizi (nazionali e locali) con Ministeri, Regioni, Autorità di vigilanza regionali e locali, SNPA, ISS, Università, sentiti altresì alcuni tra i massimi esperti italiani, Associazioni di categoria ed aziende del settore. Le indicazioni praticate dai gestori di rete e delle Ausl in Italia, hanno suscitato estremo interesse anche nei Tavoli tecnici di normazione (UNI, CEN, ISO, ASTM) ed in altri Paesi che si trovano a confrontarsi con tale problematica di sicurezza. Pertanto, su sollecitazione di questi, si pubblica la versione inglese del volume citato, aggiornata e contestualizzata all’ambito internazionale. Ciò al fine di contribuire ad una efficace trasferibilità dei risultati della ricerca italiana, promuovendo altresì la circolarità delle conoscenze tecnico-scientifiche nelle comunità internazionali.

L ‘unica nostra osservazione al volume é la scelta di pubblicarla esclusivamente in  lingua inglese , in considerazione del compito divulgativo rivolto ad un pubblico prevalentemente nazionale…. 

Prodotto: Volume
Edizioni:Inail – 2020
Disponibilità: Si – Consultabile anche in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it

VACCINAZIONE COVID E FORZA DELLA SUA IMMUNITA’

dal corriere.it

I vaccini ci proteggono anche dalle varianti del coronavirus? Ha senso prolungare l’intervallo tra la prima e la seconda dose per «proteggere» più persone o, addirittura, come proposto da alcuni,limitarsi a una sola iniezione ? I timori e i dubbi sull’efficacia dei vaccini anti-Covid sono legittimi di fronte alla situazione mondiale della pandemia.

Per quanto riguarda le varianti ( oggi preoccupa soprattutto la variante brasiliana) gli esperti non escludono che alcune mutazioni possano sfuggire agli anticorpi indotti dai vaccini oggi esistenti, ma sottolineano anche che i vaccini a base di Rna messaggero possono essere modificati con facilità in base a nuove esigenze. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha chiesto uno sforzo globale per sequenziare e condividere più genomi del virus, in modo da tracciare le mutazioni.

La variante inglese B.1.1.7 si sta diffondendo rapidamente nel Regno Unito, Irlanda, Danimarca. C’è poi la 501Y.V2, identificata in Sudafrica: in laboratorio alcune delle sue mutazioni, indicate con le sigle E484K e K417N, hanno mostrato di ridurre l’impatto degli anticorpi monoclonali e del plasma dei convalescenti. La variante P.1 identificata a Manaus in Brasile sembra avere mutazioni simili ed è già stata identificata in Giappone. Non sappiamo però come questi nuovi ceppi stiano influendo sul corso della pandemia. In Gran Bretagna è stato creato il consorzio G2P-UK per studiare gli effetti delle mutazioni emergenti. Finora Sars-CoV-2 non sembra essere diventato “resistente” ai vaccini, ma secondo l’Oms è urgente mettere in campo una sorveglianza efficiente per rilevare le varianti e vaccinare in fretta quante più persone possibile.

Un caso paradigmatico è quello di Israele, dove sono già stati somministrati quasi 2,5 milioni di dosi di vaccini (28% della popolazione). Una campagna massiccia, cui è stato affiancato un lockdown per potenziarne i risultati. I primi dati sembrano positivi. Clalit HMO, la più grande organizzazione di servizi sanitari israeliana, ha confrontato due gruppi: 200 mila vaccinati e 200 mila non vaccinati di pari età e profili di salute. Fino al dodicesimo giorno dall’inoculazione del primo gruppo, non c’era differenza nei tassi di infezione. Il 13esimo giorno, scrive il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, è successo qualcosa: il gruppo vaccinato ha mostrato un calo del 33% nel numero di persone infette, rispetto al gruppo non vaccinato. Nei giorni seguenti la differenza è rimasta, con un intervallo variabile tra il 20 e il 40%.
Israele rappresenta un «esperimento scientifico» anche sotto un altro aspetto: la possibilità di ritardare la seconda dose secondo la schedula prevista negli studi clinici. Un grosso azzardo, secondo molti esperti, perché la piena efficacia del vaccino si raggiunge solo a una settimana di distanza dalla seconda dose. Lo conferma una notizia riportata dal Times of Israel, secondo cui all’inizio di gennaio, tra i circa un milione di vaccinati, a circa 240 è stato diagnosticato il virus giorni dopo l’iniezione. Escluso che il vaccino possa essere in sé causa di infezione (dato che non contiene parti del virus), si tratta di una conferma della necessità di continuare a proteggersi dopo la prima dose, perché il corpo impiega tempo per produrre anticorpi efficaci.

Finora gli studi sul vaccino Pfizer hanno dimostrato che la protezione comincia a svilupparsi 8-10 giorni dopo la prima iniezione e solo al 50% di efficacia. Ecco perché la seconda dose, somministrata 21 giorni dopo la prima, è fondamentale: rafforza la risposta del sistema immunitario, portando l’efficacia al 95% e garantendo l’immunità. Un livello che viene raggiunto una settimana dopo la seconda dose, 28 giorni dopo la prima. Ecco perché chiunque si infetti pochi giorni prima di ricevere il vaccino o del raggiungimento della piena efficacia è ancora in pericolo di sviluppare sintomi. Un altro punto importante è che gli studi non hanno ancora determinato se il vaccino blocchi l’infezione e quindi la trasmissione: la mucosa nasale potrebbe comunque ospitare particelle virali in moltiplicazione (senza danneggiare il portatore, protetto dagli anticorpi) e non è escluso che, espellendole attraverso naso e bocca, il vaccinato possa trasmettere il contagio ad altri.

Ecco perché, di fronte a queste incertezze (che si chiariranno nei prossimi mesi con ulteriori studi), è importante seguire le regole. «Pensiamo sia bene rispettare il termine di intervallo di tre settimane fra prima e seconda dose – ha detto il commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri -. Inoltre se ci si vaccina con Pfizer è consigliabile che la dose di richiamo la si faccia con lo stesso vaccino”. «È importante che la schedula vaccinale venga mantenuta e chi ha ricevuto la prima dose abbia la possibilità di avere la seconda nei tempi che sono stati dettati dall’approvazione – conferma a Sky Tg24 Marco Cavaleri, responsabile Strategia vaccini dell’Agenzia europea per i medicinali -. Andrebbe fatta a tre settimane, è ragionevole darla anche qualche giorno dopo ma è importante che avvenga in tempi il più vicini possibile a tre settimane. Più si aspetta e più c’è il rischio che il soggetto non venga protetto”. Con una strategia vaccinale che preveda l’uso per tutti di una prima dose ritardando il richiamo, «rischiamo di vaccinare il doppio e non proteggere nessuno – aggiunge Carlo Signorelli, docente di Igiene e Sanità pubblica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano -. Sono molto contrario a dilazionare le dosi di vaccino, facendo la prima dose e rimandando la seconda. Sarei molto rigoroso, invece, sulle indicazioni previste. Non ci sono dati che ci possano confortare su altre strategie. Se poi ci saranno altre evidenze le analizzeremo».

Clelia Di Serio è professore di Statistica medica presso la facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e presso l’Università della Svizzera Italiana di Lugano. Ritiene che i dati possano aiutarci a comprendere meglio i meccanismi di diffusione della pandemia e gli effetti delle cure, ma solo se usati correttamente. E che l’efficacia dei vaccini dimostrata negli studi clinici non sia un numero su cui si può «trattare». «Bisogna essere particolarmente attenti dopo aver ricevuto la prima dose perché psicologicamente possiamo sentirci protetti, ma non è così – afferma -, ci sono stati infatti casi di infezioni, dovuti semplicemente al fatto che, come previsto, l’efficacia si raggiunge una settimana dopo la seconda dose. L’effetto di “falsa sicurezza” potrebbe essere devastante per la ripresa della circolazione del virus. Chi si vaccina dovrebbe sentirsi “protetto” solo dopo le due iniezioni, ma anche allora non è certo se sia protetto anche chi ci è vicino e non è vaccinato. Il compito del richiamo è quello di amplificare la risposta iniziale, non sappiamo che cosa possa succedere se ritardiamo questo passaggio. Il rischio, anzi, è che anche la seconda dose possa diventare inutile se trascorre troppo tempo, dato che potrebbe calare lo stimolo a produrre anticorpi. È fondamentale che Paesi, Regioni, Asl tengano da parte le scorte per somministrare le seconde dosi”.

Basandosi sull’analisi di quanto accaduto finora e sulle caratteristiche dei coronavirus, per Clelia Di Serio non bisogna fare confusione: il raggiungimento di un’eventuale immunità di gregge non è certo possa considerarsi l’obiettivo di questo vaccino nel medio periodo (come confermato dall’Oms). Innanzitutto non sappiamo quanto e per quanto a lungo il vaccino ci protegga da una reinfezione e dalla trasmissione e poi non sappiamo come e quanto velocemente il virus muterà e se i vaccini riusciranno ad adattarsi con la stessa rapidità. Il vaccino avrà sicuramente un effetto molto importante sull’abbassamento della curva dei decessi, delle infezioni e sul tasso di letalità, soprattutto se andrà a coprire le fasce fragili. “Sars-CoV-2, a differenza della prima Sars, provoca moltissime infezioni asintomatiche, ecco perché è difficile pensare di liberarcene definitivamente. Dovremo probabilmente imparare a conviverci – finché sarà endemico – e con il tempo stiamo diventando sempre più capaci di diagnosticarlo rapidamente, e curarlo. Per ora quello che possiamo e dobbiamo fare è continuare a seguire le regole di prevenzione (mascherina, distanziamento e igiene delle mani), anche dopo essere stati vaccinati. Si tratta dei primi vaccini a base di mRna che vengono sperimentati a livello di massa, non ne abbiamo avuti altri prima di questa pandemia, ecco perché serve molta prudenza. Ed è necessario che proceda parallelamente anche la ricerca di nuove terapie efficaci, per curare chi si ammala».

LE NUOVE NORME DI RADIOPROTEZIONE

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo n.101 del 31 luglio 2020 che costituisce il nuovo testo sulla radioprotezione in Italia.

A distanza di 6 anni e mezzo dalla direttiva 2013/59/Euratom, l’Italia si dota di un provvedimento di recepimento che costituisce lo strumento normativo per l’atteso riordino della materia.

Clicca qui per scaricare il decreto legislativo in formato pdf.

DECRETO LEGISLATIVO 31 luglio 2020 n. 101:
Quali sono le principali novità in materia di radioprotezione?

TITOLO XI PROTEZIONE DEI LAVORATORI

L’articolo 109 (Obblighi dei datori di lavoro, dirigenti e preposti) dettaglia il contenuto della relazione (già oggi prevista), redatta dall’esperto di radioprotezione e dettaglia le informazioni che a tal fine il datore di lavoro deve rendere all’Esperto in Radioprotezione. Il comma 4, stabilisce, in conformità con la disciplina generale di tutela di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che la relazione redatta dall’Esperto in Radioprotezione costituisce il documento di cui all’articolo 28, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, per gli aspetti relativi ai rischi di esposizione alle radiazioni ionizzanti ed è munita di data certa o attestata dalla sottoscrizione del documento medesimo da parte del datore di lavoro, nonché, ai soli fini della prova della data, dalla sottoscrizione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza o rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale e dal medico autorizzato.

VALORI LIMITE LAVORATORI ESPOSTI (art. 146)

Una importante novità introdotta dal Decreto è rappresentata dalla riduzione consistente dei valori limite di esposizione per i lavoratori classificati esposti a radiazioni ionizzanti. In particolare risulta ridotto di più di sette volte il limite di dose equivalente al cristallino. Il limite fissato dal D.lgvo 230/95 di 150 millisievert /anno è stato ridotto a 20 millisievert/anno.

SORVEGLIANZA SANITARIA

L’articolo 134 “Sorveglianza sanitaria”, introduce novità rispetto al corrispondente articolo del D.lgvo 230/95 e smi nella parte in cui prevede che la sorveglianza di tutti i lavoratori esposti è affidata al medico autorizzato e non più suddivisa tra il medico competente per i lavoratori esposti di categoria B e il medico autorizzato per i lavoratori esposti di categoria A. Infatti, al comma 1, viene stabilito l’obbligo del datore di lavoro di provvedere ad assicurare mediante uno o più medici autorizzati la sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti e degli apprendisti e studenti in conformità alle norme del presente Titolo. Tale sorveglianza è basata sui principi che disciplinano la medicina del lavoro. Al comma 2, viene introdotto un periodo transitorio per consentire ai medici competenti di adeguarsi alla nuova previsione. Infatti, si prevede che i medici competenti di cui all’art. 25 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 che alla data di entrata in vigore della presente disposizione già svolgono l’attività di sorveglianza sanitaria sui lavoratori classificati esposti di categoria B possono continuare a svolgere tale attività anche senza l’abilitazione di cui all’articolo 138 per il termine di 24 mesi.

ESPOSIZIONE ALLE SORGENTI NATURALI DI RADIAZIONI IONIZZANTI

Il decreto legislativo 101/2020 di recepimento della direttiva 59/2013/Euratom introduce nel sistema regolatorio di radioprotezione moltissime novità per quanto concerne la protezione dall’esposizione dalle sorgenti naturali di radiazioni ionizzanti, approfondendo il quadro regolatorio che era stato introdotto con il decreto legislativo 241/2000.
La protezione delle radiazioni ionizzanti da sorgenti naturali è oggetto del Titolo IV e affronta vari aspetti radioprotezionistici:
– Protezione dall’esposizione al radon negli ambienti di vita: questa per l’Italia è una importante NOVITA’ (nel D.Lgs 230/95 e smi tale argomento era esplicitamente dichiarato fuori dal campo di applicazione)
– Protezione dall’esposizione al radon negli ambienti di lavoro: sono contenute importanti modifiche rispetto al quadro normativo precedente.
– Protezione dei lavoratori e dei degli individui della popolazione dall’esposizione ai radionuclidi naturali presenti nelle materie e nei residui di “industrie NORM” (acronimo di Naturally Occurring Radioactive Material: indentifica quei materiali abitualmente non considerati radioattivi ma che possono contenere elevate concentrazioni di radionuclidi naturali per cui sono considerati di interesse dal punto di vista della protezione dei lavoratori e del pubblico).
– Protezione dalle radiazioni gamma emesse da nuclidi contenuti nei materiali da costruzione
– Protezione del personale navigante dall’esposizione alla radiazione cosmica, ecc.

Warning sign caution ionizing radiation Hazardous areas

Andiamo nel dettaglio, focalizzandoci sugli elementi principali: prima di tutto, in accordo con quanto raccomandato dall’ICRP 103, per le situazioni di esposizione esistenti (come la protezione dal radon negli ambienti di vita e di lavoro e la protezione dell’esposizione gamma dovuta ai materiali da costruzione) lo strumento operativo per la radioprotezione è il “livello di riferimento” al posto del “livello di azione”. Il “livello di riferimento” è definito come un valore di dose o di concentrazione di attività in aria (nel caso del radon) da intendere non come “soglia”, ma come un valore al di sopra del quale non è opportuno che si verifichi l’esposizione (attenzione: non è un limite!), quindi è prioritario adottare interventi protettivi. Tuttavia tali interventi si richiede che siano apportati anche al di sotto di tale livello, in osservanza del principio di ottimizzazione.

PROTEZIONE DAL RADON NEI LUOGHI DI LAVORO

Per quanto riguarda la protezione dal radon negli ambienti di vita e di lavoro, inquadrate come situazioni di esposizione esistenti, è fissato lo stesso livello di riferimento (pari ad una concentrazione media annua di 300 Bq/m3 ): questo certamente faciliterà l’attuazione della norma, delineando un quadro radioprotezionistico più omogeneo. Inoltre, per le abitazioni, come si vede dalla tabella 1, a quelle costruite dopo il 31/12/2024 si applicherà un livello di riferimento inferiore, pari a 200 Bq/m3.
Tabella1. Livelli di riferimento concentrazione media annua 
Le norme relative alla protezione dal radon nei luoghi di lavoro si applicano alle attività lavorative svolte in ambienti sotterranei, negli stabilimenti termali, nei luoghi di lavoro seminterrati e al piano terra se ubicati in aree prioritarie (opportunamente definite nell’art.11), oppure se svolte in “specifici luoghi di lavoro” da individuare nell’ambito di quanto previsto dal Piano di Azionale Nazionale Radon.
Nei luoghi di lavoro sopra citati è richiesta la misurazione della concentrazione di radon in aria media annua e nel caso superi il livello di riferimento, si richiede l’adozione di “misure correttive” volte a ridurre i livelli medi di radon indoor. Un’altra novità, al riguardo è l’istituzione della figura dell’ “esperto in interventi di risanamento radon”, un professionista che abbia il titolo di ingegnere o architetto o geometra e formazione specifica sull’argomento attestata mediante la frequentazione di corsi di formazione o aggiornamento universitari dedicati, della durata di 60 ore, su progettazione, attuazione, gestione e controllo degli interventi correttivi per la riduzione della concentrazione del Radon negli ambienti.
Nei casi in cui le misure correttive non siano sufficientemente efficaci da ridurre la concentrazione media annua di radon indoor sotto 300 Bq/m3 , si prevede una valutazione dell’esposizione o della dose efficace dei lavoratori e qualora risulti superiore al valore di 6 mSv/anno (o il corrispondente valore di esposizione al radon), tale situazione è da intendersi come una situazione di esposizione pianificata. Ovviamente tali adempimenti, sinteticamente descritti, vanno inquadrati nell’ambito degli obblighi previsti dal D.Lgs 81/08 e smi, quindi ad esempio le relazioni delle misurazioni di radon vanno a corredo del documento di valutazione dei rischi. E’ da notare che anche il fattore convenzionale di conversione utile alla stima della dose efficace da radon è stato aggiornato, alla luce della raccomandazione ICRP137.
L’adozione di un Piano d’Azione Nazionale Radon è un’altra innovazione importante perché aiuterà a definire:
– specifiche attività lavorative per le quali il rischio di esposizione al lavoro deve essere oggetto di attenzione
– strumenti metodologici necessari all’assolvimento degli obblighi previsti dalla legge,
– strumenti tecnici operativi (linee guida e procedure),
– strategie e criteri attraverso i quali le regioni potranno individuare le aree prioritarie, tenuto conto che un primo criterio di identificazione è già presente nel decreto. Il decreto infatti indica che le Regioni e le provincie autonome, laddove sono disponibili dati di concentrazione del radon (o normalizzati) al piano terra, definiscono “aree prioritarie” quelle in cui in almeno il 15% degli edifici si supera il valore di riferimento;
– misure per rendere le politiche sul radon compatibili e coerenti con quelle sul risparmio energetico o sulla Indoor Air Quality (IAQ) e con le politiche sul fumo di tabacco.

LA VALUTAZIONE DEL RADON: TEMPISTICHE, INTERVENTI, CADENZA

La prima valutazione della concentrazione media annua di attività del Radon deve essere effettuata entro 24 mesi dall’inizio dell’attività o dalla definizione delle aree a rischio o dalla identificazione delle specifiche tipologie nel Piano nazionale. Il documento che viene redatto a seguito della valutazione è parte integrante del Documento di Valutazione del Rischio (articolo 17 del D.lgs. del 9 aprile 2008, n. 81).
Cadenza delle misure:
• Ogni volta che vengono fatti degli interventi strutturali a livello di attacco a terra, o di isolamento termico
• Ogni 8 anni, se il valore di concentrazione è inferiore a 300 Bq m-3
Se viene superato il livello di riferimento di 300 Bq m-3, entro due anni vengono adottate misure correttive per abbassare il livello sotto il valore di riferimento. L’efficacia delle misure viene valutata tramite una nuova valutazione della concentrazione. In particolare:
• A seguito di esito positivo (minore di 300 Bq m-3) le misurazioni vengono ripetute ogni 4 anni.
• Se la concentrazione risultasse ancora superiore è necessario effettuare la valutazione delle dosi efficaci annue, tramite esperto di radioprotezione che rilascia apposita relazione (il livello di riferimento questo caso è 6 mSv annui).

CHI EFFETTUA LE MISURE (ART. 155)

Le misurazioni della concentrazione media annua di attività di radon in aria sono effettuati da servizi di dosimetria riconosciuti.
La determinazione della dose o dei ratei di dose, e delle altre grandezze tramite le quali possono essere valutati le dosi e i ratei di dose nonché delle attività e concentrazioni di attività, volumetriche o superficiali, di radionuclidi deve essere effettuata con mezzi di misura, adeguati ai diversi tipi e qualità di radiazione, che siano muniti di certificati di taratura secondo la normativa vigente. I soggetti che svolgono attività di servizio di dosimetria individuale e quelli di cui agli articoli 17, comma 6, 19, comma 4, e 22, comma 6, devono essere riconosciuti idonei nell’ambito delle norme di buona tecnica da istituti previamente abilitati; nel procedimento di riconoscimento si tiene conto dei tipi di apparecchi di misura e delle metodiche impiegate. Con uno o più decreti del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con i Ministri dello sviluppo economico, dell’interno e della salute, sentiti l’ISIN, l’Istituto di metrologia primaria delle radiazioni ionizzanti e l’INAIL sono disciplinate le modalità per l’abilitazione dei predetti istituti, tenendo anche conto delle decisioni, delle raccomandazioni e degli orientamenti tecnici forniti dalla Commissione europea o da organismi internazionali.
Sono considerati istituti abilitati l’ISIN e l’INAIL.
I servizi di dosimetria devono possedere requisiti minimi previsti dall’art. 22 .
I contenuti della relazione tecnica e le modalità di effettuazione delle misure sono dettagliati nell’Allegato II

PROTEZIONE DALL’ESPOSIZIONE GAMMA DOVUTA AI MATERIALI DA COSTRUZIONE

Questo aspetto è di nuova introduzione nel sistema regolatorio italiano. Questa norma si riferisce ad alcune tipologie di materiali da costruzione presenti sul mercato quindi NON ai materiali già in opera: i materiali da costruzione che rientrano nel campo di applicazione della legge sono elencati nell’allegato II e di seguito riportati:

1. Materiali naturali

a) Alum-shale (cemento contenente scisti alluminosi).

b) Materiali da costruzione o additivi di origine naturale ignea tra cui:

• granitoidi (quali graniti, sienite e ortogneiss);

• porfidi;

• tufo;

• pozzolana;

• lava.

• derivati dalle sabbie zirconifere

 

2. Materiali che incorporano residui dalle industrie che lavorano materiali radioattivi naturali tra cui:

a. ceneri volanti;

b. fosfogesso;

c. scorie di fosforo;

d. scorie di stagno;

e. scorie di rame;

f. fanghi rossi (residui della produzione dell’alluminio);

g. residui della produzione di acciaio.

Questa normativa va ad integrare il Regolamento UE 305/2011 sui prodotti da costruzione in relazione alla marcatura CE e va ad integrare quanto previsto per la stesura della dichiarazione di prestazione: questi adempimenti coinvolgono il fabbricante, il mandatario, il distributore e l’importatore.

 

Per tale situazione di esposizione esistente, il nuovo decreto fissa un livello di riferimento pari ad 1 mSv/anno.

 

Per questi materiali che rientrano nell’elenco di cui all’allegato II, è necessario effettuare una misura delle concentrazioni di attività di Ra-226, Th-232 e K-40. Tali valori di concentrazione di attività sono necessari alla stima dell’ “Indice di concentrazione di attività – Indice I”. (foglio di calcolo per Indice di concentrazione di attività – Indice I disponibile sul Portale Agenti Fisici -sezione Radiazioni Ionizzanti naturali – metodiche di valutazione del rischio)

 

Se il valore dell’indice di concentrazione di attività è pari o minore di 1, il materiale in esame può essere utilizzato come materiale strutturale (quindi in grandi quantità) senza che il livello di riferimento sia superato.

 

Se il valore dell’indice I risulta superiore a 1, è necessaria una valutazione accurata del possibile contributo in termini di dose efficace, tenuto conto delle caratteristiche del materiale in termini di spessore e densità. Nei casi in cui il materiale è suscettibile di dare una dose>1 mSv/anno, tale materiale non può essere utilizzato per l’edilizia civile (materiale strutturale di abitazioni e di edifici a elevato fattore di occupazione) ma per scopi diversi, che vanno previsti che nei codici e nei regolamenti edilizi.

 

PROTEZIONE DALL’ESPOSIZIONE GAMMA DOVUTA AI MATERIALI CONTENENTI RADIOISOTOPI DI ORIGINE NATURALE (NORM)

Il Capo II del Titolo IV disciplina le “Pratiche che comportano l’impiego di materiali contenenti radionuclidi di origine naturale”, le cosiddette “industrie NORM. Nell’ambito del Titolo IV questa è forse tra le parti che hanno subito il cambiamento più importante rispetto alla normativa precedente.

Innanzitutto, queste sono già classificate come “pratiche”, mentre prima erano “attività lavorative” che entravano nel sistema di radioprotezione solo se sussistevano determinate condizioni (superamento del livello di azione).

In altri termini le attività che ricadono nell’ambito di applicazione della norma hanno l’obbligo – entro dodici mesi dall’entrata in vigore del decreto (entro il 27 agosto 2021) o dall’inizio della pratica, di provvedere alle misurazioni delle concentrazioni di attività dei materiali presenti nel ciclo produttivo e nei residui di lavorazione, avvalendosi di organismi riconosciuti. Nel caso in cui i risultati delle misurazioni siano superiori ai livelli di esenzione è necessaria la nomina di un Esperto in Radioprotezione che procederà all’attuazione degli adempimenti di radioprotezione prescritte per la tutela dei lavoratori (art. 22).

 

L’articolo 22 prevede esplicitamente che la relazione tecnica contenente gli esiti delle valutazioni effettuate dall’Esperto in Radioprotezione siano parte integrante della valutazione dei rischi ai sensi del D.lgvo 81/08.

 

I settori industriali ai quali si applicano le nuove norme sono più numerosi rispetto al passato; ad esempio, i cementifici, la geotermia, gli impianti per la filtrazione delle acque di falda ecc. sono settori prima non coinvolti dalla normativa di radioprotezione. Nell’ambito dei settori industriali di cui all’allegato II (vedi Tabella II-1) , si considerano le attività che comportano:

a) l’uso o lo stoccaggio di materiali che contengono radionuclidi di origine naturale;

b) la produzione di residui o di effluenti che contengono radionuclidi di origine naturale.

 

Come sempre nel caso delle pratiche, gli strumenti di radioprotezione sono i livelli di esenzione, i livelli di allontanamento e il limite di dose. In questo caso i livelli di esenzione e di allontanamento hanno gli stessi valori: essi sono stati definiti per i lavoratori e per gli individui della popolazione sia in termini di concentrazione di attività, sia in termini di dose efficace nell’allegato II.

 

Si prevede che l’esercente di tali pratiche provveda alla misurazione della concentrazione di attività sui materiali presenti nel ciclo produttivo, sui residui ed eventualmente effluenti. Nel caso in cui tali valori di concentrazione risultino inferiori ai livelli di esenzione in termini di concentrazione di attività, la pratica si può considerare “esente” dagli obblighi di notifica ed “uscire” dal sistema di radioprotezione, con la sola richiesta di ripetere tali misurazioni radiometriche con cadenza triennale.

 

Nel caso i suddetti valori siano superiori livelli di esenzione in termini di concentrazione di attività, è necessario valutare la dose efficace ai lavoratori e all’individuo rappresentativo: se dalle valutazioni risultano non superati i livelli di esenzione in termini di dose al lavoratore e all’individuo rappresentativo, la pratica ha una nuova opportunità per considerarsi “esente” dagli obblighi di notifica ed “uscire” dal sistema di radioprotezione, con la sola richiesta di ripetere tali valutazioni con cadenza triennale.

 

In caso di superamento dei livelli di esenzione in termini di dose al lavoratore e all’individuo rappresentativo si applica quanto previsto ai titoli XI e XII inerenti rispettivamente la protezione dei lavoratori e la protezione della popolazione.

 

Tabella II-1 Settori industriali “NORM”

 

L’adozione di misure correttive e la ripetizione dello schema sopra descritto può determinare nuove condizioni.

Un aspetto molto importante è l’allontanamento dei residui prodotti da industrie NORM, per i quali è stata quindi introdotta una classificazione (altra novità molto importante) tra “esenti” (se il contenuto radiologico è inferiore ai livelli generali di allontanamento, intesi quindi con livelli di non rilevanza radiologica) e non “esenti”.

I residui “esenti” sono fuori dal campo di applicazione del sistema di radioprotezione e necessitano di autorizzazione per essere gestiti, smaltiti nell’ambiente, riciclati o riutilizzati nel rispetto della disciplina generale delle emissioni in atmosfera o della gestione dei rifiuti di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

I residui “non esenti” vanno smaltiti in discariche autorizzate, in possesso di requisiti descritte nella norma all’articolo 26 e con e secondo le modalità di cui all’allegato VII. La norma è molto complessa e articolata, (anche ricca di molte eccezioni).

 

In questa nota di sintesi è impossibile riportare molti dettagli, per cui si rimanda ad un’attenta lettura dell’intero decreto. Ulteriori dettagli in merito agli organismi di misura, alle autorità a cui la documentazione va trasmessa/notificata, alle figure professionali che supportano l’esercente nell’assolvimento degli obblighi e ulteriori approfondimenti saranno a breve disponibili sul Portale Agenti Fisici.

 

 

A cura di

Iole Pinto (Azienda USL Toscana Sud Est- Laboratorio Sanità Pubblica – Siena)

Rosabianca Trevisi (INAIL Settore Ricerca – DiMEILA) da puntosicuro

INFEZIONE COVID: IMMUNITÀ PER 5 MESI

Da Dottnet.it

La maggior parte delle persone contagiate dal Covid-19 e poi guarite resta protetta per almeno 5 mesi successivi dal rischio di ammalarsi nuovamente. E’ quanto indica uno studio condotto a campione dal Public Health England, organismo pubblico della sanità britannica, che evidenzia peraltro come una percentuale, ancorché minoritaria, non risulti immune dal rischio di essere nuovamente colpita dal virus.   I ricercatori hanno rilevato che l’83% dei guariti dal Covid-19 ha meno possibilità di riammalarsi, un tasso d’immunità medio molto alto grazie alla duratura presenza di anticorpi rilevata nell’organismo, che riducono il rischio di un secondo contagio ma non quello di trasmissione del virus. Lo studio è stato condotto attraverso il monitoraggio di oltre 20mila operatori sanitari, tra giugno e novembre 2020, compreso personale clinico in prima linea: tramite test regolari è stato possibile misurare la quantità di anticorpi residui da un’infezione passata.  La dottoressa Susan Hopkins, responsabile della ricerca, ha dichiarato alla Bbc che i risultati appaiono molto incoraggianti dal momento che l’immunità sembra durare più di quanto alcuni medici e scienziati avevano inizialmente ipotizzato.

SOSPESO PER IL 2021 L’ALLEGATO 3B

Il Ministero della Salute, con circolare del 14 gennaio 2021,  alla luce del carico di lavoro dei medici competenti, della difficoltà della situazione legata alla gestione dell’emergenza COVID-19 e della peculiarità operativa della sorveglianza sanitaria periodica in questa fase pandemica, sospendere l’invio dell’allegato 3B per tutto il 2021.

scarica la circolare in formato pdf: circolare _sospensione allegato 3b art 40