MEDICINA E INFORMATICA

RX COME TAC CON IL SOFTWARE PACE

Da le scienze

(a) radiografia tradizionale, (b) immagine ottenuta con la TAC e (c) immagine radiografica elaborata con PACE. Grazie ad un miglioramento dei contrasti, è possibile riconoscere come l’elaborazione con PACE metta in evidenza un numero di lesioni polmonari, indicate con la freccia nera, non presenti nella radiografia tradizionale. Gli ingrandimenti (d, e, f) rendono ancora più visibile il confronto e la potenza del metodo, confermato dalle immagini TAC.

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Lo sviluppo della ricerca e delle alte tecnologie realizzato dall’INGV trova applicazione anche in molte altre branche della ricerca scientifica. È il caso dello studio “Pipeline for Advanced Contrast Enhancement (PACE) of Chest X-ray in Evaluating COVID-19 Patients by Combining Bidimensional Empirical Mode Decomposition and Contrast Limited Adaptive Histogram Equalization (CLAHE)” recentemente pubblicato sulla rivista ‘Sustainability’ di MDPI, condotto in collaborazione con l’Università di Messina e l’Università di Catania, per lo sviluppo di un applicativo software chiamato “PACE” prodotto per offrire un importantissimo supporto ai radiologi nella diagnosi e nella cura delle patologie polmonari gravi come quelle causate dal COVID-19.
Infatti, è venuta in aiuto alla diagnostica per immagini applicata ai pazienti affetti da patologie polmonari quella normalmente utilizzata dall’INGV per caratterizzare lo “stato di salute” della crosta terrestre.

“L’analogia tra l’interno della Terra e interno dei polmoni può apparire alquanto audace”, afferma Massimo Chiappini, ricercatore dell’INGV e coautore dell’iniziativa. “Tuttavia questa ricerca nasce proprio dall’intuizione di utilizzare su immagini mediche le stesse tecniche di trattamento delle immagini che utilizziamo normalmente per la rappresentazione del sottosuolo nelle aree soggette a rischio sismico, vulcanico o ambientale”.

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È noto infatti che per i pazienti affetti da gravi patologie polmonari come, negli ultimi tempi il COVID-19, la valutazione radiologica di lesioni polmonari è indispensabile sia per il monitoraggio dell’evoluzione della malattia sia per valutare la risposta alle specifiche terapie. Tuttavia, quest’attività è resa complessa dal fatto che i pazienti, specialmente nelle fasi acute della malattia, non sono collaborativi e/o si trovano in terapia intensiva. In tali situazioni, inoltre, i radiogrammi sono effettuati spesso con strumenti radiografici portatili che, spesso, producono immagini artefatte che ne riducono la leggibilità.

Pertanto, il software PACE, sviluppato dal team multidisciplinare dei ricercatori dell’INGV, dell’Università di Messina (guidato dal prof. Giovanni Finocchio del Dipartimento di Scienze Matematiche e Informatiche, Scienze Fisiche e Scienze della Terra (MIFT) e dal prof. Giuseppe Cicero del Dipartimento di Scienze biomediche, odontoiatriche e delle immagini morfologiche e funzionali) e dell’Università di Catania (guidato dai proff.i Giulio Siracusano e Aurelio La Corte), è stato ideato per risolvere questi problemi di rappresentazione grafica ottimizzando al massimo il contrasto delle immagini radiografiche del torace.

Ad oggi, vista l’urgenza, i medici l’hanno applicato alle immagini raccolte sui pazienti COVID-19 del Policlinico Universitario “G. Martino” di Messina: con PACE è migliorata significativamente la lettura del radiogramma da parte del radiologo. L’algoritmo, infatti, combina lo stato dell’arte di applicativi numerici di elaborazione delle immagini, quali la decomposizione empirica bi-dimensionale, il filtro omomorfico e l’equalizzazione adattiva dell’istogramma in modo opportuno.
“Dal punto di vista clinico” – afferma il prof. Gaeta del Dipartimento di Scienze biomediche, odontoiatriche e delle immagini morfologiche e funzionali dell’Ateneo di Messina, “è stato fondamentale verificare che le informazioni aggiuntive prodotte da PACE fossero reali. Per far questo, sono state effettuate e confrontate congiuntamente le radiografie del torace e quelle delle TAC tradizionali: il grande successo è stato quello di verificare che le lesioni aggiuntive che il software PACE rilevava nelle semplici immagini radiografiche fossero tutte confermate dalle TAC”.

“La ricaduta del software ideato da INGV e dalle Università siciliane è rilevantissima in ambito sociale” afferma Massimo Chiappini.  “Tra i vantaggi, infatti, oltre la evidente riduzione dei costi e di tempi derivante dalla non indispensabilità dei macchinari per la TAC per avere identici risultati diagnostici utili, con l’uso di PACE è sufficiente effettuare un solo intervento sul paziente per l’esame radiografico con un minor rischio di diffusione di malattie virali anche tra gli operatori sanitari come nel caso del COVID-19. Inoltre, questa tecnologia offre la possibilità di applicarla anche in condizioni limite dove l’accesso alla diagnostica TAC non è agevole sia per l’alto numero di degenti interessati sia per i costi della macchina stessa che, nelle aree economicamente poco sviluppate, quali l’Africa ed il Sud America, rappresenta una strumentazione proibitiva”.
Dato l’alto interesse riscontrato in ambito medico, tutti i risultati della ricerca sono a stati messi a disposizione della comunità scientifica liberamente.

Linkhttps://www.mdpi.com/2071-1050/12/20/8573

HI-TECH E START UP DELLA SICUREZZA

Da Wired

Tra coloro a cui l’attenzione alla sicurezza sui luoghi di lavoro sembra non mancare c’è il mondo dell’innovazione e delle startup, come dimostrano molti progetti nati di recente. Fra gli ultimi in ordine di tempo, quello di Audiosafety,un’app realizzata da Sicurezza 4.0, startup nata all’interno della facoltà di Ingegneria dell’università La Sapienza di Roma proprio per creare applicazioni che aumentino il livello di tutela dei lavoratori.

(Foto: screenshot di un video di presentazione di Audiosafety)

Il ruolo delle startup

Audiosafety è una banca dati che comprende circa cinquemila istruzioni di lavoro in sicurezza, relative a ogni tipo di attrezzatura, di attività, di sostanza chimica, di primo soccorso ed emergenza, accompagnate da illustrazioni esplicative e video tutorial e costantemente aggiornate. I dipendenti le possono consultare direttamente dal proprio smartphone, mentre un server registra le visualizzazioni, certificando l’adempimento dell’obbligo d’informazione sugli aspetti di sicurezza che è in capo al datore di lavoro. “Abbiamo immaginato un’app dove ricevere le istruzioni per tutti i settori economici, e anche per uffici e attività̀ amministrative, per lo smart working, le trasferte all’estero, la guida sicura e la casa sicura” spiega uno dei fondatori dell’azienda, Gonzalo Fogliati: “Pochi minuti allo smartphone a leggere e/o ascoltare prima di iniziare la propria attività̀ in sicurezza”.

Sempre dal punto di vista della formazione, va segnalato anche un altro progetto nato in Calabria nel 2017: si chiama Alteredu ed è una piattaforma che propone un catalogo di oltre 200 corsi di formazione online in diverse materie, dalla programmazione web ai master di perfezionamento per docenti e personale ata. Da marzo la startup è stata inserita dal governo nel programma Solidarietà digitale’, e ha erogato oltre mille corsi gratuiti sui temi dell’adeguamento alle normative privacy, del controllo sulle lavorazioni degli alimenti (Haccp) e della sicurezza sul lavoro.

Spazi e affollamenti

Arriva invece da Udine un’altra app, pensata per gestire il tracciamento dei lavoratori all’interno delle aziende o nei cantieri, segnalare possibili affollamenti e monitorare l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale (Covid e non), grazie all’utilizzo di sensori basati sulle tecnologie beacon, Nfc e Rfid. A svilupparla, la startup Safe Chain Tech, che da luglio scorso è diventata socia di Confindustria Udine e ha già conquistato molti clienti tra le aziende del Nordest. “Con una soluzione facile ed economica per il Covid-19 – ha detto Filippo Veronese, uno dei fondatori e amministratore dell’azienda – in pochi mesi abbiamo conquistato molte importanti realtà produttive, ma fin da subito gli imprenditori hanno intuito che con l’Iot si può veramente rivoluzionare il modo di lavorare portando efficienza, controllo e sicurezza. Così sono già partite diverse sperimentazioni, per esempio sul monitoraggio di tutti gli asset aziendali tracciandone la posizione, l’utilizzo, e prevedendone le manutenzioni”.

Sempre per controllare al meglio tutti gli aspetti relativi a salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, nel 2016 la software house veronese E-time ha sviluppato il progetto – poi diventato un’azienda a sé – di 4hse, un software gestionale in cloud che si rivolge alle imprese, ai responsabili della sicurezza nominati dai datori di lavoro e alle aziende di consulenza. Si tratta di un programma saas (software as a service) che non richiede installazione e permette di organizzare le sostanze e le attrezzature presenti in azienda, di effettuare valutazioni di rischio, di gestire le procedure di manutenzione, i corsi di aggiornamento professionale, le visite mediche periodiche e il registro degli eventi (incidenti, infortuni ecc.).

Tecnologia da indossare

Parlando di sicurezza, non potevano mancare i progetti che sfruttano le tecnologie wearable per offrire maggior comfort e protezione ai lavoratori. Uno degli esperimenti più interessanti in questo senso è Workair, il giubbotto realizzato da D-Air Lab, la startup creata da Lino Dainese dopo la cessione dell’azienda che porta il suo nome e che è diventata il punto di riferimento per le giacche protettive per motociclisti. Sviluppato in collaborazione con Enel, Workair è un corpetto con airbag integrato che protegge schiena e torace in caso di cadute da più di 1,2 metri di altezza, riducendo del 60 per cento la forza trasmessa, e dando immediatamente l’allarme in caso di incidente attraverso un chip integrato.

(Foto: D-Air Lab)

Un dispositivo che al suo debutto, nel 2015, è stato considerato rivoluzionario è poi il lettore di codici a barre indossabile Mark (ora arrivato alla versione 2), ideato dai bavaresi di ProGlove. Collocato su una fascia da mettere al polso, l’apparecchio consente di velocizzare anche del 50 per cento i tempi di scansione e di ridurre fino a un terzo gli errori, oltre ad essere meno a rischio di cadere o causare incidenti. Sperimentato inizialmente nel settore automobilistico – la prima azienda ad utilizzarlo è stata Bmw – il dispositivo è ora utilizzato da imprese che lavorano nei campi della logistica, della manifattura e anche delle vendite al dettaglio. Inoltre, quest’anno ProGlove ha lanciato un’ulteriore novità, il Mark Display: dotato di uno schermo e-ink (come quelli degli e-reader), consente al lavoratore di accedere a informazioni che prima avrebbe potuto trovare solo su un altro dispositivo, smartphone o pc.

(Foto: screenshot di un video di presentazione di ProGlove)

Pensato per la protezione del personale, invece, è il robot Cobalt, progettato dall’omonima startup californiana nata nel 2016. L’apparecchio, dotato di intelligenza artificiale ed equipaggiato con le stesse tecnologie delle vetture a guida autonoma, è capace di muoversi su percorsi predeterminati e grazie ai suoi sensori, accoppiati con degli algoritmi di machine learning, è in grado di rilevare eventuali problemi o minacce, inviando una segnalazione a degli operatori che decideranno come procedere. Il robot, inoltre, è anche in grado di interagire con gli esseri umani, verificando attraverso la tecnologia Rfid i badge o i documenti dei dipendenti rimasti in ufficio o in fabbrica dopo l’orario di chiusura. In seguito all’emergenza Covid, poi, l’azienda ha integrato nei robot una termocamera in grado di misurare accuratamente la temperatura corporea, sviluppato le procedure per identificare i dipendenti che indossano dispositivi di protezione e quelle di monitoraggio del distanziamento fisico.

Da Wired.it

D-HEART ELETTRO CARDIOGRAMMA PREMIATO

 

Da 01health.it

D-Heart ha ricevuto il Premio Compasso d’Oro 2020 dell’Associazione di Design Industriale per il dispositivo ECG portatile a 8/12 derivazioni, progettato in collaborazione con Design Group Italia.

D-Heart è un elettrocardiografo a 8/12 derivazioni per smartphone e tablet, clinicamente affidabile e portatile.

Consente a chiunque di eseguire un ECG di livello ospedaliero in totale autonomia e di inviare i risultati al servizio di telecardiologia attivo24 ore su 24, 7 giorni su 7.

D-Heart si basa su due valori: semplicità di utilizzo per il paziente e affidabilità dei dati per il medico, perché garantisce le stesse prestazioni degli elettrocardiografi ospedalieri, essendo certificato e validato clinicamente.

Tramite l’app per smartphone e tablet, collegata al dispositivo, D-Heart permette di registrare un ECG a 8 derivazioni da parte del paziente e un ECG a 12 derivazioni da parte dell’operatore sanitario.

Con un unico prodotto si possono così realizzare due diversi casi d’uso: soluzione per il paziente cronico, che non possiede particolari competenze mediche, e per il personale sanitario, come un medico di base, un infermiere, un farmacista.

Queste, infatti, le motivazioni che hanno indotto la giuria ad assegnare il premio: “D- Heart rende familiare la tecnologia medica e la traspone nella vita quotidiana. Non fa paura e permette al paziente di essere seguito a distanza”.

Il premio Compasso d’Oro dell’Associazione di Design Industriale è nato nel 1954, ideato da Giò Ponti. È uno dei più antichi e prestigiosi premi di design al mondo. Premia personalità, organizzazioni o aziende che si sono distinte per innovazione e creatività nel campo del design. Giunta alla 26esima edizione, quest’anno sono stati 18 i vincitori e 38 le menzioni d’onore.

SMART WATCH ECG E SATURIMETRO

Da 01health

Da quando lo smartwatch ibrido Withings ScanWatch è stato presentato, al CES 2020, molte cose sono cambiate: secondo Mathieu Letombe, CEO di Withings, le caratteristiche del dispositivo indossabile sono ora ancora più utili, alla luce dell’emergenza dovuta al Covid-19.

La pandemia Covid-19, sottolinea l’azienda francese, ha fatto sì che la comunità medica si riaggiustasse rapidamente e si focalizzasse nuovamente, offrendo opzioni di telemedicina per connettersi e monitorare i pazienti.

Oltre che per rilevare AFib e disturbi respiratori notturni, Withings mette in evidenza come lo ScanWatch possa anche essere utile per monitorare i livelli di saturazione di ossigeno nel sangue on-demand, da casa, tramite il sensore SpO2 incorporato.

Withings ScanWatch

Per assistere la comunità medica durante questo periodo, a tal proposito Withings ha anche annunciato di essere attualmente coinvolta in un’iniziativa di ricerca con il Dipartimento di Cardiologia presso l’ospedale universitario dell’Università Ludwig-Maximilians di Monaco, che sta integrando lo ScanWatch in un progetto di monitoraggio paziente Covid-19.

In un tale contesto, e per soddisfare le esigenze sia dei clienti sia dei medici, il team di Withings ha deciso di introdurre lo ScanWatch sul mercato il prima possibile, con il rilascio di settembre per l’Europa. Attualmente, ha informato Withings, ScanWatch è marcato CE per il rilevamento di AFib, sia tramite elettrocardiogramma (ECG) sia fotopletismografia (PPG), e per la misurazione di SpO2. ScanWatch attualmente può rilevare i disturbi respiratori notturni, con la piena autorizzazione CE per la funzionalità di rilevamento dell’apnea notturna prevista entro la fine dell’anno.

Withings ScanWatch

Oltre a questo, ScanWatch è un sofisticato activity tracker in grado di monitorare parametri quali passi, calorie, altitudine, percorsi di allenamento (sfruttando il GPS dello smartphone, non ne ha uno integrato); lo smartwatch può riconoscere automaticamente più di 30 attività quotidiane come camminare, correre, nuotare e andare in bicicletta. Inoltre, offre una valutazione del livello di fitness attraverso una stima basata su un indicatore denominato VO2 Max, che misura la capacità del cuore e dei muscoli di convertire l’ossigeno in energia durante l’esercizio fisico.

Lo ScanWatch di Withings è stato disegnato per adattarsi con eleganza alla vita di chiunque e presenta un design ibrido che si allontana dal look standard dei moderni smartwatch. Progettato con una cassa in acciaio inossidabile e un quadrante protetto da resistente vetro zaffiro, è dotato di un ampio display digitale e di un facile sistema di navigazione mediante una corona di nuova concezione. Inoltre, ScanWatch è water resistant fino a 5 ATM e offre una durata della batteria fino a 30 giorni.

Withings ScanWatch

ScanWatch è ora in commercio in Europa, al prezzo di 279 euro per il modello da 38 mm e 299 euro per quello da 42 mm, su withings.com, Amazon e rivenditori di elettronica di consumo selezionati; sarà disponibile negli Stati Uniti entro la fine dell’anno, dopo l’approvazione della FDA.

INFORMATORI MEDICO SCIENTIFICI E FASE 2COVID

Da aboutpharma

Informazione medico-scientifica

Uno dei nodi più intricati della fase due riguarda l’attività di informa­zione scientifica, al centro del di­battito tra industria e parti socia­li. Tanto che lo scorso 13 maggio, Farmindustria e le organizzazioni sindacali Filctem, Cgil-Femca, Cisl Uiltec hanno diffuso una nota con­giunta, in cui sollecitano Governo ed enti locali a garantire un quadro uniforme della ripresa delle attività di informazione diretta.

Gli attori coinvolti – si legge nella nota– hanno condiviso che l’infor­mazione medico scientifica, coe­rentemente con il diritto/dovere di informazione che spetta alle impre­se farmaceutiche, riveste un ruolo fondamentale per tutti gli operatori sanitari e per la salute della popo­lazione, oltre che per l’occupazione di elevata qualità, che unisce com­petenze tecniche e relazionali.

Informazione da remoto

Nell’attuale contesto emergenziale – continua la nota – le imprese del farmaco stanno garantendo la con­tinuità dell’informazione scientifi­ca adottando modalità di confronto da remoto, secondo le disposizioni impartite dalle autorità istituziona­li di livello nazionale e locale. Modalità di lavoro che, anche se in questo momento storico risulta il principale canale di interfaccia con gli operatori sanitari, le parti con­dividono non porsi in alternativa all’attività di informazione scienti­fica diretta, quanto piuttosto come eventuale strumento complementa­re e quindi integrativo della stessa.

Verso un ritorno all’informazione diretta

In vista di una quanto più prossima ripresa delle attività di informazio­ne scientifica diretta – prosegue la nota – si registrano, inoltre, provve­dimenti non coordinati a livello lo­cale sia sotto il profilo delle moda­lità di svolgimento dell’attività e sia riguardo alle indicazioni temporali, per un ritorno sicuro e graduale alla normalità. Pertanto – conclude il documento – le parti, avviando un percorso di confronto continuo per monitorare gli sviluppi sul tema sollecitano an­che attraverso incontri dedicati, che Governo ed enti locali possano:

  • garantire, specie nella fase emergenziale, approcci omoge­nei nei contesti regionali, per fa­cilitare lo svolgimento da remoto dell’attività di informazione me­dico scientifica;
  • avere un quadro possibilmen­te uniforme o comunque ben definito, sulla base di parametri scientifici, della ripresa delle at­tività di informazione medico scientifica diretta
  • definire, in maniera uniforme, le misure a carattere temporaneo di prevenzione e per lo svolgi­mento dell’attività diretta, quali condizioni per la massima tutela e sicurezza dei lavoratori, medici e pazienti

ESOSCHELETRI ROBOT E SENSORI: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ERGONOMIA

Sono in corso numerose ricerche per monitorare gli aspetti di usabilità (efficacia, efficienza e soddisfazione d’uso) e accettabilità dei nuovi ausili tecnologici. «Esoscheletri, cobote pedane adattative possono rappresentare una risorsa per gestire l’invecchiamento della popolazione lavorativa. Si rende tuttavia necessario un approccio integrato alla valutazione del carico biomeccanico (con l’obiettivo di riduzione dello sforzo muscolare e della fatica) e al possibile impatto psico-sociale di questi ausili. Abbiamo bisogno di ingegneri che, in fase di progettazione sia di linee produttive, sia degli ausili stessi, tengano conto del fattore umano, e non solo degli aspetti meramente tecnici delle nuove tecnologie.

Per questo al Politecnico di Torino, dal 2008, vengono erogati corsi di ergonomia dei sistemi di produzione, con l’obiettivo di sensibilizzare gli studenti alla centralità dello “human centered design” e dell’interazione uomo-macchina. Gli indispensabili requisiti tecnici di sicurezza delle nuove tecnologie non possono prescindere dalle peculiarità fisiche, sensoriali e psicologiche dell’uomo e da aspetti quali l’usabilità e l’accettabilità delle stesse nello svolgimento del proprio lavoro», spiega Maria Pia Cavatorta, professore associato del Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale del Politecnico di Torino, referente per i corsi di ergonomia. A iniziare dal 2017 proprio con un approccio integrato, insieme con l’ergonomo cognitivo Silvia Gilotta, presidente della sezione Piemonte della Società italiana di Ergonomia (SIE), il Politecnico di Torino ha partecipato a una campagna di prove che ha coinvolto una trentina di operatori di Fca, e una decina di suoi team leader. I soggetti volontari hanno provato alcune tipologie di esoscheletri passivi per arti superiori, tra cui l’esoscheletro Mate, progettato e sviluppato da Comau, società del Gruppo automobilistico, rispetto ad attività sottoscocca che richiedono di lavorare a braccia alzate. Dai primi prototipi gli esoscheletri sono stati sottoposti a continue migliorie per renderli sempre più leggeri e per meglio gestire l’attivazione dei meccanismi di supporto e la loro disattivazione, quando le braccia scendono al di sotto delle spalle.

«Si tratta tuttavia di una prima fase nella valutazione dell’applicabilità a un contesto industriale. Occorreranno studi in grado di valutare l’usabilità e l’accettabilità dei lavoratori anche nel lungo termine. L’introduzione in produzione può rilevare ostacoli all’usabilità e all’accettazione del lavoratore, che possono non emergere in un contesto controllato di laboratorio. Risulterà poi necessario – precisa Cavatorta – capire come valutare il carico di lavoro biomeccanico durante attività di lavoro assistite dall’esoscheletro, nonché l’impatto di tali strutture sul lavoro fisico e mentale del lavoratore.»

La mission dell’ergonomia nella fabbrica 4.0 vuole essere quella di favorire la capacità di adattamento, efficienza e sostenibilità, da declinare innanzitutto rispetto alle abilità dell’uomo. «Per questo – raccomanda Cavatorta – nell’introduzione di nuove tecnologie quali esoscheletri o robot collaborativi (cobot) il coinvolgimento attivo e l’approccio partecipativo dei lavoratori risultano essenziali.» E già la ricerca internazionale si interroga su come rendere i cobot  dei “veri” compagni di lavoro (“robot workmates”) e non degli intrusi, come talvolta vengono percepiti, che dettano all’uomo tempi e ritmi, anziché tener conto della variabilità del comportamento umano. A questo scopo è in corso il progetto europeo Andy (Advancing Anticipatory Behaviors in Dyadic Human-Robot Collaboration), con capofila l’Istituto Italiano di Tecnologie(IIT), che attraverso big data, machine learning e AI sta studiando un robot sempre più adattabile alle esigenze del collega uomo, esigenze che via via possono cambiare. Sfruttando delle tutine sensorizzate, infatti, i ricercatori stanno raccogliendo tali quantità di dati sul comportamento umano che l’obiettivo sarà, attraverso il machine learning, che i nuovi robot imparino a rispondere in modo adattivo all’uomo e non solo, come ora, a svolgere i compiti più ripetitivi o pericolosi in un contesto di predeterminata suddivisione dei compiti. «A una recente conferenza mondiale in Australia si è già iniziato a parlare di Industria 5.0, dove i nuovi robot collaborativi possano divenire dei “veri” compagni di lavoro, in grado di avvertire situazioni anomale, anche uno sbadiglio o una distrazione oculare, perché no, e intervenire a supporto, anticipando il rischio di errore nel collega e alleviandogli la fatica», racconta Cavatorta. Che non esclude però il rischio di nuove problematiche etiche, oltre che ergonomiche: l’accettazione o meno di essere continuamente monitorati, in ogni gesto, o piccola distrazione, da una macchina.

Assemblaggio Comau per Fca

«È importante che i lavoratori percepiscano i vantaggi che la tecnologia può offrire per la sicurezza e l’ergonomia della nuova fabbrica. La progettazione di un ambiente di lavoro sicuro, confortevole e produttivo, che garantisca benessere e possibilità di valutazione attenta degli operatori da assegnare alle differenti postazioni di lavoro, deve rappresentare un punto saldo della fabbrica 4.0. È questo l’obiettivo del progetto regionale Humans, a cui ha partecipato il Politecnico insieme all’Università di Torino, Fca e Comau, in cui si lavora a una fabbrica a misura d’uomo, non soltanto nel rispetto delle caratteristiche medie della popolazione lavorativa, ma del singolo lavoratore. È il caso ad esempio delle pedane adattative che grazie al riconoscimento delle caratteristiche antropometriche di ciascun operatore, attraverso il suo badge, possono adattare l’altimetria della postazione di lavoro al singolo lavoratore, come già avviene su alcune linee nello stabilimento Fca di Cassino», prosegue Cavatorta. Sembra tutto molto avveniristico e invece è già realtà. Le normative sono ancora indietro rispetto a queste innovazioni in fabbrica, che pongono molte domande, per esempio se considerare gli esoscheletri strumenti di supporto facoltativo o presidi obbligatori per la sicurezza. Intanto, nel 2017 Iso ha lanciato una Call4experts per stilare delle linee guida sulle tecnologie 4.0 in fabbrica da un punto di vista ergonomico.

 

Neuroergonomia e lavoro digitale

Nicola De Pisapia, ricercatore dell’Università degli Studi di Trento

Non solo la normativa, ma anche la ricerca scientifica fa fatica a star dietro alla velocissima innovazione tecnologica che apre nuovi fronti anche alla valutazione ergonomica stessa. «L’evoluzione tecnologica è molto veloce rispetto ai tempi più lenti della ricerca scientifica, ma non mancano gli strumenti come questionari validati e sensori per la neuro e psicofisiologia per misurare e valutare l’impatto che queste tecnologie pervasive stanno avendo sulla nostra mente e sul nostro cervello», racconta Nicola De Pisapia, ricercatore dell’Università degli Studi di Trento, che ha un corso di laurea triennale e una specialistica di Interfacce e Tecnologie della Comunicazione al dipartimento Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento – «Per ora vedo le aziende più interessate ad applicare lo studio neuropsicologico (degli effetti di comportamenti e azioni del lavoro sul sistema cerebrale) al marketing, a prodotti da vendere e alle app digitali, che non alle nuove condizioni di lavoro in cui siamo immersi. Penso per esempio ai possibili effetti sull’attenzione dell’eccesso di informazioni, o alla perdita della propria scrivania o all’essere sempre connessi e reperibili, come nella modalità di lavoro smart. E ancora, quali saranno gli effetti sulle funzioni neuropsicologiche di attività in cui siamo sostituiti da app, da bracci robotici, da realtà virtuale o aumentata?

Alcuni studi, per esempio, hanno già dimostrato come l’uso costante di navigatori Gps per orientarsi riduca l’efficienza dell’area del cervello chiamata ippocampo, preposta all’orientamento spaziale. Quella parte si atrofizza, come un muscolo che non venga più usato.»  Come useremo dunque il tempo, lo spazio liberato per fare altro, per quelle attività a valore aggiunto auspicate e promesse dalle organizzazioni? «È sempre questione di che uso fare delle tecnologie che oggi abbiamo a disposizione e avere consapevolezza che possono agire in modo “invisibile” sul nostro cervello» – raccomanda Michela Balconi, professore di Psicofisiologia e Neuroscienze cognitive all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – «Come nel marketing c’è un modo “invisibile” di creare attenzione, agganciare e indurre all’acquisto, così nell’utilizzo di software e macchine intelligentiche possono lavorare al nostro posto e alleviarci la fatica, istruendoci passo dopo passo, ovviamente allo scopo di rendere più efficace ed efficiente la prestazione, bisogna chiedersi che parte resti all’uomo a valore aggiunto, se non è previsto o se non è pianificato nell’organizzazione. Queste sono domande a cui dovremo darci sempre più delle risposte, con l’avanzare di queste tecnologie a supporto dei lavori tradizionali. Nelle fabbriche cinesi misurano già il calo di attenzione e produttività dell’operaio, che viene prontamente sollecitato a ristabilire il ritmo richiesto. Bisogna però capire quale livello di performance venga imposto e se non sia incompatibile con l’equilibrio psico-fisico del lavoratore. Anche noi stiamo misurando il livello di attenzione del cervello in determinate condizioni di stress, ma con la finalità di prenderne consapevolezza per disperdere meno energie, per avere una concentrazione più alta con un senso di benessere e di autocontrollo maggiore e ridurre, per esempio, gli incidenti in automobile. Come sempre, dipende dall’uso che si fa degli strumenti a disposizione.» Negli ultimi tre anni Balconi, che è responsabile dell’Unità di Ricerca in Neuroscienze Sociali e delle Emozioni del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano ha svolto una ricerca, presentata a ottobre, che ha misurato il livello di stress e di attenzione del cervello di alcuni cluster di soggetti, attraverso l’uso di smart glasses. Si tratta degli occhiali “Lowdown Focus”, sviluppati e distribuiti da Safilo, che registrano l’attività elettrica del cervello e forniscono istruzioni su come abbassare il livello di stress con effetti migliorativi sulla performance (meno incidenti stradali, meno frenate brusche e comportamenti impulsivi in auto, per esempio, per il cluster dei driver). Il primo gruppo pilota sono stati studenti universitari presso il laboratorio interno dell’ateneo milanese per validare il metodo. Quindi il dispositivo, che inizialmente era un cerchietto (“headband”) sviluppato da una società di ricerca canadese, trasformato da Safilo in occhiali dal design sportivo per offrire un maggior comfort e una maggiore vestibilità, è stato applicato a manager di Atm, di Microsoft e della società di consulenza Prospecta. Quindi il terzo e ultimo gruppo, su richiesta di Cattolica Assicurazioni con il progetto “Drivefit”, è stato quello di una sessantina di driver impegnati al volante in città caotiche del Nord Italia. L’esperimento è durato 7 giorni su 7, dai 10 ai 20 minuti per volta, per quattro settimane di fila. In tutti i casi l’occhiale, dotato di elettrodi sulle stanghette e i naselli che permettono di rilevare l’elettroencefalogramma, fornisce un feedback immediato tramite un’applicazione per smartphone. Il soggetto viene così informato quando il suo stato di attività cerebrale supera certi livelli di stress. Il feedback avviene attraverso segnali acustici, come il canto di uccellini e il rumore di un’onda del mare, che aumentano di intensità e velocità fino al frastuono, quando il livello di stress supera i parametri normali. «Questo dispositivo ha anche una funzione di training, perché prima con i segnali acustici, poi con un riepilogo della propria performance sullo smartphone, vengono suggeriti comportamenti diversi e vengono dati rinforzi positivi.

Gli effetti positivi sono durati nel tempo, come hanno dimostrato follow-up successivi, a dimostrazione del fatto che il cervello, essendo plastico, può acquisire nuovi comportamenti e nuove abitudini anche in condizioni di pressione», commenta Balconi. Di fatto vengono misurate le funzioni attentive, i meccanismi di controllo attivi e inibitori e le funzioni esecutive, cioè la memoria a breve termine (la working memory) e il loro impatto sulla performance a seconda del livello di stress. Di conseguenza, l’aspetto interessante di questo dispositivo è che, collegato a un software e a un device mobile, si potrebbe estendere ad altre popolazioni aziendali per misurare per esempio l’ergonomia cognitivadell’utilizzo delle tecnologie nel mondo del lavoro, in ufficio e in fabbrica, e anche l’impatto neurofisiologico degli ausili tecnologici impiegati per migliorare l’ergonomia stessa.

Di fatto l’ergonomia si sta sempre più spostando da scienza del lavoro a scienza dell’uomo e degli “Human factors”, anche perché il confine tra vita professionale e vita privata è sempre più permeabile, complici le nuove tecnologie digitali e il nuovo modo di lavorare. «Oltre a dover riprogettare il lavoro che sta già cambiando e cambierà sempre di più con la sempre maggiore presenza di robotica e AI, e con il lavoro il sistema formativo, dobbiamo fare i conti con un mondo dove il profitto dipenderà sempre più da una risorsa nuova, l’informazione che noi stessi produciamo e che viene raccolta attraverso la sorveglianza continua del nostro comportamento e il monitoraggio del nostro corpo ed elaborata in modo non trasparente da parte di chi sa su di noi cose che neppure sappiamo e che permette di prevedere i nostri comportamenti», avverte provocatoriamente Sebastiano Bagnara, uno dei padri dell’economia cognitiva in Italia, già segretario generale della International Ergonomics Association e presidente di BSDesign.

Da industria italiana.it articolo di Gaia Fiertler

FOCUS SUL TECNOSTRESS


Il termine Tecnostress venne coniato dallo psicologo americano Craig Broad nel suo libro edito nel 1984 da Addison Wesley: “Technostress: the human cost of computer revolution” (“Il costo umano della rivoluzione dei computer”). Lo psicologo faceva riferimento per la prima volta allo stress legato all’uso delle tecnologie e al loro impatto a livello psicologico. Nella definizione di Broad, il Tecnostress era il disturbo causato dall’incapacità di gestire le moderne tecnologie informatiche (computer e software). Nel 1997 questo concetto fu ripreso e ampliato da due psicologi americani, Larry Rosen e Michelle M. Weil, nel libro “TechnoStress: coping With Technology @Work @Home @Play”, frutto di una ricerca durata 16 anni. Nella loro analisi il significato di Tecnostress diventa più ampio indicando “ogni impatto o attitudine negativa, pensieri, comportamenti o disagi fisici e psicologici causati direttamente o indirettamente dalla tecnologia”.

I tempi indotti dalla tecnologia che evolve troppo rapidamente non si adattano al percorso degli individui, per questo si sviluppa una pressione psicologica caratterizzata da disagio e frustrazione. Già nella definizione di Broad veniva fatto riferimento a determinati sintomi da ricondurre alla sindrome del Tecnostress come ansia, affaticamento mentale, depressione, incubi notturni; in particolare, molte persone erano soggette a frequenti attacchi di rabbia causati dalle difficoltà di utilizzo di computer e software e dalla gestione di guasti o blocchi che interrompevano l’attività lavorativa.

Lo studio di Broad, e in seguito quello di Rosen e Wail, è vincolato al periodo in cui è stato concepito. In seguito si sono susseguiti moltissimi cambiamenti, sia nella tecnologia che nella comunicazione; la Rete Internet si è trasformata nello strumento universale d’informazione e la tecnologia digitale è diventata di uso comune grazie all’avvento di smartphone, tablet, connessioni Wi-Fi e tv digitale. Il termine Tecnostress acquisisce un nuovo significato con il passaggio all’era delle connessioni, dove le informazioni sono ovunque. Nella nuova accezione, questa sindrome fa riferimento alla quantità enorme di informazioni in cui gli individui sono immersi e che viene assorbita e gestita quotidianamente comportando un sovraccarico cognitivo: in psicologia tale fenomeno viene chiamato “information overload”. Quando il cervello riceve l’informazione, essa corrisponde a livello psichico ad un input mentale: questo richiede una risposta che si traduce in attivazioni di connessioni neuronali. Quando gli input sono molti e costanti, come avviene nel sovraccarico informativo e nella gestione di più device digitali, si verifica uno stato di allarme e stress, ovvero una risposta anomala (psichica e fisica) del corpo che si manifesta con un’intensa produzione di adrenalina. In questa condizione si attivano disturbi a livello cardiocircolatorio, psichico e neurologico.

Un altro elemento che ha favorito l’insorgere del Tecnostress, sia nell’ambito lavorativo che in quello personale e relazionale, è il ruolo della tecnologia mobile che ha permesso un uso costante dei flussi informativi senza vincoli di spazio e di luogo. Questo elemento mette in luce una sostanziale differenza con la prima, embrionale definizione di Broad che prendeva in analisi le reazioni psicofisiche di soggetti che lavoravano seduti alla propria scrivania.

I meccanismi complessi generati dall’innovazione tecnologica hanno comportato dei cambiamenti che aiutano a tracciare dei segni che identificano il rischio Tecnostress:

  • Utilizzo costante dello smartphone anche negli incontri sociali
  • Il soggetto non spegne mai il telefono
  • Sono molto frequenti i risvegli notturni per connettersi alle piattaforme Social
  • Si avverte l’istinto di telefonare anche in luoghi riservati (cinema, biblioteche ecc.)
  • Si scrivono messaggi mentre si è in movimento
  • La tv viene utilizzata principalmente sul tablet o sul cellulare


Accanto a questi comportamenti “a rischio”, si possono delineare una serie di sintomi che caratterizzano la sindrome da Tecnostress che spesso, per scarsa informazione, non vengono correttamente individuati:

SINTOMI FISICI

  • Aumento della frequenza cardiaca
  • Disturbi cardiocircolatori
  • Disturbi gastrointestinali (colon irritabile, gastrite, reflusso)
  • Dolori muscolo-tensivi
  • Formicolii agli arti
  • Ipertensione
  • Insonnia e alterazioni del ritmo-sonno veglia
  • Mal di testa
  • Stanchezza cronica
  • Sudorazione
  • Dolore cervicale
  • Disturbi ormonali e mestruali nella donna
  • Disturbi della pelle causati dallo stress (psoriasi, dermatiti)


SINTOMI PSICHICI (COMPORTAMENTALI E COGNITIVI)

  • Irritabilità
  • Depressione
  • Alterazioni comportamentali
  • Calo del desiderio sessuale
  • Crisi di pianto
  • Apatia

La sintomatologia ha una componente soggettiva ed ogni persona può sviluppare o meno determinati sintomi. Inoltre, essi sono riconducibili a quelli causati dal cosiddetto “elettrosmog”, ovvero dall’esposizione eccessiva, diurna e notturna, a campi elettromagnetici emessi da apparecchi elettrici, router e modem Wi-Fi, smartphone, tablet e pc.

Il Tecnostress in uno stadio già avanzato procura molte ripercussioni, sia livello lavorativo che relazionale. Sul lavoro si verificano amnesie e disturbi della memoria, condizioni che generano assenteismo, mancanza di motivazione e perdita di efficacia professionale. Anche sul piano relazionale il Tecnostress ha una forte incidenza: il soggetto tecnostressato reagisce con l’isolamento e la chiusura emotiva, ha attacchi di rabbia, entra in conflitto con colleghi e famigliari. Queste condizioni sfociano spesso in una sindrome da dipendenza da Internet (IAD – Internet Addiction Disorder), disturbo che si intreccia con il Tecnostress. 

Nel 2007 il Tecnostress è stato riconosciuto come malattia professionale in seguito ad una sentenza del procuratore aggiunto del Tribunale di Torino, Raffaele Guariniello. Il passaggio alla definizione di malattia professionale si verificò dopo numerosi esposti e denunce di lavoratori. La prima inchiesta si svolse in un call center, luoghi ad alto rischio Tecnostress. Ma come è accaduto per l’evoluzione del termine, molte indagini sono state effettuate in passato, quando la tecnologia non era ancora sviluppata e l’informazione digitale non era presente in modo massiccio. Per questo motivo, il Tecnostress può registrare nuovi casi, differenti nella sintomatologia e nel grado di gravità; inoltre il rischio professionale può aumentare anche per la nascita e la crescita di nuove categorie professionali. Allo stato attuale, ogni settore lavorativo dove si usano frequentemente le tecnologie digitali, (ICT, editoria ecc.), deve obbligatoriamente includere nel documento della valutazione del rischio stress lavoro correlato, il rischio Tecnostress.
Tale percorso viene applicato in conformità con il Testo Unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro 81/2008. Considerata la recente diffusione del Tecnostress, la valutazione del rischio negli ambiti professionali è essenziale per individuare adeguate misure di protezione e prevenzione che riguardano l’organizzazione del lavoro, le procedure, l’informazione e la formazione dei lavoratori.


Nell’indagine sulla valutazione del rischio nei luoghi di lavoro, è molto importante inquadrare la tipologia dell’azienda per stabilire il tipo di rapporto esistente con il carico informativo e la gestione simultanea di più dispositivi digitali (multitasking). Questo avviene spesso nelle aziende che si occupano di editoria dove i lavoratori utilizzano la creatività, contemporaneamente gestiscono programmi e interagiscono con il social network (multimedialità, inserimento di recensioni online, utilizzo di forum di discussione).
I contesti lavorativi dove il rischio Tecnostress è elevato sono molti: tuttavia, i lavoratori più a rischio sono i networkers (chi lavora in rete), le professioni dell’ICT (Information and Communications Technology), gli operatori call center, i giornalisti, i community manager e i web content editor, i commercialisti, gli avvocati, i pubblicitari, gli analisti finanziari, gli imprenditori e i programmatori.

I parametri che aiutano a definire l’entità del rischio Tecnostress sono il tempo trascorso per gestire le informazioni digitali, la quantità di carico informativo e i sintomi che segnalano una marcata tendenza allo scivolamento nella sindrome. Per poter tracciare i confini del disturbo da Tecnostress è importante la presenza di due elementi peculiari: la radicale accelerazione dei ritmi, di vita e lavorativi e la fusione tra vita personale e professionale causata dalla pervasività delle tecnologie digitali. Ogni persona può lavorare o essere contattata in qualsiasi momento e in ogni luogo. La rivoluzione digitale e i social media hanno stravolto il concetto abituale di separazione tra la vita online e quella offline. Gli individui dell’era attuale sono proiettati in un tempo sferico che non ha inizio né fine, dove gli aspetti della vita professionale e personale si fondono in un flusso unico di rappresentazioni e contenuti digitali. Il Tecnostress mostra con estrema chiarezza il suo volto nel mondo imprenditoriale, soprattutto quello in cui si fa un uso massiccio delle piattaforme social in azienda anche quando esse non vengono utilizzate per scopi legati alla produttività o all’attività professionale. Il controllo, spesso ossessivo, delle mail fuori dal contesto e dagli orari di lavoro (al risveglio, a letto, a tavola, in vacanza ecc.) induce a non separare i contesti e a continuare a gestire il carico informativo con la stessa intensità. Non si può certamente negare che l’avvento dello smartphone abbia comportato innumerevoli vantaggi e opportunità di lavoro, permettendo di gestire progetti e attività a distanza, migliorando la produttività personale e creando nuove connessioni con aziende e imprenditori anche se attivi a grandi distanze. Il nodo centrale è la gestione di questi strumenti che deve essere consapevole e professionale, per evitare di arrivare al dominio di un ininterrotto flusso digitale. La continua disponibilità concessa dall’always on (sempre connesso) è funzionale alle aziende che vogliono mantenere una costante pressione sulle risorse anche fuori dal posto di lavoro, fenomeno che genera un aumento di produttività che, tuttavia, non viene riconosciuto nella retribuzione. Dall’altra parte, pur in assenza di un effettivo accordo contrattuale, il lavoratore tende a tollerare queste intrusioni, considerandole parte integrante e inevitabile dell’attività e del proprio ruolo, e ad acconsentire ad inviare feedback in tempi brevi anche quando le richieste tramite mail o messaggi vengono fatte in orari serali, notturni o nel week-end. La connessione continua e senza confini può incidere in modo negativo sulla salute mentale e fisica, sulle relazioni sociali, affettive e professionali e sullo stesso rendimento lavorativo.

La gestione delle conseguenze prevede l’attuazione di strategie di prevenzione, formazione e di misure per la gestione del carico sintomatologico. Rimedi validi per il Tecnostress sono quelli che inducono al rilassamento mentale e fisico e all’interruzione, per alcuni porzioni di tempo, del flusso digitale attraverso tecniche mentali (pnl, esercizi di concentrazione), tecniche olistiche (Yoga agopuntura, meditazione), tecniche sportive (sport e passeggiate a contatto con la natura), tecniche rigenerative (alimentazione naturale, uso di piante mediche e officinali,  naturopatia). In ambito professionale è importante prevedere una riorganizzazione del lavoro e un’adeguata distribuzione del carico informativo nel rispetto degli orari e degli spazi extra-lavorativi. Una buona strategia dovrà includere anche l’attivazione della richiesta di una maggiore formazione dei lavoratori sulla valutazione del rischio Tecnostress e dei danni connessi ai campi elettromagnetici.

articolo di  Marta Chiappetta da benessere.com

Bibliografia
– Brigo B., Stress positivo, stress negativo, Tecniche Nuove, Milano, 2007.
– Danon M, Stop allo stress, Urra- Apogeo, Milano, 2012.
– Di Frenna E., Tecnostress. Le 10 cose da sapere per affrontare il rischio nel lavoro digitale e imparare a valutarlo, Ebook, 2015.
– Perciavalle M., Prunesti A., Offline è bello, Franco Angeli, Milano, 2016.

LA SFIDA DELLA COMUNICAZIONE SOCIAL IN MEDICINA

Riportiamo un interessante articolo pubblicato sulla versione online del quotidianosanità.it . Il ruolo dei social e dell ‘ informazione  sanitaria tramite il web è sotto gli occhi di tutti. Benché l’autore faccia riferimento alla medicina di base , le argomentazioni sono le medesime anche per la medicina del lavoro. Ricordiamo che il medico competente ha per obblighi legislativi e deontologici la promozione della salute a 360 gradi. Buona lettura

gennaioGentile direttore,
da qualche anno stiamo assistendo alla nascita di sempre nuove pagine facebook di informazione sanitaria create e gestite da medici e operatori sanitari. Tale fenomeno è sostenuto prevalentemente da medici di medicina generale neo specializzati e neo convenzionati che decidono di affiancare al tradizionale mezzo di informazione sanitaria, il dialogo front-office, un nuovo strumento di comunicazione nei confronti dei loro assistiti.

Queste pagine sono generalmente denominate “Dott Nome-cognome, medico di medicina generale” e alternano comunicazioni inerenti all’organizzazione dello studio con utilissime informazioni di carattere medico come i commenti alle nuove linee guida, evidenze sull’utilizzo appropriato degli antibiotici e degli IPP o consigli sulla gestione dell’influenza e sugli stili di vita.

Una caratteristica costante di queste pagine è la presenza in calce ai post di fonti autorevoli come società scientifiche e documenti OMS/Ministero Salute. I post sono generalmente tutti basati sulla EBM.
La diffusione di queste pagine fb, molto seguite e apprezzate dai pazienti giovani e meno giovani, è un fenomeno che sebbene ancora numericamente limitato andrebbe studiato e potenziato in una strategia globale di lotta alle fake news in ambito sanitario.

Proviamo a fare due conti:
In Italia ci sono circa 50.000 MMG e la popolazione italiana compresa fra 14 e 60 aa ammonta a 32 milioni circa (ISTAT 2019). Secondo l’analista di social media Vincenzo Cosenza in Italia 24 milioni di persone utilizzano fb ogni giorno, prevalentemente tramite cellulare o tablet.

Se la metà delle persone attive ogni giorno su fb potesse seguire la pagina aggiornata del proprio medico potremmo fornire ogni giorno una informazione sanitaria di qualità a circa 12 milioni di italiani.

Nel settembre 2019 2018 il Corriere della Sera ha avuto una diffusione complessiva (cartacea + digitale) di 268.950 copie quotidiane (dati ADS). Pur ipotizzando che ogni copia del Corriere della Sera venga letta da 5 persone siamo ancora ben lontani dai possibili utenti raggiungibili dalle pagine Fb.

Perché tale fenomeno, magari regolamentato, dovrebbe essere incentivato e sostenuto?
I motivi sono diversi:
a) Rappresenta una efficace arma di lotta alle fake news in quanto il pz riceverebbe informazioni non DA internet bensì DAL proprio medico TRAMITE internet utilizzando fonti autorevoli, affidabili e verificabili. Le informazioni non giungerebbero al paziente in seguito ad una ricerca mirata bensì apparirebbero sulla home di fb periodicamente, andando a costituire un flusso continuo di informazioni in ambito sanitario.

b) E’ uno strumento che non sostituisce bensì affianca il tradizionale dialogo medico/paziente front-office che viene ad essere potenziato con maggiore soddisfazione da parte del paziente e aumento della compliance. Una notizia letta sulla pagina può poi essere discussa direttamente col proprio medico durante la visita.


c) Contribuisce a porre un argine al preoccupante fenomeno di delegittimazione culturale del medico e in particolare del MMG in quanto principale rappresentante del SSN, il cui compito è offrire salute di qualità e non prestazioni sanitarie inutili e costose spesso incentivate da soggetti privati molto attivi sul piano dell’informazione online e dunque mediaticamente vincenti.

d) L’informazione sanitaria rientra tra i compiti istituzionali del MMG e andrebbe effettuata in maniera consona ai tempi che cambiano, alle nuove necessità dei pazienti e in risposta alle sempre più aggressive campagne di disinformazione attive su diversi strumenti di comunicazione.

L’importanza dell’aspetto comunicativo è stata colta anche dalla Fnomceo che da qualche anno ha avviato il validissimo progetto di “Dottore ma è vero che” proprio per migliorare i contenuti sanitari online.

Una collega neospecializzata in Medicina Generale mi ha fatto notare che non tutti i medici sono in grado di utilizzare questi strumenti e che sarebbe utile frequentare un corso di comunicazione social ad hoc.

L’osservazione è corretta e dunque perché non inserire un corso di comunicazione online all’interno del Corso di Formazione Specifico in Medicina Generale per formare i neo specializzati in Medicina Generale ad effettuare una informazione sanitaria social di qualità?

In attesa della tanto invocata riforma del CFSMG, che ha ormai assunto le connotazioni dell’araba fenice – “Cosa sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” – il fenomeno delle pagine Fb continuerà ad espandersi sulla base della buona volontà del singolo professionista in accordo con la tacita consuetudine che in Italia le cose veramente innovative sono frutto di singole esperienze spontanee che pian piano prendono corpo e si diffondono.

Roberto Bellacicco
Medico in formazione spec. in Medicina Generale

CONCENTRARSI SUL LAVORO E RIDURRE LO STRESS CON LE ONDE A BASSA FREQUENZA

Centro nevralgico del corpo umano in tutti i sensi, il cervello e le relative onde cerebrali sono un’ottima fonte di studio per la tecnologia applicata alla salute.

Attività alla quale si dedica con risultati interessanti Omnipemf sotto forma di NeoRythm, fascia smart solo all’apparenza simile a tante altre proposte in questi anni.

In condivisione resta infatti lo spunto iniziale di studio, realizzare uno strumento in grado di stimolare l’attività cerebrale attraverso l’emissione di onde a bassa intensità,capaci di interagire con quelle umane.

La ricerca orientata a sfruttare le capacità di reazione del cervello a fronte di frequenze esterne, ha prodotto NeoRythm, con una serie di potenziali benefici.

L’idea è indurre il cervello a lavorare su determinate frequenze, quelle individuate dalla ricerca NeoRythm come fonte di benessere in senso lato. Combinate con la posizione con cui la fascia smart viene indossata, si ottengono diversi benefici.

Cinque strade NeoRythm verso il benessere

Dalle sembianze simili all’arco di un paio di cuffie senza padiglioni, il dispositivo Omnipemf si indossa direttamente sulla fronte, sulla testa, sulla nuca o sul collo a seconda dell’obiettivo desiderato. Una volta attivato via tap e impostato il programma desiderato via app, non resta altro da fare se non rilassarsi e aspettare i benefici.

Prima di tutto, per una seduta all’insegna del relax guidata delle onde Alfa. Tipicamente, dopo una giornata impegnativa e ritrovare di conseguenza serenità ed energie per sfruttare a dovere il resto della giornata.

Per agevolare il sonno invece, sono più utili onde cerebrali Theta e Delta, esattamente quelle prodotte dal cervello quando si dorme. In pratica, l’emissione esterna induce l’organo ad allinearsi e assopirsi in modo naturale.

NeoRythm però vuole essere d’aiuto anche nel corso della giornata. Grazie alle onde Beta, si può contare su uno stimolo all’attività mentale. Utile per migliorare l’efficienza sul lavoro, come alternativa a farmaci o altri stimolanti per via orale.

Le onde Theta da sole sono invece protagoniste della meditazione. Nel caso specifico, con due programmi dedicati, a seconda del livello di sintonia con il proprio corpo e il proprio spirito che si vuole raggiungere.

L’ultima funzione riguarda il supporto al dolore. Importante precisare, non si tratta di una potenziale cura. Le sensazioni però, dipendono in parte proprio dal cervello e qui NeoRythm può rivelarsi prezioso alleato a sopportare la situazione di disagio.

Il progetto Omnipemf è fondato su basi scientifiche. A sostegno della propria tesi, l’azienda mostra infatti i risultati dei relativi studi. Dal punto di vista ingegneristico, tutto ruota intorno alla giusta energia dosata a cinque bobine in grado di generare e gestire il relativo campo magnetico e risonanza.

da 01health.it

ANALISI BIOLOGICA A PORTATA DI SMARTPHONE

È stata progettata in Italia, nei laboratori del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa, una lente per telefono cellulare che si può attaccare alla fotocamera dello smartphone e trasformarla in un microscopio, al costo di solo un centesimo.

Si tratta di una piccola lente adesiva in materiale siliconico che, se fatta aderire alla fotocamera di uno smartphone, può funzionare come un microscopio e ingrandire fino a 100 volte. Lo straordinario risultato è stato pubblicato in uno studio apparso su Advanced Functional Materials ed è frutto della collaborazione degli scienziati dell’Università di Pisa con l’Università della California S. Diego.

microscopio lente cellulare

Nei microscopi tradizionali, hanno spiegato i ricercatori del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, le lenti servono principalmente come elemento di raccolta della luce, che poi viene manipolata grazie a filtri ottici. Questo richiede una progettazione e una lavorazione piuttosto complesse, che si traducono in costi elevati dei dispositivi.

Lo studio degli scienziati dell’Università di Pisa introduce invece un deciso cambio di paradigma: i ricercatori hanno sfruttato le proprietà di cristalli fotonici in silicio nanostrutturato, che fungono da filtri ottici, per costruire un dispositivo in cui lente e filtro diventano una cosa sola.

La lente così ottenuta è autoadesiva e può trasformare in modo molto semplice un comune smartphone in un microscopio a fluorescenzaaltamente affidabile. Le applicazioni in campo medico, sottolineano ancora i ricercatori, sono estremamente rilevanti, sia per la medicina ospedaliera che per quella praticata in Paesi dove il trasporto di apparecchiature è difficile.

Giuseppe Barillaro, docente di elettronica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, nel presentare lo studio ha dichiarato: “Nella nostra società c’è una crescente richiesta di strumenti analitici semplici, rapidi e affidabili, per esempio per valutare rapidamente la presenza di batteri in cibi o su ferite. Non sempre è possibile farlo in laboratorio con un microscopio, che ha costi elevati ed è difficile da trasportare. Il nostro sistema permette di compiere la stessa operazione ovunque, e al costo di un centesimo. Questo grazie a un cambiamento radicale nel modo di pensare e progettare dispositivi ottici”.

Ha spiegato ancora Giuseppe Barillaro: “Il materiale siliconico che compone la lente viene deposto in forma di goccia sul filtro ottico, che ha una particolare nanostrutturazione che ricorda le ‘ali di una farfalla’. Il filtro, semi-poroso, si integra con il materiale siliconico deposto sopra, e la sua struttura fa in modo che questo assuma spontaneamente forma e funzione di una lente, evitando lavorazioni complesse e semplificando tutto il dispositivo, dal momento che raccolta, filtraggio della luce e ingrandimento avvengono nel medesimo sistema ottico.

D’ora in poi per le analisi di campioni biologici che necessitano di microscopia cellulare sarà sufficiente una lente e un semplice apparecchio di lettura, come può essere uno smartphone, rendendole più facili e meno costose. Il sistema è di particolare interesse specie in quei campi in cui la velocità di analisi, e quindi di azione, diventa cruciale, come il rilevamento della presenza di batteri nelle ferite, un tipo di analisi che con  i metodi tradizionali richiede circa 24 ore, con conseguenti ritardi nel trattamento, che si traducono in tempi e costi maggiori. Con il nostro sistema, applicando allo smartphone una lente apposita, è possibile determinare la presenza di batteri direttamente sul posto”.

da 01health.it