MEDICINA DEL LAVORO

MANCA L’ANTINFLUENZALE NELLE FARMACIE. A RISCHIO LE CAMPAGNE VACCINALI IN AZIENDA

Da Dottnet.it

Nonostante gli inviti ad effettuare quest’anno massicciamente la vaccinazione antinfluenzale, per evitare la concomitanza di sintomi simili all’infezione da Covid-19, solo 1 italiano su 3 potrà avere a disposizione la dose necessaria ed anche tra le fasce a rischio la copertura vaccinale, in 9 regioni, non arriverà al 75%. La stima è della Fondazione Gimbe, confermata dall’esperienza sul campo dei farmacisti che denunciano come i vaccini non siano ancora stati distribuiti, mentre un nuovo studio evidenzia come proprio l’antinfluenzale potrebbe ridurre le morti da Covid.

Ma chi deve vaccinarsi e dove? Oltre ai malati con patologie croniche e agli over-65, il vaccino antinfluenzale è quest’anno raccomandato anche ai bambini da 6 mesi a 6 anni ed a tutti i soggetti a partire dai 60 anni di età. L’estensione della indicazione al vaccino è motivata dall’emergenza pandemica e l’obiettivo è cercare di evitare la concomitanza dei sintomi influenzali con quelli da Covid nella stagione invernale, oltre che l’intasamento di Pronto soccorso e servizi sanitari.

– LA FASCE PROTETTE: per le cosiddette categorie di popolazione fragile il vaccino è gratuito. Si tratta di malati cronici e anziani over-65. La circolare del ministero della Salute per la stagione influenzale 2020-2021 prevede però l’estensione della raccomandazione al vaccino già a partire dai 60 anni di età. La vaccinazione, si specifica, “può essere offerta gratuitamente nella fascia d’età 60-64 anni”, mentre finora la gratuità era prevista appunto a partire dai 65 anni. Per le categorie protette, la vaccinazione è richiesta dal medico di famiglia o dal pediatra e viene effettuata negli stessi studi medici.

– I BAMBINI: riferendosi ai bambini – per i quali attualmente la vaccinazione è raccomandata in particolari condizioni o se affetti da particolari patologie – la circolare sottolinea l’opportunità di raccomandare la vaccinazione nella fascia di età 6 mesi-6 anni “anche al fine di ridurre la circolazione del virus influenzale fra gli adulti e gli anziani nell’attuale fase pandemica”.

– PERSONALE SANITARIO: l’antinfluenzale è fortemente raccomandata anche agli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie che operano a contatto con i pazienti e gli anziani istituzionalizzati in strutture residenziali o di lungo degenza. Ciò nella prospettiva di una iniziativa legislativa che la renda obbligatoria.

– DONNE IN GRAVIDANZA: è opportuno, rileva il ministero, “sensibilizzare sia i medici di medicina generale sia i ginecologi e ostetrici sull’importanza della vaccinazione antinfluenzale nelle donne in gravidanza”, ricordando che la vaccinazione è offerta gratuitamente. Nel suo position paper più recente sull’influenza, l’Oms ritiene le donne in gravidanza come “il piu’ importante dei gruppi a rischio per loro stesse e per il feto”.

 LA POPOLAZIONE ATTIVA: tutti i cittadini dai 6 ai 60 anni di età che vogliano vaccinarsi, ma non rientrano nelle fasce protette, possono acquistare il vaccino presso le farmacie previa la prescrizione del medico di famiglia ed effettuare la vaccinazione presso gli studi medici.

 LE COPERTURE: la vaccinazione antinfluenzale dovrebbe avere secondo l’Oms un obiettivo di copertura minimo del 75% e del 95% come obiettivo ottimale negli over-65 e nei gruppi a rischio.

Di questo passo, avverte però Federfarma, il rischio è che salti l’avvio della campagna vaccinale già da ottobre, secondo l’anticipo indicato dal ministero della Salute proprio per fronteggiare meglio la gestione dei prevedibili casi di Covid con l’inizio della stagione fredda. Ad oggi, è l’analisi del presidente Gimbe Nino Cartabellotta, c’è una “esigua disponibilità di vaccino antinfluenzale” e le 17,8 milioni di dosi acquistate dalle Regioni “basteranno a garantire il vaccino solo a 1 italiano su 3. E addirittura 9 regioni rischiano di non garantire neppure il 75% della copertura delle categorie a rischio”.

Al momento, le Regioni hanno ceduto alle farmacie l’1,5% delle dosi acquistate (circa 250.000) per le vaccinazioni della popolazione non a rischio, ma è un quantitativo insufficiente. Ad oggi, “mi risulta che i vaccini non siano arrivati nemmeno ai medici di famiglia per le fasce di popolazione protette – afferma il presidente di Federfarma Marco Cossolo – e le dosi alle farmacie sono assolutamente esigue”.   Per far fronte a ciò “alcune Regioni stanno pensando di rimodulare le dosi acquistate, ma attualmente solo l’Emilia Romagna ha deciso di stornare 36mila dosi da quelle per le fasce protette per destinarle alle farmacie”. Insomma, avverte, “siamo in una fase di stallo e se non ci saranno risposte in tempi bevi la campagna vaccinale rischia di partire in ritardo, con conseguenze preoccupanti”.

Da parte loro, le aziende farmaceutiche ribadiscono il proprio impegno: “L’industria ha fatto di tutto per rispondere alla domanda – sottolinea il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi – ma dal prossimo anno è fondamentale che la programmazione delle Regioni per l’approvvigionamento del vaccino sia fatta già da aprile, poichè i vaccini non possono prodursi da un giorno all’altro. Dunque le industrie continueranno a prendere ordinativi solo per le dosi che possono garantire in questo momento”. D’altro canto, quest’anno alle Regioni “sono andati 17,8 mln di dosi, il 43% in più rispetto al 2019. Al momento è aperto un tavolo all’Agenzia italiana del farmaco e si sta lavorando a tutte le possibili soluzioni, inclusa l’importazione dall’estero, affinchè – afferma – il vaccino sia garantito non solo alle fasce protette ma anche al resto della popolazione”.

E ad indicare l’estrema utilità dell’antinfluenzale è anche un nuovo studio del Centro Cardiologico Monzino di Milano, secondo cui tale vaccino aiuterebbe a combattere direttamente il SarsCov2. Durante il lockdown, infatti, nelle Regioni con un più alto tasso di copertura vaccinale tra gli over65enni, c’erano meno contagi, meno pazienti ricoverati con sintomi, in terapia intensiva e morti per Covid-19. Si stima che un aumento dell’1% della copertura vaccinale negli over 65 avrebbe potuto evitare 78.560 contagi. Oltre all’antinfluenzale, altra arma fondamentale resta la mascherina che, sulla base di una teoria pubblicata dalla University of California, potrebbe diventare un ”vaccino rudimentale” perchè, pur schermando l’ingresso del virus nelle grandi quantità, potrebbe comunque permettere a poche particelle virali di passare e penetrare nelle vie respiratorie di chi la indossa, attivando così un processo di immunizzazione contro il SarsCov2, pur con un’infezione senza sintomi.

COSA FARE A SCUOLA IN CASO DI COVID 19

Covid e scuola: che cosa succede se un bambino è positivo? Domande e risposte

Covid e scuola: che cosa succede se un bambino è positivo? Domande e risposte
Cosa succede se un bambino manifesta sintomi a casa?

Se il bambino ha più di 37,5° di temperatura, ha raffreddore, tosse, mal di testa, perdita di gusto o olfatto, diarrea va tenuto a casa.
I genitori devono contattare il pediatra, che può stabilire se sia opportuno fare un tampone.
È lui a fare il primo screening, anche senza visitare il bambino, ma dando il suo consulto al telefono, via WhatsApp o e-mail.
Contestualmente viene avvisata la scuola sui motivi dell’assenza.

Cosa succede se un bambino manifesta sintomi in classe?

In questo caso i responsabili della scuola (in Toscana, il ruolo del referente Covid è ricoperto da un medico) isolano in una stanza il bambino malato e convocano i genitori.

Durante questo periodo il minore non deve essere lasciato da solo ma in compagnia di un adulto, che dovrà mantenere, ove possibile, il distanziamento fisico di almeno un metro e la mascherina chirurgica. In ogni scuola viene individuato un referente che si occupa di informare anche il Servizio di Sanità Pubblica.

È richiesto un passaggio con il pediatra di riferimento per stabilire se, una volta riportato a casa il bambino, si debba sottoporre a tampone.

Dove viene portato lo studente per fare l’esame?

Da qualche giorno in Lombardia è attivo un canale prioritario per sottoporre bambini e ragazzi in età scolare al tampone. A Milano e provincia, i punti di accesso diretto sono 31, molti in modalità drive-in (che eseguono il test direttamente in macchina, abbassando il finestrino), quasi tutti appoggiati a strutture ospedaliere.

I genitori con un’autocertificazione vidimata dal pediatra o dal personale scolastico, possono presentarsi direttamente senza prenotazione per fare subito l’esame.

Quanto si deve aspettare per avere l’esito del tampone?

Quasi tutti i punti di accesso diretto sono operativi la mattina, in modo da processare gli esami nel pomeriggio e garantire l’esito entro le 23, anche se dato il «traffico» nei laboratori, può slittare al giorno seguente.

Il risultato viene caricato sul fascicolo sanitario elettronico e anticipa la chiamata dell’Ats di riferimento che può arrivare dopo qualche giorno.

In caso di positività la segnalazione però arriva subito.

Per accorciare le procedure, i genitori possono firmare l’autorizzazione di accesso ai dati al pediatra, che in quel caso può verificare l’esito in tempo reale.

I compagni di classe di uno studente positivo cosa devono fare?

La persona che si è sottoposta al tampone, fino all’accertamento dell’esito, deve restare isolata, ovviamente senza andare a scuola.
Il resto dei compagni — così come gli insegnanti — frequentano normalmente la classe.
L’obiettivo degli accessi diretti è quello di ridurre ai minimi i tempi in modo da consentire di isolare la classe entro il giorno successivo.

In Emilia-Romagna, nell’attesa dell’esito del tampone gli studenti devono portare la mascherina sempre, anche al banco. Questo in attesa del secondo tampone di controllo, che avviene dopo 7 giorni.

Quale procedura scatta se lo studente è positivo?

Il bambino o il ragazzo, accertata la positività al tampone, restano in isolamento a casa. A quel punto scatta la quarantena di tutti i contatti stretti in famiglia e a scuola.

Nel caso di nidi, asili o primarie, si opta per la quarantena dell’intera classe.

Per i ragazzi delle medie o delle superiori, essendo più facile ricostruire i rapporti interni attraverso un’«intervista», si può procedere all’isolamento di parte della classe. Per stabilire chi debba andare in quarantena, il criterio è quello di tornare indietro di 48 ore: 48 ore della comparsa dei sintomi, per chi ne ha, o 48 ore prima dell’effettuazione del tampone per chi sia asintomatico. Chi sia stato in prossimità dello studente risultato positivo in quest’intervallo temporale deve andare in isolamento per 14 giorni dal momento dell’ultimo contatto. Nelle scuole toscane è previsto anche un «registro dei contatti» su cui i docenti devono registrare tutti gli spostamenti degli studenti: ad esempio, se durante un’ora di assenza di un insegnante la classe viene spostata in altre aule, in caso di una positività, anche le altre classi vengono coinvolte nei provvedimenti di quarantena.

Al termine del periodo di quarantena, dopo 14 giorni, il bambino positivo verrà sottoposto a doppio tampone per certificare la guarigione.

I compagni di classe e i contatti stretti, qualora non abbiano avuto sintomi tali da rendere necessario un tampone prima, ne eseguiranno uno per poter rientrare in classe o uscire di casa. Se l’esito del tampone è negativo si torna in classe con l’attestazione del tampone.

In Toscana, invece, i tamponi per tutti quelli che sono venuti a contatto con uno studente positivo a scuola sono ben due: un primo subito, non appena emerge la positività del compagno, un secondo alla fine dei 14 giorni di quarantena.

E se, in seguito ai controlli emerge un altro alunno positivo?

In Emilia-Romagna, in questo caso, tutta la classe sta a casa in isolamento; ma il professore, se negativo, continua invece ad andare a scuola e a insegnare in altre classi. Alla classe in isolamento, ove possibile, si comincia la Didattica a distanza (Dad) come durante il lockdown.

Qual è il bilancio dei primi 20 giorni di scuola, in Lombardia?

Dei 30.257 tamponi fatti a bambini e ragazzi in Lombardia, 439 sono risultati positivi: l’1,45%. Il maggior numero di contagi è avvenuto nei licei (141). A Milano, 33 positivi (27 studenti e 6 operatori), di cui 14 in città.

Sono attive altre operazioni di screening delle scuole, in Lombardia?

Statale e Asst Fatebenefratelli Sacco stanno monitorando 14 scuole con 6 mila test rapidi, i cosiddetti «pungidito». Ieri i primi risultati con un 3,25% di sieroprevalenza media. Che sale al 6% nella fascia 3-6 anni, al 4% fra 6 e 10 anni e scende al 2% dagli 11 ai 18 anni. Nessun positivo al tampone.

COME GESTIRE UN CASO SOSPETTO DI COVID A SCUOLA

Come gestire a scuola un sospetto caso di contagio da Coronavirus? Che cosa devono sapere studenti e famiglie all’avvio di questo complicato anno scolastico? È tutto previsto nel Rapporto Covid-19 58/2020, stilato dall’Istituto Superiore di Sanità.

Se l’alunno a scuola ha la febbre oltre i 37,5 o sintomi compatibili con il Covid, l’operatore scolastico che ne viene a conoscenza deve avvisare il referente scolastico per il Covid-19, il quale chiamerà i genitori o i tutori legali dell’allievo. L’alunno sarà ospitato in una stanza isolata e assistito con le opportune precauzioni fino all’arrivo dei genitori, che dovranno portarlo a casa e contattare il pediatra o il medico per la valutazione clinica del caso.

Il medico, se sospetta si tratti di Coronavirus, dovrà richiedere al Servizio di Igiene e sanità pubblica del Dipartimento di Prevenzione il test diagnostico. Se il test risulterà positivo, verranno rintracciati i contatti e sanificati gli spazi scolastici frequentati dall’alunno. Per il rientro a scuola, bisognerà aspettare l’assenza di sintomi e i due tamponi negativi, a distanza di 24 ore l’uno dall’altro.

Le persone che sono state a contatto con il soggetto positivo nelle 48 ore precedenti l’insorgenza dei sintomi saranno messe in quarantena per 14 giorni. Se invece il tampone sarà negativo, l’alunno resterà a casa fino alla guarigione e alla conferma negativa del secondo tampone.

Se la febbre oltre i 37,5 o i sintomi compatibili con il Covid-19 vengono riscontrati a casa, l’alunno dovrà restare nella sua abitazione ed i genitori dovranno informare il pediatra o medico di famiglia, oltre a comunicare alla scuola l’assenza per motivi di salute. Il medico, in caso di sospetto Covid, dovrà mettersi in contatto con il Servizio di Igiene e sanità pubblica del Dipartimento di Prevenzione e richiedere il test diagnostico. A seguito degli esiti del tampone, si procederà come nel caso precedente.

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Analoghe procedure sono previste per gli operatori scolastici con febbre superiore a 37,5 o sintomi riconducibili al Covid-19: dovranno tornare a casa se si trovano a scuola, o restare nel proprio domicilio se i sintomi compaiono in ambito domestico, comunicando l’assenza al personale scolastico e contattare il proprio medico di famiglia, che avvierà l’iter diagnostico.

Se un alunno o un operatore scolastico è un convivente con una persona positiva al virus, dovrà rispettare la quarantena di 14 giorni, mentre i suoi contatti stretti – come i compagni di classe – non dovranno andare in quarantena, a meno che non venga accertata la positività anche dello studente o dell’operatore scolastico.

Allo stesso modo, un alunno o operatore scolastico entrati in contratto con una persona che a sua volta è stata a contatto con un soggetto positivo non dovranno prendere nessuna precauzione, a meno che il contatto non risulti poi positivo.

La valutazione di prescrivere la quarantena sarà effettuata dal Servizio di Igiene e sanità pubblica del Dipartimento di Prevenzione, così come la chiusura della scuola, che – secondo il rapporto Iss – non dovrebbe essere determinata da un singolo caso, ma da un numero più elevato e dalla presenza di eventuali cluster e un’alta circolazione virale.

Oltre al personale scolastico, un ruolo determinante nella prevenzione del contagio è svolto dalle famiglie, chiamate in primo luogo a misurare la temperatura corporea del bambino o del ragazzo a casa ogni giorno prima dell’ingresso a scuola, e se questa è superiore a 37,5 gradi, a informare il pediatra o il medico di famiglia che, in caso di sospetto Covid, attiverà il Servizio di Igiene e sanità pubblica del Dipartimento di Prevenzione per la richiesta del tampone naso-faringeo.

Come previsto dal rapporto Iss, la Assl di Oristano ha individuato presso il Servizio di Igiene e sanità pubblica del Dipartimento di Prevenzione i propri referenti per l’ambito scolastico, i cui nominativi e recapiti sono stati comunicati – tramite la Direzione generale dell’Ufficio scolastico regionale per la Sardegna – a tutte le scuole del territorio.

I referenti scolastici Covid di ciascun istituto – anche queste figure individuate dal protocollo Iss – dovranno interfacciarsi con i referenti scolastici Assl ogni volta che ce ne fosse necessità. Tutti gli altri operatori scolastici non dovranno invece contattare la Assl per comunicazioni e informazioni relative al nuovo coronavirus, ma fare riferimento al proprio referente scolastico Covid.

TEST SALIVARI E COVID 19

Da La repubblica.it

Test salivari: più pratici da eseguire e meno fastidiosi rispetto ad un tampone, ma sono altrettanto affidabili nei risultati? In una fase nella quale si punta a screening di massa e si cercano soluzioni per testare il maggior numero di persone possibile, i ricercatori provano a trovare metodi diagnostici alternativi al tampone. I test salivari potrebbero rivelarsi molto utili soprattutto nelle scuole e nei luoghi di lavoro, ambienti dove le persone da testare possono arrivare a diverse decine se non centinaia. E molto spesso in ambienti del genere bisogna far presto a trovare gli eventuali positivi proprio per evitare una diffusione incontrollata del virus. Due recenti studi, uno pubblicato qualche giorno fa su New England Journal of Medicine e l’altro su Annals of Internal Medicine, forniscono qualche prima risposta non proprio chiarificatrice.

Lo studio di Yale

Un team di ricercatori della Yale University ha identificato 70 pazienti ospedalieri con Covid-19 le cui infezioni erano state confermate con i tradizionali tamponi nasofaringei. Ogni volta che un operatore sanitario ha eseguito ulteriori test con tampone nasale, i ricercatori hanno chiesto ai pazienti di sottoporsi anche a un test della saliva. Hanno scoperto così che i test della saliva sono stati più efficienti nel rilevare il Coronavirus. Nei primi cinque giorni dopo la diagnosi, l’81% dei test della saliva è risultato positivo, rispetto al 71% dei test rinofaringei. Un divario simile è rimasto nei 10 giorni successivi alla diagnosi.

Più tracce di Dna e più diagnosi tra gli asintomatici

Inoltre, i ricercatori hanno rilevato più copie di materiale genetico del virus nella saliva dei pazienti che nei campioni prelevati nelle loro cavità nasali. Non solo. I ricercatori hanno voluto vedere anche cosa succedeva se venivano testate persone con infezioni asintomatiche. Per questo hanno reclutato 495 operatori sanitari senza segni di Covid-19 e hanno dato loro il test della saliva. Tredici dei test sono risultati positivi. Tra quelle 13 persone, nove si erano fatte un tampone nasale lo stesso giorno e solo due di questi test erano risultati positivi. Tuttavia, tutti i 13 test della saliva sono stati successivamente confermati da ulteriori test rinofaringei.

Lo studio canadese

Un po’ diverse le conclusioni a cui è giunta un’altra ricerca statunitense recentemente pubblicata su Annals of Internal Medicine. In questo caso, infatti, i kit di autosomministrazione che utilizzano la saliva per testare il Covid-19 sono risultati meno efficaci nel rilevare il virus rispetto ai tamponi standard a naso e gola. Lo studio ha rilevato che dei 70 campioni positivi, il virus è stato rilevato nell’80% dei tamponi e solo nel 68,6 per cento dei campioni di saliva.

La ricerca con il kit di autosomministrazione

I ricercatori dell’Università di Ottawa hanno arruolato soggetti asintomatici ad alto rischio e quelli con sintomi lievi. Gli adulti hanno fornito un campione di saliva utilizzando un kit di auto-raccolta (OMNIgene • Oral, OM-505 Dna Genotek) e contemporaneamente anche un tampone standard. Questi kit sono progettati per l’auto-raccolta senza assistenza di esperti e possono conservare il materiale virale a temperatura ambiente per il trasporto e l’analisi.

I risultati

Dei 1939 campioni combinati di tampone e saliva analizzati, il gene Sars-CoV-2 è stato rilevato in 70 campioni, l’80% con tamponi e il 68,6% con saliva. Trentaquattro partecipanti (48,6%) sono risultati positivi per Sars-CoV-2 su entrambi i campioni di tampone e saliva. Risultati discordanti del test sono stati osservati in 22 partecipanti (31,4%) che sono risultati positivi con il solo tampone e in 14 (20%) che sono risultati positivi con la sola saliva. I tamponi sono stati ottenuti dal rinofaringe nel 35,7% dei partecipanti risultati positivi con la sola saliva, rispetto al 9,1% dei partecipanti risultati positivi con il solo tampone. “Dal nostro studio – spiegano i ricercatori dell’Università di Ottawa – è emerso che i metodi diagnostici standard con tamponi nasofaringei e orofaringei hanno rilevato più casi di Covid-19 rispetto al test della saliva tra i pazienti che erano asintomatici ma ad alto rischio o che erano lievemente sintomatici”.

I vantaggi di un test salivare

Il rilevamento salivare di Sars-CoV-2 è stato proposto come alternativa ai metodi diagnostici standard con tampone. Il test della saliva presenta in effetti dei potenziali vantaggi: la raccolta non richiede personale addestrato o dispositivi di protezione individuale, può essere eseguita al di fuori dei centri di analisi e può essere meglio tollerata in popolazioni difficili o pediatriche. Ma richiede alcune precauzioni. A causa dell’instabilità dell’Rna genetico, l’uso di saliva grezza richiede un trasporto rapido in un laboratorio per l’estrazione del materiale virale e l’analisi della reazione a catena della polimerasi. I ricercatori hanno, infatti, sottolineato che nel loro studio è stato utilizzato un nuovo kit di raccolta contenente un fluido conservante e viricida, che consente la conservazione e il trasporto sicuri e stabili dei campioni. “I nostri risultati – proseguono – si aggiungono a quelli di studi precedenti, che si sono concentrati su test salivari di pazienti sintomatici e ospedalizzati secondo i quali i test della saliva possono essere più sensibili”. In questa ricerca canadese, inoltre, sono state incluse anche persone asintomatiche e leggermente sintomatiche per simulare lo screening di massa per Covid-19.

I limiti dello studio

Gli stessi ricercatori riconoscono che lo studio presenta importanti limitazioni. In primo luogo, è difficile valutare le prestazioni di un nuovo test diagnostico in assenza di un vero riferimento gold standard. La percentuale segnalata di falsi negativi con test basati sulla reazione a catena della polimerasi della trascrittasi inversa per Sars-CoV-2 utilizzando tamponi è di circa il 38% all’esordio dei sintomi e fino al 100% subito dopo la loro manifestazione. Nello studio canadese, il 20% dei casi di Covid-19 è stato rilevato dalla sola saliva, a ulteriore supporto dell’idea che il test con tampone potrebbe essere uno standard di riferimento non del tutto affidabile. In secondo luogo, il tampone nasofaringeo o orofaringeo è stato eseguito in base alla disponibilità dei tamponi presso il laboratorio, anche se i tamponi nasofaringei sono stati eseguiti preferibilmente nelle persone sintomatiche e in quelli in fase più avanzata di malattia, cosa che potrebbe aver influenzato i risultati.

QUANDO L’INFEZIONE DA COVID SI MANIFESTA DIVERSAMENTE

Da Avvenire.it

Del coronavirus, ogni giorno che passa, la scienza conosce qualcosa in più. È ben chiaro, per esempio, come il Covid – di per sé una malattia dai sintomi lievi nella stragrande maggioranza di chi ne viene contagiato – possa diventare pericoloso e addirittura letale per persone con patologie pregresse importanti, per gli immunodepressi, per i diabetici, per chi soffre di obesità, per anziani e grandi anziani: un organismo meno funzionale affronta con più difficoltà un’infezione, di qualsiasi natura essa sia.

Così come – fatta eccezione per qualche ipotesi “originale”, per esempio quella di un gruppo di studiosi francesi circa il fatto che la nicotina possa bloccare la penetrazione di Sars-Cov-2 nelle cellule dell’organismo – è ormai chiaro che anche i fumatori sono più esposti al rischio che il Covid abbia esiti più severi, e non solo perché il tabacco comporta una ridotta capacità polmonare: tra le varie motivazioni ricostruite in diverse ricerche sono emerse anche quelle igieniche, dato che l’atto del fumo implica che le dita e sigarette magari contaminate siano a contatto con le labbra, aumentando la possibilità di trasmissione del virus dalla mano direttamente in bocca.

Chi porta gli occhiali

Un filone ormai abbastanza ampio di studi, tuttavia, si sta concentrando anche sulle motivazioni per cui alcune fette di popolazione risulterebbero meno a rischio di contagio da Covid. Ricerche preliminari, in alcuni casi condotte su campioni poco rappresentativi. È il caso di quella pubblicata sulla rivista scientifica Jama in queste ore e condotta dagli esperti cinesi dell’Ospedale Suizhou Zengdu. Lo studio – che ha coinvolto 276 pazienti ricoverati nella provincia di Hubei – ha scoperto che solo il 6% dei partecipanti portava occhiali da vista per più di otto ore al giorno, tutti affetti da miopia o astigmatismo. Abbastanza pochi per convincere gli studiosi che chi indossa gli occhiali da vista potrebbe correre un rischio inferiore di contrarre il Covid-19. «Non abbiamo esaminato il motivo di questo collegamento – ha spiegato l’autore dell’articolo, Xiaolin Wang Wang – ma la nostra ipotesi è che l’uso di occhiali impedisca alle persone di toccarsi gli occhi, il che riduce le possibilità di contagio». Gli occhiali, inoltre, potrebbero anche fungere da barriera parziale o sostenere meglio i lembi della mascherina, riducendo le potenziali vie d’accesso al virus.

Gli allergici

Anche gli allergici sembrerebbero essere più protetti dalle forme più gravi di Covid-19. È quanto emerso da uno studio italiano, stavolta, coordinato da Enrico Scala dell’Istituto dermopatico dell’Immacolata (Idi) di Roma e Riccardo Asero della Clinica San Carlo di Paderno Dugnano (Milano) e condotto su un campione di più di 500 pazienti ricoverati tra marzo e aprile scorso nei principali ospedali del Nord Italia (l’articolo è stato pubblicato su Allergy, la rivista scientifica dell’Accademia europea di allergologia e immunologia). Il lavoro ha dimostrato che, tra questi pazienti, i soggetti allergici sviluppano una forma meno grave di malattia (in 7 casi su 10, per l’esattezza, contro i 3 su 10 di quelli non allergici). Le ragioni in questo caso sono un po’ più complesse: nei casi più gravi l’infezione da Sars-CoV-2 scatena quella che in termini scientifici viene definita “tempesta citochinica Th1”, cui fa seguito una auto-aggressione del sistema immunitario che porta a un distress respiratorio acuto (Ards) e a una insufficienza multiorgano, il cui risultato finale è la morte. Ebbene, i pazienti allergici sono invece geneticamente predisposti a generare una risposta immuno-mediata di tipo differente: Th2. Questa risposta non implica l’espressione delle principali citochine coinvolte nell’Ards.

Il gruppo sanguigno

Ancora: correrebbero meno rischi di contrarre il Covid anche le persone con il gruppo sanguigno 0. È quanto dimostrano i risultati preliminari di uno studio della società di test genetici 23andMe, che ha confermato quanto verificato sul campo anche da molti medici di Wuhan. Ad aprile, i ricercatori hanno iniziato a fare dei test per aiutare gli scienziati a comprendere meglio come la genetica possa influire sullo sviluppo della pandemia: i primi risultati hanno indicato che chi ha sangue di tipo 0 ha tra il 9 e il 18% in meno di probabilità di risultare positivo al Covid-19 rispetto agli altri gruppi sanguigni. Una percentuale che sale tra il 13 e il 26%nel caso dei soggetti più esposti al coronavirus, come gli operatori sanitar

QUARANTENA DI 7 GIORNI IN FRANCIA

Il consiglio scientifico della Francia ha dato il via libera alla riduzione da quattordici a sette giorni della durata dell’isolamento per le persone risultate positive al coronavirus: è quanto annunciato dal ministro della Salute, Olivier Véran. La decisione verrà adottata in modo formale in occasione del «consiglio Difesa di venerdì», il che «ci darà un po’ di tempo per consultare altri esperti sull’attuazione della misura», ha aggiunto il ministro su France Inter.

«Siamo più contagiosi nei primi 5 giorni dopo l’apparizione dei sintomi o che seguono la positività di un tampone. In seguito – ha spiegato Véran – la contagiosità diminuisce in modo molto netto, e dopo una settimana resta ma molto debole». L’accorciamento della quarantena favorirà «una migliore adesione» alla regola – secondo il ministro – poiché oggi «registriamo che gran parte dei francesi non rispetta la quarantena». Il Consiglio di Difesa – composto da un gruppo ristretto di ministri – viene convocato dal presidente Emmanuel Macron all’Eliseo sempre più frequentemente dall’inizio della crisi del Coronavirus.

Da il giornale di brescia

IL VACCINO RUSSO SPUTNIK FUNZIONA SECONDO LANCET

04 settembre 2020

Da rainews

Il vaccino russo Sputnik anti-Covid produce anticorpi. Lo rivela la rivista  Lancet che ha pubblicato i primi dati. Secondo quanto riportato dal gruppo di Denis Logunov, dell’Istituto nazionale di ricerca epidemiologica Gamaleya di Mosca, il vaccino avrebbe prodotto una risposta immunitaria in tutti i 76 volontari, adulti sani tra i 18 e 60 anni, coinvolti nelle fasi 1 e 2 della sperimentazione.   I risultati, riferiti a due studi condotti tra il 18 giugno e 3 agosto, mostrano che il 100% dei partecipanti ha sviluppato anticorpi contro il virus SarsCov2, senza avere gravi effetti collaterali.   A novembre parte la produzione fuori dalla Russia Il vaccino Sputnik V sarà prodotto da novembre anche fuori dai confini russi. Lo ha dichiarato il capo del Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif) Kirill Dmitriyev, durante un incontro con la stampa. Dichiarazione riportata da Interfax.     “Abbiamo accordi con l’India, il Brasile e molti altri Paesi, perché siamo veramente concentrati sulla possibilità di esportare questo vaccino, prodotto al di fuori della Russia, sui mercati esteri già a novembre”. Una produzione ha aggiunto Dmitriyev “grazie alla meravigliosa tecnologia sviluppata dal Gamaleya Institute”.   “Le capacità della Russia di produrre lo Sputnik V sono completamente focalizzate sul mercato russo, pertanto, l’Rdif e gli esperti russi stanno negoziando con diversi Paesi per lanciare la produzione del vaccino all’estero” ha detto Dmitriyev, secondo il quale c’è una grande domanda per il vaccino all’estero. Circa 30-40, ha detto il capo del Fondo russo per gli investimenti, i paesi che sarebbero interessati all’acquisto del vaccino. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Coronavirus-Lancet-il-vaccino-russo-produce-anticorpi-8f77abcb-d7c3-410c-8d7a-ba2d7e310984.html

INAIL: COME GESTIRE UN FOCOLAIO A SCUOLA

Da Inail

Il presente rapporto è destinato alle istituzioni scolastiche e dei servizi educativi dell’infanzia nonché ai Dipartimenti di Prevenzione del Servizio Sanitario Nazionale e a tutti coloro che potrebbero essere coinvolti nella risposta a livello di salute pubblica ai possibili casi e focolai di Covid-19 in ambito scolastico e dei servizi educativi dell’infanzia.

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Fornire un supporto operativo per la gestione dei casi di bambini con segni/sintomi Covid-19 correlati e per la preparazione, il monitoraggio e la risposta a potenziali focolai da Covid-19 collegati all’ambito scolastico e dei servizi educativi dell’infanzia, adottando modalità basate su evidenze e/o buone pratiche di sanità pubblica, razionali, condivise e coerenti sul territorio nazionale, evitando così frammentazione e disomogeneità.
A questo documento saranno correlati elementi/iniziative di tipo informativo/comunicativo/formativo rivolti a vari target e strumenti di indagine volti a fronteggiare la mancanza di evidenze scientifiche e la relativa difficoltà di stimare il reale ruolo che possono avere le attività in presenza nelle scuole nella trasmissione di SARS-CoV-2.

Prodotto: Volume
Edizioni: Inail – 2020
Disponibilità: Consultabile solo in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it