intelligenza artificiale

ESOSCHELETRI ROBOT E SENSORI: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ERGONOMIA

Sono in corso numerose ricerche per monitorare gli aspetti di usabilità (efficacia, efficienza e soddisfazione d’uso) e accettabilità dei nuovi ausili tecnologici. «Esoscheletri, cobote pedane adattative possono rappresentare una risorsa per gestire l’invecchiamento della popolazione lavorativa. Si rende tuttavia necessario un approccio integrato alla valutazione del carico biomeccanico (con l’obiettivo di riduzione dello sforzo muscolare e della fatica) e al possibile impatto psico-sociale di questi ausili. Abbiamo bisogno di ingegneri che, in fase di progettazione sia di linee produttive, sia degli ausili stessi, tengano conto del fattore umano, e non solo degli aspetti meramente tecnici delle nuove tecnologie.

Per questo al Politecnico di Torino, dal 2008, vengono erogati corsi di ergonomia dei sistemi di produzione, con l’obiettivo di sensibilizzare gli studenti alla centralità dello “human centered design” e dell’interazione uomo-macchina. Gli indispensabili requisiti tecnici di sicurezza delle nuove tecnologie non possono prescindere dalle peculiarità fisiche, sensoriali e psicologiche dell’uomo e da aspetti quali l’usabilità e l’accettabilità delle stesse nello svolgimento del proprio lavoro», spiega Maria Pia Cavatorta, professore associato del Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale del Politecnico di Torino, referente per i corsi di ergonomia. A iniziare dal 2017 proprio con un approccio integrato, insieme con l’ergonomo cognitivo Silvia Gilotta, presidente della sezione Piemonte della Società italiana di Ergonomia (SIE), il Politecnico di Torino ha partecipato a una campagna di prove che ha coinvolto una trentina di operatori di Fca, e una decina di suoi team leader. I soggetti volontari hanno provato alcune tipologie di esoscheletri passivi per arti superiori, tra cui l’esoscheletro Mate, progettato e sviluppato da Comau, società del Gruppo automobilistico, rispetto ad attività sottoscocca che richiedono di lavorare a braccia alzate. Dai primi prototipi gli esoscheletri sono stati sottoposti a continue migliorie per renderli sempre più leggeri e per meglio gestire l’attivazione dei meccanismi di supporto e la loro disattivazione, quando le braccia scendono al di sotto delle spalle.

«Si tratta tuttavia di una prima fase nella valutazione dell’applicabilità a un contesto industriale. Occorreranno studi in grado di valutare l’usabilità e l’accettabilità dei lavoratori anche nel lungo termine. L’introduzione in produzione può rilevare ostacoli all’usabilità e all’accettazione del lavoratore, che possono non emergere in un contesto controllato di laboratorio. Risulterà poi necessario – precisa Cavatorta – capire come valutare il carico di lavoro biomeccanico durante attività di lavoro assistite dall’esoscheletro, nonché l’impatto di tali strutture sul lavoro fisico e mentale del lavoratore.»

La mission dell’ergonomia nella fabbrica 4.0 vuole essere quella di favorire la capacità di adattamento, efficienza e sostenibilità, da declinare innanzitutto rispetto alle abilità dell’uomo. «Per questo – raccomanda Cavatorta – nell’introduzione di nuove tecnologie quali esoscheletri o robot collaborativi (cobot) il coinvolgimento attivo e l’approccio partecipativo dei lavoratori risultano essenziali.» E già la ricerca internazionale si interroga su come rendere i cobot  dei “veri” compagni di lavoro (“robot workmates”) e non degli intrusi, come talvolta vengono percepiti, che dettano all’uomo tempi e ritmi, anziché tener conto della variabilità del comportamento umano. A questo scopo è in corso il progetto europeo Andy (Advancing Anticipatory Behaviors in Dyadic Human-Robot Collaboration), con capofila l’Istituto Italiano di Tecnologie(IIT), che attraverso big data, machine learning e AI sta studiando un robot sempre più adattabile alle esigenze del collega uomo, esigenze che via via possono cambiare. Sfruttando delle tutine sensorizzate, infatti, i ricercatori stanno raccogliendo tali quantità di dati sul comportamento umano che l’obiettivo sarà, attraverso il machine learning, che i nuovi robot imparino a rispondere in modo adattivo all’uomo e non solo, come ora, a svolgere i compiti più ripetitivi o pericolosi in un contesto di predeterminata suddivisione dei compiti. «A una recente conferenza mondiale in Australia si è già iniziato a parlare di Industria 5.0, dove i nuovi robot collaborativi possano divenire dei “veri” compagni di lavoro, in grado di avvertire situazioni anomale, anche uno sbadiglio o una distrazione oculare, perché no, e intervenire a supporto, anticipando il rischio di errore nel collega e alleviandogli la fatica», racconta Cavatorta. Che non esclude però il rischio di nuove problematiche etiche, oltre che ergonomiche: l’accettazione o meno di essere continuamente monitorati, in ogni gesto, o piccola distrazione, da una macchina.

Assemblaggio Comau per Fca

«È importante che i lavoratori percepiscano i vantaggi che la tecnologia può offrire per la sicurezza e l’ergonomia della nuova fabbrica. La progettazione di un ambiente di lavoro sicuro, confortevole e produttivo, che garantisca benessere e possibilità di valutazione attenta degli operatori da assegnare alle differenti postazioni di lavoro, deve rappresentare un punto saldo della fabbrica 4.0. È questo l’obiettivo del progetto regionale Humans, a cui ha partecipato il Politecnico insieme all’Università di Torino, Fca e Comau, in cui si lavora a una fabbrica a misura d’uomo, non soltanto nel rispetto delle caratteristiche medie della popolazione lavorativa, ma del singolo lavoratore. È il caso ad esempio delle pedane adattative che grazie al riconoscimento delle caratteristiche antropometriche di ciascun operatore, attraverso il suo badge, possono adattare l’altimetria della postazione di lavoro al singolo lavoratore, come già avviene su alcune linee nello stabilimento Fca di Cassino», prosegue Cavatorta. Sembra tutto molto avveniristico e invece è già realtà. Le normative sono ancora indietro rispetto a queste innovazioni in fabbrica, che pongono molte domande, per esempio se considerare gli esoscheletri strumenti di supporto facoltativo o presidi obbligatori per la sicurezza. Intanto, nel 2017 Iso ha lanciato una Call4experts per stilare delle linee guida sulle tecnologie 4.0 in fabbrica da un punto di vista ergonomico.

 

Neuroergonomia e lavoro digitale

Nicola De Pisapia, ricercatore dell’Università degli Studi di Trento

Non solo la normativa, ma anche la ricerca scientifica fa fatica a star dietro alla velocissima innovazione tecnologica che apre nuovi fronti anche alla valutazione ergonomica stessa. «L’evoluzione tecnologica è molto veloce rispetto ai tempi più lenti della ricerca scientifica, ma non mancano gli strumenti come questionari validati e sensori per la neuro e psicofisiologia per misurare e valutare l’impatto che queste tecnologie pervasive stanno avendo sulla nostra mente e sul nostro cervello», racconta Nicola De Pisapia, ricercatore dell’Università degli Studi di Trento, che ha un corso di laurea triennale e una specialistica di Interfacce e Tecnologie della Comunicazione al dipartimento Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento – «Per ora vedo le aziende più interessate ad applicare lo studio neuropsicologico (degli effetti di comportamenti e azioni del lavoro sul sistema cerebrale) al marketing, a prodotti da vendere e alle app digitali, che non alle nuove condizioni di lavoro in cui siamo immersi. Penso per esempio ai possibili effetti sull’attenzione dell’eccesso di informazioni, o alla perdita della propria scrivania o all’essere sempre connessi e reperibili, come nella modalità di lavoro smart. E ancora, quali saranno gli effetti sulle funzioni neuropsicologiche di attività in cui siamo sostituiti da app, da bracci robotici, da realtà virtuale o aumentata?

Alcuni studi, per esempio, hanno già dimostrato come l’uso costante di navigatori Gps per orientarsi riduca l’efficienza dell’area del cervello chiamata ippocampo, preposta all’orientamento spaziale. Quella parte si atrofizza, come un muscolo che non venga più usato.»  Come useremo dunque il tempo, lo spazio liberato per fare altro, per quelle attività a valore aggiunto auspicate e promesse dalle organizzazioni? «È sempre questione di che uso fare delle tecnologie che oggi abbiamo a disposizione e avere consapevolezza che possono agire in modo “invisibile” sul nostro cervello» – raccomanda Michela Balconi, professore di Psicofisiologia e Neuroscienze cognitive all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – «Come nel marketing c’è un modo “invisibile” di creare attenzione, agganciare e indurre all’acquisto, così nell’utilizzo di software e macchine intelligentiche possono lavorare al nostro posto e alleviarci la fatica, istruendoci passo dopo passo, ovviamente allo scopo di rendere più efficace ed efficiente la prestazione, bisogna chiedersi che parte resti all’uomo a valore aggiunto, se non è previsto o se non è pianificato nell’organizzazione. Queste sono domande a cui dovremo darci sempre più delle risposte, con l’avanzare di queste tecnologie a supporto dei lavori tradizionali. Nelle fabbriche cinesi misurano già il calo di attenzione e produttività dell’operaio, che viene prontamente sollecitato a ristabilire il ritmo richiesto. Bisogna però capire quale livello di performance venga imposto e se non sia incompatibile con l’equilibrio psico-fisico del lavoratore. Anche noi stiamo misurando il livello di attenzione del cervello in determinate condizioni di stress, ma con la finalità di prenderne consapevolezza per disperdere meno energie, per avere una concentrazione più alta con un senso di benessere e di autocontrollo maggiore e ridurre, per esempio, gli incidenti in automobile. Come sempre, dipende dall’uso che si fa degli strumenti a disposizione.» Negli ultimi tre anni Balconi, che è responsabile dell’Unità di Ricerca in Neuroscienze Sociali e delle Emozioni del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano ha svolto una ricerca, presentata a ottobre, che ha misurato il livello di stress e di attenzione del cervello di alcuni cluster di soggetti, attraverso l’uso di smart glasses. Si tratta degli occhiali “Lowdown Focus”, sviluppati e distribuiti da Safilo, che registrano l’attività elettrica del cervello e forniscono istruzioni su come abbassare il livello di stress con effetti migliorativi sulla performance (meno incidenti stradali, meno frenate brusche e comportamenti impulsivi in auto, per esempio, per il cluster dei driver). Il primo gruppo pilota sono stati studenti universitari presso il laboratorio interno dell’ateneo milanese per validare il metodo. Quindi il dispositivo, che inizialmente era un cerchietto (“headband”) sviluppato da una società di ricerca canadese, trasformato da Safilo in occhiali dal design sportivo per offrire un maggior comfort e una maggiore vestibilità, è stato applicato a manager di Atm, di Microsoft e della società di consulenza Prospecta. Quindi il terzo e ultimo gruppo, su richiesta di Cattolica Assicurazioni con il progetto “Drivefit”, è stato quello di una sessantina di driver impegnati al volante in città caotiche del Nord Italia. L’esperimento è durato 7 giorni su 7, dai 10 ai 20 minuti per volta, per quattro settimane di fila. In tutti i casi l’occhiale, dotato di elettrodi sulle stanghette e i naselli che permettono di rilevare l’elettroencefalogramma, fornisce un feedback immediato tramite un’applicazione per smartphone. Il soggetto viene così informato quando il suo stato di attività cerebrale supera certi livelli di stress. Il feedback avviene attraverso segnali acustici, come il canto di uccellini e il rumore di un’onda del mare, che aumentano di intensità e velocità fino al frastuono, quando il livello di stress supera i parametri normali. «Questo dispositivo ha anche una funzione di training, perché prima con i segnali acustici, poi con un riepilogo della propria performance sullo smartphone, vengono suggeriti comportamenti diversi e vengono dati rinforzi positivi.

Gli effetti positivi sono durati nel tempo, come hanno dimostrato follow-up successivi, a dimostrazione del fatto che il cervello, essendo plastico, può acquisire nuovi comportamenti e nuove abitudini anche in condizioni di pressione», commenta Balconi. Di fatto vengono misurate le funzioni attentive, i meccanismi di controllo attivi e inibitori e le funzioni esecutive, cioè la memoria a breve termine (la working memory) e il loro impatto sulla performance a seconda del livello di stress. Di conseguenza, l’aspetto interessante di questo dispositivo è che, collegato a un software e a un device mobile, si potrebbe estendere ad altre popolazioni aziendali per misurare per esempio l’ergonomia cognitivadell’utilizzo delle tecnologie nel mondo del lavoro, in ufficio e in fabbrica, e anche l’impatto neurofisiologico degli ausili tecnologici impiegati per migliorare l’ergonomia stessa.

Di fatto l’ergonomia si sta sempre più spostando da scienza del lavoro a scienza dell’uomo e degli “Human factors”, anche perché il confine tra vita professionale e vita privata è sempre più permeabile, complici le nuove tecnologie digitali e il nuovo modo di lavorare. «Oltre a dover riprogettare il lavoro che sta già cambiando e cambierà sempre di più con la sempre maggiore presenza di robotica e AI, e con il lavoro il sistema formativo, dobbiamo fare i conti con un mondo dove il profitto dipenderà sempre più da una risorsa nuova, l’informazione che noi stessi produciamo e che viene raccolta attraverso la sorveglianza continua del nostro comportamento e il monitoraggio del nostro corpo ed elaborata in modo non trasparente da parte di chi sa su di noi cose che neppure sappiamo e che permette di prevedere i nostri comportamenti», avverte provocatoriamente Sebastiano Bagnara, uno dei padri dell’economia cognitiva in Italia, già segretario generale della International Ergonomics Association e presidente di BSDesign.

Da industria italiana.it articolo di Gaia Fiertler

OFFICINA INAIL VIRTUALE 3D

Presentata in anteprima a Milano all’ultima edizione di Eicma, il salone del motociclo, l’applicazione può essere di aiuto per titolari e lavoratori di officine meccaniche a riprodurre situazioni potenzialmente pericolose con l’indicazione dei comportamenti corretti per evitare incidenti

Una “officina virtuale” per ridurre gli infortuni nella riparazione dei mezzi a motore

MILANO – La sicurezza sul lavoro 4.0 viaggia oggi anche sui nuovi vettori della realtà virtuale, utilizzando la tecnologia per veicolare in maniera facile la conoscenza delle corrette pratiche di prevenzione degli infortuni. È il caso di “Officina virtuale”, illustrata in anteprima a Milano nell’ambito della partecipazione dell’Inail alla recente edizione di Eicma, il salone internazionale del ciclo e del motociclo.

Che cos’è e a chi si rivolge. Si tratta di un applicativo progettato dalla Consulenza per l’innovazione tecnologica e dalla Direzione per l’organizzazione digitale Inail che ricrea una vera e propria officina meccanica per motoveicoli attraverso simulazioni, strutture e modelli 3D molto analitici. Indirizzato specificamente a titolari d’impresa e ai loro addetti, ma anche a formatori per la prevenzione e addestratori meccanici, questa soluzione consente di visualizzare in un ambiente virtuale situazioni potenziali fonti di rischio e di simulare i comportamenti sicuri da tenere, contribuendo a superare errori di intervento e di conseguenza ad abbassare il tasso di incidenti sul lavoro. Nel 2018 Inail ha accertato oltre 4.500 infortuni verificatisi durante la manutenzione e riparazione di autoveicoli e motocicli, cinque dei quali mortali

Come funziona. Attraverso un paio di “occhiali intelligenti”, l’addetto può calarsi in modo completo in una situazione frequente in una giornata lavorativa in officina, come ad esempio il cambio dell’olio. Tramite un’interfaccia molto intuitiva e di facile utilizzo, l’operatore viene accompagnato a compiere i gesti da compiere sequenzialmente, che nell’esempio possono essere: indossare i guanti di lavoro, fissare il motociclo alla pedana, collocare in modo corretto la vaschetta per il cambio dell’olio esausto.

Informazione e formazione sulla normativa antinfortunistica.Durante le diverse fasi dell’operazione in realtà virtuale vengono spiegate anche le modalità corrette di svolgimento dell’intervento unite all’illustrazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori negli ambienti in cui operano. L’approccio formativo di “Officina virtuale” è garantito da una stretta connessione a modalità reali di lavoro che l’addetto mette in pratica ogni giorno. Con l’uso di schede tecniche, strumenti in 3D, lavagne e altri contenuti multimediali, il lavoratore può incrementare il suo addestramento e apprendere in modo più rapido e veloce. Attraverso la descrizione virtuale di ogni singolo passaggio, inoltre, l’utente viene anche sensibilizzato all’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale, quali ad esempio guanti isolanti o calzature antiscivolo.

da Inail.it

FORMAZIONE MULTISENSORIALE BATTE LA FORMAZIONE AUDIOVISIVA NELLA SICUREZZA SUL LAVORO

Una nuova ricerca ha dimostrato che la REALTÀ VIRTUALE può fornire preziose informazioni sul comportamento dei lavoratori durante le evacuazioni di emergenza e può migliorare la consapevolezza della sicurezza.

I ricercatori dell’Università di Nottingham, finanziati dall’Institute of Occupational Safety and Health (IOSH), hanno sviluppato un ambiente virtuale multisensoriale (MS VE) per vedere come i lavoratori rispondono in caso di evacuazione e se gli stimoli sensoriali, come l’olfatto e il tatto, possono aiutare migliorare i risultati sulla sicurezza.

Nello studio sono stati sviluppati due scenari: un incendio con evacuazione del personale dall ‘edificio  e una emergenza meccanica con necessità di smontaggio del motore per la perdita di fluidi . Per i partecipanti che utilizzavano il software era prevista la vicinanza a un fuoco virtuale. I corsisti sentivano il calore di tre riscaldatori da 2 kW e percepivano l’odore del fumo  prodotto da uno specifico diffusore di profumo.


La ricerca mostra che i lavoratori si sono sentiti più immersi nell’ambiente virtuale multisensoriale rispetto a quelli in un ambiente virtuale audiovisivo comparabile.
Le precedenti ricerche sul comportamento umano in reali incendi hanno dimostrato che là dove manca la consapevolezza di come si diffonde e si muove il fuoco spesso le reazioni di emergenza sono inappropriate.
La nuova ricerca suggerisce che gli ambienti virtuali multisensoriali possono fornire preziose informazioni su come agiscono i lavoratori durante le evacuazioni di emergenza e far emergere   eventuali criticità
La Dott.ssa Glyn Lawson della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Nottingham ha dichiarato: “La formazione in materia di salute e sicurezza può non riuscire a motivare e coinvolgere i dipendenti e può non avere rilevanza per i contesti della vita reale.

Questa ricerca suggerisce che gli ambienti virtuali possano aumentare il coinvolgimento e la volontà dei tirocinanti a partecipare a ulteriori corsi di formazione.

La tecnologia è in costante progresso e in molti casi sta diventando più conveniente.

Migliorando le strategie di formazione con l’uso della tecnologia e delle esperienze sensoriali simulate, ci stiamo dirigendo in una direzione in cui il lavoratore  non solo godrà di un corso di formazione più coinvolgente e interessante ma parteciperà a un’esperienza di apprendimento efficace, quindi sarà meglio preparato e attrezzato per rimanere al sicuro, in salute e al lavoro. ”
Il simulatore multisensoriale ha un costo di  2.765 sterline circa 3200 euro , rendendolo un’opzione conveniente per le aziende.


La ricerca suggerisce che la formazione VE potrebbe offrire una serie di vantaggi per le imprese, tra cui un aumento dell’impegno e degli atteggiamenti nei confronti della formazione sulla SSL e una più profonda memoria dell ‘apprendimento .
Nel corso del progetto, il prototipo VR è stato perfezionato per ottimizzare la praticità e l’uso nei contesti di formazione sul luogo di lavoro.
I ricercatori si sono interfacciati con la direzione di Jaguar Land Rover e Rolls Royce, oltre a un incontro con i consulenti per la salute e la sicurezza dell’Università di Nottingham, per comprendere meglio come la formazione può essere implementata nel settore e cercare competenze in materia di sicurezza antincendio e manipolazione sicura di sostanze chimiche pericolose.
Peter Caines, consulente per la salute, la sicurezza e l’ambiente di Rolls-Royce, ha dichiarato: “È risaputo che spesso è difficile creare formazione coinvolgente e significativa in termini di salute, sicurezza e ambiente. La formazione tradizionale in aula è a una svolta storica . La tecnologia supportata dalla ricerca sta iniziando a fornire nuovi strumenti come la realtà virtuale, il che significa formazione  più coinvolgente, efficace e soddisfacente.

“Ciò che questa ricerca dimostra è che con l’aggiunta di ulteriori input sensoriali, come il calore e l’olfatto nell’ambiente virtuale, il training diventa un’esperienza completamente immersiva e passa da un’esperienza di gioco per computer a una simulazione efficace.

Da hsmearch.com
Tradotto liberamente da Alessandro Guerri medico del lavoro

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DISPOSITIVI DIGITALI E WEARABLE IL FUTURO SUL LUOGO DI LAVORO

I visori per la realtà virtuale potrebbero migliorare i servizi IT offerti ai dipendenti che lavorano da remoto? E se questi ultimi potessero addirittura muoversi come se fossero in ufficio sfruttando la realtà aumentata? In che modo l’IT potrebbe offrire esperienze mobili personalizzate utilizzando i dati ricavati dagli smartwatch o dagli assistenti virtuali in-ear?

Le tecnologie wearable, da smartwatch e occhiali intelligenti, a cuffie e auricolari smart, potrebbero ridisegnare lo scenario futuro del lavoro. Man mano che la loro adozione cresce e la tecnologia matura, i responsabili IT valutano il modo in cui i dispositivi wearable possono trasformare l’esperienza dei dipendenti.

I vantaggi sul lavoro. Uno dei principali vantaggi dei dispositivi wearable è l’aumento della produttività. Inizialmente adottati per il fitness, per il monitoraggio dello stato di salute e in ambito entertainment, oggi i wearable sono sempre più interessanti in ambito lavorativo sia per i dipendenti sia per i datori di lavoro, perché possiedono una serie di innegabili vantaggi:
– Connessione costante: molti dipendenti utilizzano gli smartwatch personali per ricevere e-mail e notifiche di riunioni ovunque si trovino. Questo consente loro di rimanere sempre aggiornati e poter dare priorità alle diverse attività anche quando non sono alla propria scrivania.
– Accesso facilitato: smartwatch e altri wearable possono fornire agli utenti un accesso immediato e senza password alle risorse di lavoro.

La natura “always-on” dei dispositivi indossabili li rende paragonabili a una chiave personale in grado di sbloccare qualsiasi cosa, dalle stampanti ai laptop. Se un dipendente ad esempio scordasse il pass di sicurezza per entrare in ufficio, potrebbe superare i controlli grazie al proprio smartwatch, autenticandosi essenzialmente come con un badge elettronico.
– Training rapido: i display per la realtà aumentata (AR) permettono di sovrapporre immagini con diagrammi, funzioni e altre istruzioni digitali agli oggetti del mondo reale in modo che i dipendenti possano imparare in modo efficiente anche attività complesse. Presto i dipendenti potranno servirsi di auricolari integrati con la realtà aumentata per gestire nuove apparecchiature o condividere presentazioni 3D con i propri colleghi di lavoro.
Questi sono solo alcuni esempi semplici di wearable utilizzati dai lavoratori più smart. Tuttavia, le aziende più avanzate tecnologicamente stanno già riprogrammando i flussi di lavoro con i wearable su scala molto più ampia per ricavarne un vantaggio competitivo.

Un ecosistema in evoluzione.L’introduzione e il progresso della tecnologia in questo ambito rendono il futuro dei wearable sul posto di lavoro ancora più promettente. Il valore di questi dispositivi è strettamente legato ai dati che trasmettono e ricevono, e le tecnologie emergenti aumenteranno la quantità, la qualità e il valore di questi dati. Ad esempio, l’edge computing potrebbe consentire che i dati raccolti dai wearable siano elaborati direttamente sui dispositivi.

Le reti 5G potrebbero trasferire rapidamente quantità enormi di questi dati sul cloud, dove le applicazioni di machine learning potrebbero restituire insight intelligenti o intraprendere automaticamente azioni guidate dai dati. Queste innovazioni miglioreranno notevolmente le prestazioni e l’utilità dei dispositivi e delle applicazioni indossabili sul posto di lavoro.

L’adozione è in crescita. Durante l’ultimo decennio, le aspettative degli appassionati di tecnologia sul fatto che i wearable diventassero una significativa innovazione sul posto di lavoro sono sempre state alte. Gli smart glass, inizialmente, non hanno avuto un grande successo e sono rimasti in gran parte inutilizzati in molti settori. Con il passare del tempo, sono invece state fatte interessanti sperimentazioni per l’utilizzo in ambito ingegneristico e sanitario.

Non si tratta semplicemente di una moda. La spesa per i wearable aziendali potrebbe superare i 50 miliardi di euro entro il 2022. Circa un terzo degli acquisti totali stimati nel 2019 (225,12 milioni di unità) saranno smartwatch (74,09 milioni di unità). Inoltre, entro il 2022 i dispositivi auricolari rappresenteranno oltre il 30% di tutti i wearable spediti, poiché le loro capacità si espandono oltre la comunicazione e l’intrattenimento.

La mobilità si trasforma. Alcune università stanno iniziando a esplorare l’utilizzo dei wearable per migliorare le esperienze di studenti e dipendenti. Robert Irving, direttore IT dell’Università di Sharjah, ad esempio, è entusiasta di come il suo Istituto possa integrare la tecnologia wearable nei propri sistemi di gestione. Questo apre nuovi scenari: ricordare agli studenti le scadenze dei compiti o comunicare loro dove si terrà la prossima lezione. Irving sottolinea anche la capacità di raccolta dei dati dei dispositivi sulla salute e la forma fisica, e come questo possa essere utile per aiutare ciascuno degli studenti a individuare il proprio momento ottimale per lo studio.

Il posto di lavoro del futuro integrerà esseri umani e macchine: gli oggetti intelligenti (stampanti intelligenti e smart TV), gli oggetti autonomi (robot e veicoli autonomi), i sensori basati sulla prossimità, gli assistenti virtuali e tante altre tecnologie lavoreranno di concerto per aumentare e migliorare l’esperienza dei dipendenti.

Con il collegamento da parte dell’IT dei wearable dei dipendenti a questi workspace connessi, emergeranno nuove applicazioni e flussi di lavoro perfezionati. Naturalmente, tutte queste informazioni (dati aziendali sugli smartwatch, comunicazioni confidenziali sui wearable, proprietà intellettuale sul display degli smart glass) devono essere gestite e protette. Ormai in fase matura, la tecnologia di digital workspace consente all’IT aziendale di garantire l’accesso alle risorse di lavoro attraverso queste nuove modalità e diversi sistemi operativi. Qualsiasi dispositivo utilizzato dai dipendenti per accedere ad app e dati aziendali deve essere protetto per prevenire perdite di dati o attacchi informatici e la tecnologia wearable dovrebbe essere gestita e messa in sicurezza al pari dei telefoni cellulari e dei desktop.

da kongnews.it

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L ‘INAIL PUNTA ALLA REALTÀ AUMENTATA

Da”quotidianosanità.it”

28 agosto – L’Istituto ha avviato na intensa attività di ricerca, riconducibile alla progettazione e realizzazione prototipale di dispositivi di nuova generazione per la prevenzione del rischio individuale, collettivo e ambientale. L’obiettivo è valutare la fruibilità delle innovazioni per il controllo del pericolo di incidenti ed infortuni sia “tradizionali”, che “emergenti”.

Digitalizzazione dei processi di produzione, imprese sempre più connesse, nuove tecnologie per abbattere i costi e incrementare efficienza e produttività: tra gli scenari aperti dall’industria 4.0, la nuova sfida dell’INAIL è coniugare innovazione tecnologica e sicurezza del lavoro adottando gli strumenti più evoluti per migliorare la tutela della salute dei lavoratori che quotidianamente interagiscono con le macchine negli impianti industriali, attraverso la realtà aumentata (AR), virtuale (VR) e immersiva (IV). Ecco il motivo per cui è in corso una intensa attività di ricerca, recentemente avviata da Inail, riconducibile alla progettazione e realizzazione prototipale di dispositivi di nuova generazione per la prevenzione del rischio individuale, collettivo e ambientale. “In modo – ha spiegato con soddisfazione Giuseppe Lucibello, Direttore Generale dell’Istituto – da valutare la fruibilità proprio delle innovazioni al controllo del pericolo di incidenti ed infortuni sia ‘tradizionali’, che ‘emergenti”’introdotti dal cambiamento”.

“Le attività di ricerca – precisa Lucibello – analizzeranno i vantaggi e le possibili criticità che devono essere considerate dall’implementazione di sistemi che”, ha illustrato:

possono supportare in tempo reale gli operatori durante lo svolgimento delle attività lavorative sia ordinarie che a carattere manutentivo, rilevando potenziali rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori legati alla presenza di campi fisici e di contaminazione ambientale non compatibili o alle errate o pericolose posizioni reciproche tra lavoratori ed attrezzature di lavoro”;

–    “sostituire l’uomo, dove possibile in attività ad alto rischio”;

–    “promuovere una formazione più “realistica” sia nella sua erogazione che negli esiti di valutazione della adeguatezza per particolari categorie di lavoratori”.

Augmented reality in construction

“Le linee di indirizzo – prosegue il direttore generale – intendono utilizzare gli stessi strumenti innovativi e abilitanti dell’Industria 4.0 per attualizzare le modalità di gestione della sicurezza dei lavoratori nei loro ambienti di lavoro secondo logiche dinamiche, integrate, e in piena coerenza con l’approccio di sistematico improvement dei sistemi produttivi. Simmetricamente, si vuole indagare sui rischi emergenti dovuti ad interferenze sia di carattere endogeno (fisiologici rispetto ai mutamenti tecnologici), che esogeno (determinati dalla imprevedibilità del contesto)”.

Grazie a queste tecnologie avanzate, per altro, è possibile emulare ambienti di lavoro virtuali, in particolare quelli più ostili o particolarmente complessi, dei quali sono noti i rischi per i lavoratori, che spesso determinano motivo ricorrente d’infortunio.

I corsi, riprogrammati attraverso l’utilizzo di tali tecnologie, sono attualizzati proponendo situazioni “reali” che consentono la pratica delle procedure a fini addestrativi del lavoratore, con particolare riguardo a due categorie problematiche: i giovani e gli anziani. I primi hanno di frequente forme contrattuali temporanee (tra loro gli stagionali) e spesso minore esperienza, tendono a sopravvalutare le capacità fisiche o a sottovalutare i rischi per la sicurezza e la salute associati ai loro compiti. I secondi soffrono della diminuzione delle capacità cognitive e fisiche (tra cui aerobiche, tolleranza al calore, forza, tempi di reazione, capacità visiva ed uditiva) a cui si sovrappongono i fattori ambientali determinati dalle più o meno severe condizioni quali rumore, illuminazione, temperature, ecc.. In entrambi i casi, la formazione erogata attraverso sistemi di realtà immersiva permette la valutazione dell’adeguatezza di tali lavoratori ai compiti ai quali sarebbero poi indirizzati.

Si vogliono, inoltre, investigare i diversi ambiti delle attività produttive e delle professioni per i quali gli strumenti di Vr, Ar e Ir, costituiscono un importante valore aggiunto per la salvaguardia della salute e la tutela della sicurezza dei lavoratori. Lo sviluppo di piattaforme dedicate, in relazione alla loro finalità, esige studi orientati a scenari di lavoro diversificati, dall’industria manifatturiera e di processo a quella dei servizi, per i quali gli investimenti per la loro implementazione siano ampiamente giustificati. È altresì importante approfondire, in maniera organica e strutturata, le caratteristiche funzionali e di compatibilità di tali sistemi per ottimizzarne l’efficacia e la susseguente fruizione da parte di piccole e medie imprese, ad oggi ancora escluse.

L’istituto ha quindi individuato, e sono di seguito elencate, alcune direttrici di ricerca rispetto alle quali avremo soluzioni concrete in un arco temporale medio-breve:

–  sviluppo di normativa dedicata, vista l’assenza di uno specifico quadro di riferimento, all’uso in sicurezza dei dispositivi (Ar, Vr e Ir) e loro regolamentazione applicativa alla luce di un mercato in crescita e in continua evoluzione.

–  sviluppo di piattaforme educazionali per l’apprendimento delle procedure di lavoro in sicurezza, utilizzabili durante l’addestramento delle diverse figure professionali a vario titolo coinvolte (manutentori, operatori, verificatori, ed altri), per simulare situazioni di pericolo con possibilità di fallimento senza rischio. Esse possono anche costituire una modalità mirata ed innovativa di formazione per le categorie di lavoratori vulnerabili.

–  supporto operativo da remoto per attività di manutenzione, controllo/sorveglianza e verifica di attrezzature di lavoro e impianti con relativo sviluppo di piattaforme tecniche e gestionali.

–  monitoraggio e rappresentazione grafica innovativa dei potenziali rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori legati alla presenza di campi fisici e di contaminazione ambientale non compatibili (elettromagnetico, ionizzante e non ionizzante, rumore e vibrazioni, termico, chimico, ecc.): studio e realizzazione di dispositivi Ar e Vr che, tramite l’ausilio di sensori indossabili e/o di “remote sensing”, permettano la visualizzazione delle misure effettuate con grafiche evolute di facile e immediata interpretazione. Non ultimo, la possibilità di combinare molteplici informazioni sui potenziali rischi per lo specifico ambiente di lavoro.” Per l’Inail il futuro è già presente.

Domenico Della Porta
Docente Medicina del Lavoro Facoltà di Giurisprudenza Uninettuno – Roma

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LA REALTA ‘ AUMENTATA AL LAVORO

Cinque dispositivi progettati per le aziende

La realtà aumentata si sta facendo strada nelle aziende come strumento di collaborazione e produttività. Ecco i migliori dispositivi AR per uso aziendale

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La realtà aumentata (AR) sta entrando nelle aziende come strumento di collaborazione e produttività. Alcune imprese la usano per la formazione dei dipendenti, altre per offrire assistenza remota ai tecnici sul campo. Ci sono chirurghi che usano dispositivi AR in sala operatoria.

I primi sistemi AR risalgono agli anni ’60 e oggi vengono utilizzati principalmente per sovrapporre oggetti virtuali e informazioni su ambienti fisici, utilizzando uno schermo incorporato in occhiali intelligenti o la fotocamera di smartphone e tablet (come nell’applicazione Pokemon Go).

Con l’evoluzione dell’AR, l’interesse delle imprese è cresciuto, una tendenza che dovrebbe continuare nei prossimi anni. La spesa globale combinata in realtà aumentata e realtà virtuale (VR) ha raggiunto 16,8 miliardi di dollari quest’anno, secondo un recente report di IDC, e la società di ricerca prevede che arriverà a 160 miliardi di dollari nel 2023. Si tratta di più del doppio delle stime di Markets and Markets che, pur prevedendo una crescita, prevede una spesa nel settore AR di 61,4 miliardi di dollari nel 2023.

Le imprese rappresenteranno una voce importante nel volume d’affari, secondo IDC. La domanda proveniente sia dai lavoratori in prima linea, che hanno bisogno di dispositivi informatici e mani libere, sia da chi lavora in ufficio, dove l’AR è vista come un vantaggio per la collaborazione dei dipendenti.

La realtà aumentata sta guadagnando quota nel mercato business grazie alla sua capacità di facilitare le attività, fornire accesso alle risorse e risolvere problemi complessi”, ha dichiarato Marcus Torchia, direttore di ricerca presso IDC. “Settori come la produzione, i servizi di pubblica utilità, le telecomunicazioni e la logistica stanno adottando in misura crescente l’AR per svolgere compiti di assemblaggio, manutenzione e riparazione”.

C’è un interesse crescente da parte delle grandi aziende e aumentano i progetti pilota con soluzioni di realtà aumentata e mista”, ha sottolineato Mark Sage, responsabile di Augmented Reality for Enterprise Alliance (AREA) . “L’offerta di hardware AR continuerà a migliorare ed evolvere, con design più confortevoli e prestazioni migliori, il che porterà a un’ulteriore adozione”.

Ecco una panoramica sui cinque sistemi AR già disponibili per le imprese.

Google Glass Enterprise Edition

I primi smartglass di Google sono arrivati nel 2013, e hanno segnato una pietra miliare nei dispositivi AR. Il dispositivo presenta un touchpad per la navigazione sul lato della montatura degli occhiali, una fotocamera e un display per informazioni che mostrano video, e-mail e altre notifiche.

Glass Enterprise Edition 2

Nonostante il clamore, i Google Glass sono stati considerati un flop, perché non hanno raggiunto una diffusione su larga scala. Ciò non vuol dire che la tecnologia non abbia mostrato risultati promettenti: Google ha successivamente ridimensionato le sue ambizioni e ha sviluppato i Glass esclusivamente per uso aziendale, lanciando nel 2017 l’Enterprise Edition nell’ambito della sua misteriosa divisione “X”.

L’idea è che gli smartglass siano più adatti ai lavoratori che hanno bisogno di computer e di avere le mani libere, come per esempio nella produzione e nella logistica.

Lo scorso mese è stata presentata una nuova Google Glass Enterprise Edition e la società ha annunciato che sta riportando lo sviluppo all’interno delle sue attività principali – un segnale, forse, delle intenzioni di Google riguardo alla tecnologia.

L’ultima versione di Glass utilizza il nuovo chip Qualcomm Snapdragon XR1, che supporta algoritmi di machine learning sul dispositivo e offre prestazioni migliorate di computer vision. Ci sono anche miglioramenti alla durata della batteria e una connessione USB-C per una ricarica rapida.

I Google Glass sono uno dei dispositivi AR più leggeri destinati agli utenti aziendali, sebbene le loro funzionalità siano più limitate rispetto ad altri dispositivi disponibili sul mercato. Tuttavia supportano una serie di funzioni, tra cui l’accesso a video per la formazione e immagini con annotate con istruzioni, e facilitano la collaborazione. Gli operatori in prima linea possono collegarsi con esperti remoti, per esempio, grazie allo streaming video in diretta dalla videocamera degli occhiali.

I dispositivi e il software associato costano 999 dollari e vengono venduti tramite i partner; i prezzi variano a seconda delle esigenze di personalizzazione e supporto.

Microsoft HoloLens 2

HoloLens, il dispositivo per realtà mista di Microsoft, è stato progettato fin dall’inizio per uso aziendale. Gli utenti possono interagire con oggetti proiettati sulla visiera colorata utilizzando una varietà di input, come comandi vocali, eye-tracking e gesti delle mani.

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All’inizio di quest’anno, al Mobile World Congress, Microsoft ha annunciato una nuova versione degli HoloLens, più sottile e più potente della precedente, che gira sul processore Snapdragon 850 di Qualcomm. È anche più comoda da indossare per periodi prolungati, grazie ad un design più ergonomico e al telaio in fibra di carbonio.

Sebbene ci siano miglioramenti rispetto alla prima iterazione, HoloLens 2 non è privo di limiti. Nella sua recensione del dispositivo per Computerworld, l’analista Rob Enderle ha notato che l’occlusione – la capacità di nascondere oggetti virtuali dietro cose reali – richiede ancora miglioramenti.

HoloLens 2 supporterà una varietà di app Microsoft. L’elenco include il suo software aziendale Dynamics 365Guides, che offre formazione step by step, e Layout, uno strumento di progettazione 3D.

Microsoft sembra aver avuto il maggior successo in termini di adozione. Recentemente ha sconfitto la rivale Magic Leap stipulando un contratto da 480 milioni di dollari con l’Esercito americano, che potrebbe significare la distribuzione di 100.000 HoloLens 2 adattati per l’addestramento e il combattimento delle truppe.

Microsoft non ha ancora annunciato una data definitiva per il rilascio di HoloLens 2, anche se dovrebbe essere disponibile entro la fine dell’anno. Il dispositivo sarà meno costoso del suo predecessore, ma non è esattamente economico: l’ultima versione avrà un costo di 3.500 dollari al momento del lancio.

L’HoloLens originale- venduto inizialmente al prezzo di 5.000 dollari – ora costa 3.000 dollari, anche se nello store online di Microsoft è esaurito.

Lenovo ThinkReality A6

Il dispositivo AR di Lenovo prende spunto dal design di HoloLens, con una visiera mobile che sovrappone grafica 3D in ambienti reali.

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Poiché il peso può essere un inconveniente per i dispositivi AR e VR, il ThinkReality A6 è stato progettato per essere più leggero di altre opzioni. Le batterie rimovibili da 6,800 mAh possono essere sostituite per mantenere il dispositivo in azione per periodi di tempo prolungati; ogni batteria dura circa quattro ore.

Il ThinkReality A6 non è la prima incursione di Lenovo nel mondo VR. L’anno scorso, infatti, ha lanciato un dispositivo per Windows a realtà mista e il sistema standalone Mirage Solo. Tuttavia il ThinkReality A6 è il primo dispositivo Lenovo progettato specificamente per uso aziendale.

Come HoloLens 2, il dispositivo Lenovo supporta una serie di comandi di input, tra cui gesti delle mani, voce e eye-tracking. Utilizza un chip Qualcomm Snapdragon 845, che ha una velocità di clock leggermente inferiore rispetto al chip del dispositivo Microsoft.

Lenovo ha annunciato anche una piattaforma software indipendente dal dispositivo che supporta app AR e VR su una varietà di sistemi operativi. Per ora i prezzi non sono noti.

Vuzix M300 e M400

Fondata nel 1997, Vuzix ha una lunga storia nella creazione di dispositivi VR e AR per uso professionale.

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La sua gamma principale di occhiali intelligenti segue lo stesso percorso dei Google Glass, con hardware di calcolo, microfono, fotocamera e display integrati nella montatura. Il Vuzix M300 è arrivato nel 2017 ed è progettato per uso aziendale, come la maggior parte dei suoi smartglass. La società vende una gamma di accessori per l’M300, tra cui un kit in vetro di sicurezza, un supporto per il capo e una batteria esterna per un uso prolungato. Nel 2018 è stato lanciato l’M300XL, con fotocamera da 16MP migliorata, maggiore durata della batteria e migliore stabilizzazione ottica.

E’ già in arrivo la prossima iterazione, l’M400. Come l’ultimo Google Glass, l’M400 utilizzerà Snapdragon XR1 di Qualcomm, il primo chip progettato per applicazioni VR e AR. Il nuovo dispositivo, annunciato al MWC, sarà anche sostanzialmente più leggero e più potente del suo predecessore.

L’M300 è ora esaurito sul sito web di Vuzix, anche se la versione XL è ancora disponibile. L’M400 costerà 1.799 dollari, nell’ambito del programma di early adopter.

Leap One di Magic Leap

Negli ultimi due anni la startup specializzata in AR ha attirato una quantità impressionante di investimenti: fino ad oggi ha raccolto 2,6 miliardi di dollari, nonostante il suo primo dispositivo Leap One sia appena arrivato sul mercato.

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Gli occhiali Leap One, ispirati al filone fantascientifico steampunk, sono pensati per il segmento consumer, ma la società ha dichiarato che sarà destinato anche alle aziende.

A tal fine Magic Leap ha acquisito la società di “co-presenza” AR Mimesys. La tecnologia di videoconferenza della startup belga consente a un indossatore di cuffie Leap One di vedere una rappresentazione 3D di una persona durante una videochiamata. A differenza dell’app Avatar Chat, che Magic Leap offre già, Mimesys crea avatar che assomigliano alle persone che rappresentano. Ciò renderebbe più realistiche le riunioni d’affari virtuali.

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La Creator Edition del dispositivo Leap One costa 2.295 dollari, ma al momento è disponibile solo in alcune città degli Stati Uniti, dove Magic Leap può organizzare il setup e la consegna: Chicago, Los Angeles, Miami, New York, San Francisco e Seattle.

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN MEDICINA TRA FUTURO E REALTA’

Molte aziende hanno già compreso che Intelligenza Artificiale e medicina  saranno sempre più indissolubilmente legate e hanno messo in commercio applicazioni futuristiche e sorprendenti.

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Le aziende, dalle start up alle grandi corporazioni, hanno spesso la capacità di prevedere il futuro e, quindi, di anticiparlo. Sanno bene che l’Intelligenza Artificiale è la grande speranza del 21esimo secolo in tutti i settori, medicina compresa. L’IA di fatto ha già portato importanti trasformazioni nel sistema sanitario, e ne porterà nei prossimi: aiuterà sempre più i medici a raccogliere, analizzare e organizzare i dati clinici, fare diagnosi precoci, pianificare trattamenti e trovare le migliori soluzioni per i pazienti. Ma se robot medici e software di gestione delle cartelle cliniche sono già una realtà consolidata, recentemente sono stati lanciati progetti e messi sul mercato prodotti decisamente avvenierestici che rinsaldano il legame tra Intelligenza Artificiale e medicina.

Il futuro è ora

Diagnosi di tumori, insufficienza cardiaca, diabete, reazioni avverse ai farmaci… sono sempre di più i settori della salute su cui stanno scommettendo i big della tecnologia, grazie agli avanzamenti nell’intelligenza artificiale.

Parlando di big, Google ha lanciato il progetto DeepMind Health. DeepMind è in grado di processare milioni di informazioni mediche in pochi minuti, velocizzando di molto i processi sanitari, che siano di natura clinica, come l’archiviazione delle cartelle, o diagnostica. I ricercatori di DeepMind inoltre stanno elaborando modelli per emulare la capacità di immaginare le conseguenze di un’azione prima di intraprenderla: stanno in pratica cercando di capire che cosa siano intelligenza e immaginazione per convertirle in algoritmi. Anche Verily, il ramo di Google che si occupa di scienza della vita, sta lavorando al progetto chiamato Baseline Study per la raccolta di dati genetici. Lo scopo è quello di adottare alcuni degli algoritmi di Google per analizzare ciò che permette alle persone di essere in buona salute. Per questo progetto i ricercatori usano anche tecnologie per il monitoraggio di malattie, come ad esempio delle lenti a contatto intelligenti per misurare il livello di zucchero nel sangue.

Molto attiva nel campo medico è anche Ibm, che con la sua intelligenza artificiale Watson è entrata stabilmente nelle corsie degli ospedali. Watson sembra essere in grado di anticipare di due anni le diagnosi di insufficienza cardiaca rispetto ai metodi tradizionali. L’algoritmo si basa sui dati normalmente raccolti durante le visite: «Abbiamo scoperto – spiega Jianying Hu, uno dei ricercatori impegnati – che diagnosi di altre malattie, farmaci prescritti e cartelle cliniche di eventuali ricoveri, in quest’ordine, possono fornire dei segnali in grado di predire la malattia. A questo si aggiungono informazioni ottenute dalle cartelle compilate dai medici usando il linguaggio discorsivo».

L’ingresso di un altro big, Intel, nel settore della salute si concentrerà invece sul tumore al polmone. La compagnia ha recentemente lanciato un concorso insieme al gigante cinese AliBaba e altri partner per sviluppare un algoritmo capace di leggere le radiografie e gli altri dati medici di un paziente per anticipare la diagnosi e seguire la crescita del tumore.

L’intelligenza artificiale può essere usata anche per predire gli eventuali effetti collaterali di un farmaco. Lo ha dimostrato uno studio della Stanford University pubblicato dalla rivista ACS Central Science. L’algoritmo riesce, sulla base di poche informazioni sulla struttura chimica del farmaco potenziale, a formulare predizioni sia sulla tossicità potenziale sia sull’instabilità della molecola, accelerando notevolmente i tempi di sintetizzazione del farmaco. Sempre alla Stanford University hanno dimostrato che un algoritmo di deep learning – il settore della ricerca sull’apprendimento automatico e sull’intelligenza artificiale basato su reti neurali – è in grado di diagnosticare i diversi tipi di cancro della pelle con un’accuratezza pari a quella dei migliori dermatologi. Il tutto sulla base delle sole immagini dell’epidermide scattate da uno smartphone.

Venendo alle Start Up, abbiamo Zephyr Healthazienda che aiuta le imprese sanitarie a ottenere una migliore e più rapida visione di dati, tramite database specifici, algoritmi di apprendimento e una presentazione dei dati più usabile.

La start up Atomwise  ha invece lanciato una ricerca virtuale per trovare farmaci attualmente esistenti e sicuri che possano potenzialmente essere ridisegnati per trattare il virus dell’ebola. Sono stati così scoperti due candidati che potrebbero significativamente ridurre la sua infettività.

App di monitoriaggio e App predittive

Il mondo delle App non poteva rimanere insensibile al legame tra Intelligenza Artificiale e medicina.

Per monitorare ad esempio se i pazienti stanno seguendo le terapie prescritte c’è l’app AiCure, supportata dal National Institutes of Health che utilizza l’IA e la webcam degli smartphone per confermare in modo autonomo che il paziente è in linea con le cure indicate: molto utile per soggetti con situazioni mediche gravi, riluttanti a non seguire i consigli del loro medico.

Non sentirsi bene e non avere immediata possibilità di farsi visitare da un medico è uno scenario reale e molto comune. Molte app provano a risolvere questo problema offrendo risposte tramite IA, basandosi sulla storia clinica personale e su nozioni più generiche. L’interazione è molto semplice: gli utenti inseriscono i sintomi e il software li confronta con un database di malattie; dopo aver considerato anche la storia del paziente e le circostanze, l’app fornisce una serie di possibili diagnosi. A tal proposito, WebMD ha annunciato il lancio della propria tecnologia per tutti i dispositivi che supportano Alexa di Amazon.

Abbiamo poi Molly, la prima infermiera virtuale al mondo, sviluppata dalla start-up Sensely. Al di là del suo sorriso e l’espressione amichevole, l’obiettivo è di aiutare le persone monitorando le loro condizioni e lo stato dei trattamenti in corso. L’interfaccia utilizza metodi di machine learning per supportare i pazienti con condizioni critiche, fornendo controllo ed assistenza nelle fasi di follow-up.

Il rischio di queste app è quello di fomentare l’auto-interpretazione della diagnosi, che invece dovrebbe sempre essere appannaggio del medico.

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Robot radiologi

Un altro settore in cui Intelligenza Artificiale e medicina danno ottimi risultati è quello della radiologia. Pioniere in questo campo è la Enlitic: Il software da loro proposto non sostituirà il lavoro dei radiologi, ma li aiuterà nel renderlo più veloce e preciso. Il primo compito che avranno i robot radiologi sarà quello di accertare, ad esempio, che la radiografia che è stata etichettata dai medici come mano sinistra non è sicuramente una mano destra. Dopodiché il robot passerà all’analisi della radiografia per rilevare eventuali anomalie.

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In base a ciò che rilevano, i robot radiologi assegneranno un determinato livello di priorità alla radiografia che consegneranno al radiologo specializzato: se non trovano nessuna anomalia, allora assegneranno una priorità bassa. Il radiologo, ricevuta l’immagine, la studierà a sua volta e stilerà una relazione.

In questo modo il processo di diagnosi e di analisi di una radiografia sarà molto più veloce del solito.

Ma l’uomo è insostituibile

A riprova che l’IA è oramai una realtà commerciale in campo medico, la Food and drug administration (Fda) americana ha recentemente approvato l’immissione sul mercato del primo rimedio di deep learning applicato alla medicina, “DeepVentricle”, un algoritmo sviluppato da Arterys che in 30 secondi, in base alle risonanze magnetiche, ci dice quanti litri di sangue al minuto che il nostro cuore può pompare.

Per meglio delineare il futuro di Intelligenza Artificiale e medicina e il rapporto con l’uomo, Microsoft ha lanciato all’ultimo Health Innovation Summit di Bruxelles la AI in Health Alliance, un’alleanza con diversi partner per proporre l’adozione di queste tecnologie su larga scala e individuare standard comuni che uniscano la comunità scientifica, dalle startup alle università.

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Trarre il massimo vantaggio dall’Intelligenza Artificiale non può però farci dimenticare che queste tecnologie non possono sostituire l’uomo: sono di enorme aiuto analizzando una quantità di dati impossibile per il cervello umano, ma è sempre quest’ultimo l’elemento che dà un senso ai dati analizzati.

Sta all’uomo usare l’IA in modo virtuoso, dal punto di vista sia scientifico sia morale, senza mai dimenticare la dimensione etica del rapporto con il paziente.

tratto Da Domedica s.r.l.

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