INQUINAMENTO

MICOTOSSINE IN AMBITO AGRO-ZOOTECNICO

Da Inail.it

Contaminazione da micotossine in ambito agro-zootecnico

L’opuscolo è il prodotto finale di una manifestazione d’interesse voluta da Inail, Direzione regionale Campania, e il Dipartimento di medicina veterinaria e produzioni animali dell’Università di Napoli, Federico II.

Immagine Contaminazione da micotossine in ambito agro-zootecnico

I micromiceti e le micotossine (metaboliti fungini tossici), sono contaminanti naturali rinvenibili frequentemente nei prodotti dell’agricoltura. Essi possono costituire un’importante causa o concausa determinante l’insorgenza o la progressione di patologie respiratorie (sindrome da polveri organiche tossiche, effetti irritativi, tosse, asma, bronchiti croniche, neoplasie). I soggetti maggiormente esposti sono tutti i lavoratori che a vario titolo maneggiano i prodotti di origine agricola anche provenienti, attraverso mezzi di trasporto, da vari paesi del mondo.

Prodotto: Volume
Edizioni: Inail – 2020
Disponibilità: Consultabile solo in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it

IL FUTURO ELETTRICO DEL TRASPORTO SU GOMMA

In Germania, Volkswagen ha prodotto l’ultima auto con motore a combustione interna – una Golf R Estate 2.0 benzina – nello storico stabilimento di Zwickau; in California, l’agenzia governativa per la qualità dell’aria ha approvato la prima regolamentazione al mondo che obbliga a vendere determinate quote di camion elettrici.

Così dall’Europa agli Stati Uniti l’industria dei veicoli si sta preparando a cambiare pelle: auto e camion elettrici premono alle porte delle fabbriche e sarà sempre più difficile scansare questa rivoluzione, anche se finora il suo percorso è stato parecchio tortuoso.

Cosa succede in California: i camion

La California Air Resources Board (CARB) ha appena stabilito un sistema di quote obbligatorie per la vendita di camion elettrici a batterie o idrogeno, battezzato Advanced Clean Trucks. Si partirà nel 2024 con obiettivi specifici per i diversi segmenti: van, furgoni e pick-up, camion “rigidi” e Tir.

Il grafico sotto, elaborato dall’International Council on Clean Transportation (ICCT), riassume la portata della normativa californiana. Nel 2035, la maggior parte dei camion “rigidi” venduti nello stato americano (il 75%) dovrà essere a zero emissioni.

Allo stesso modo, dovrà essere elettrico il 55% di van e pick-up e il 40% dei Tir (tractor trucks, cioè camion con veicolo-cabina e semirimorchio agganciato).

Insomma la California ha posto quella che dovrebbe diventare una pietra miliare per la rivoluzione elettrica dei trasporti “pesanti”, volta a ridurre l’inquinamento provocato dall’ingente traffico delle merci su gomma, guardando sia alle consegne nei centri urbani sia alle lunghe percorrenze..

Da qualenergia.it

SEMPRE PIÙ RACCOLTA DIFFERENZIATA

Da Avvenire.it

Nel 2019 nel nostro Paese è stato avviato a riciclo il 70% dei rifiuti di imballaggio: 9 milioni e 560 mila tonnellate sui 13 milioni e 655 mila immessi al consumo. Il che si traduce in un incremento del 3,1% rispetto al 2018. La crescita è trainata da un aumento del 6,2% nel riciclo dei rifiuti provenienti dalla raccolta urbana. E se alle cifre del riciclo si sommano quelle del recupero energetico, ecco che le tonnellate di rifiuti di imballaggio recuperate superano gli 11 milioni, quasi l’81% dell’immesso al consumo che vuol dire che più di quattro imballaggi su cinque non finiscono in discarica.

«Il sistema nel complesso ha superato gli obiettivi di riciclo che l’Europa chiede entro il 2025» sottolinea il presidente del Consorzio Giorgio Quagliuolo. «L’economia circolare in Italia funziona e si impone per l’efficacia del suo modello. Anche i risultati per i sei materiali di imballaggio che CONAI gestisce sono molto positivi: per quasi tutti gli obiettivi al 2025 sono stati superati. Manca solo la plastica, che resta indietro di pochi punti percentuali, recuperabili nei prossimi cinque anni».

Nel dettaglio, lo scorso anno abbiamo riciclato 399mila tonnellate di acciaio, 51mila di alluminio, 3 milioni e 989mila di carta, 1 milione e 997mila di legno, 1 milione e 54mila di plastica e 2 milioni e 69mila di vetro.

Così anche nel 2019 le performance nostrane nell’economia circolare sono migliorate, con un trend che non si arresta, al cui consolidamento contribuisce il lavoro condotto con i Comuni grazie all’Accordo ANCI-CONAI: in Italia sono oltre 58 milioni gli abitanti serviti grazie all’intesa per il ritiro dei rifiuti di imballaggio in modo differenziato. A stipulare convenzioni con il sistema consortile, lo scorso anno, è stato oltre il 92% dei Comuni. E per coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata, nel corso del 2019 CONAI ha trasferito ai Comuni 648 milioni. «Stiamo parlando di una percentuale significativa della spesa sostenuta per la raccolta differenziata degli imballaggi che, rispetto al totale dei rifiuti urbani, rappresentano una percentuale che oscilla fra il 25% e il 28%» spiega Quagliuolo. «Si tratta di risorse provenienti dalle 800mila aziende che, aderendo al Consorzio, si fanno carico della responsabilità di una corretta gestione degli imballaggi che immettono sul mercato, quando questi diventano rifiuti». Altri 421 milioni sono stati invece destinati da CONAI alla copertura dei costi per attività di trattamento, riciclo e recupero. Del resto, lo scorso anno i quantitativi di rifiuti di imballaggio conferiti al sistema dai Comuni sono cresciuti del 14,3%. «Un incremento notevole – commenta Quagliuolo -. Una delle sue cause è sicuramente il crollo dei listini del macero a fine 2019: avviare la carta a riciclo non era più profittevole. Per questo abbiamo aperto finestre che hanno consentito a molti Comuni l’ingresso in convenzione con Comieco, il nostro consorzio che si occupa degli imballaggi in carta e cartone. CONAI si è quindi fatto carico dei maggiori oneri per l’avvio a riciclo di questo materiale in un momento in cui il suo valore di mercato era negativo, dimostrando ancora una volta il suo ruolo di sussidiarietà al mercato nel considerare l’interesse ambientale superiore a quello economico».

La crescita del Centro-Sud

A influenzare l’incremento del 14,3% ha contribuito anche lo sprint delle macro-aree geografiche del Centro e del Sud, che hanno messo a segno rispettivamente un +16,4% e un +16% di raccolta in convenzione. Crescono in particolare la raccolta della plastica, che al Centro passa da 237mila a 268mila tonnellate e al Sud da 362mila a 442mila, e quella del vetro, che balza da 314mila a 364mila tonnellate nel Centro e da 472mila a 541mila tonnellate nel Sud.

INQUINAMENTO E MALATTIE NEURODEGENERATIVE

Lo smog e l’aria inquinata non favorirebbero solo l’insorgere di tumori, ma anche dell’Alzheimer. Secondo due distinti studi riportati dalla Stampa, quello che respiriamo inciderebbe in maniera decisiva sullo stato del nostro cervello. La prima ricerca, dell’istituto svedese Karolinska di Stoccolma e pubblicata su Jama Neurology, afferma che “l’esposizione allo smog aumenta il rischio di sviluppare demenza”. E questo in un ambiente come il centro di Stoccolma in cui “il livello medio annuo di particolato di Pm2,5 è ben al di sotto del limite in Europa e negli Usa”. Anche in condizioni dell’aria tutto sommato buone, insomma, “sono emersi effetti dannosi sulla salute: il rischio di demenza aumenta del 50% per un aumento di 0,88 microgrammi al metro cubo della concentrazione di Pm2.5 e del 14% per un incremento di 8,35 microgrammi al metro cubo della concentrazione di ossidi di azoto”.

Il peggioramento delle capacità cognitive “è mediato dagli effetti vascolari: quasi il 50% dei casi di demenza da inquinamento era dovuto a ictus“. In altre parole, le sostanze inquinanti sono “neurotossiche”, danneggiano il cervello ed hanno uno stretto legame con le malattie neurovascolari e neurodegenerative

Conferme in questo senso dal secondo studio, pubblicato su Neurology e realizzato in un contesto decisamente diverso, confrontando i residenti nell’area Nord di Manhattan e nei quartieri di Inwood e Washington Heights a New York: più la qualità dell’aria peggiora e più è evidente e rapido il deterioramento cognitivo. Secondo la responsabile dello studio, Erin Kulick della Brown University School of Public Health, questi risultati “sollevano la questione se i limiti imposti per legge siano sufficientemente bassi da proteggere la salute delle persone”. Nove cittadini europei su 10, ricorda la Stampa, “è esposta a concentrazioni di polveri fini superiori ai valori stabiliti dall’Oms e, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, l’Italia è la peggiore d’Europa con 76mila morti premature correlate all’inquinamento atmosferico da Pm2.5, ozono e biossido di azoto”. Da il giornale.it

50° COMPLEANNO PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA

da il sole24ore.it

Take Action | Earth Day

Oggi, 22 aprile, si celebra la giornata mondiale della Terra, ricorrenza arrivata ormai a festeggiare il cinquantesimo anno da che, nel 1970 appunto (per la precisione il 18 gennaio), il New York Times pubblicò a tutta pagina un annuncio per sottolineare come fosse giunto il momento di dedicare un giorno del calendario al nostro pianeta.

Nata prevalentemente come lotta contro l’inquinamento (nell’annuncio sul NY Times si faceva infatti riferimento allo smog arrivato allo Yosemite Park ed ai rifiuti scaricati nelle acque del fiume Hudson), l’iniziativa ebbe una risonanza piuttosto elevata che riuscì a coinvolgere oltre venti milioni di persone e che portò alla seguente emanazioni di diversi leggi per l’ambiente come il Clean Water Act per la qualità dell’acqua e l’Endangered Species Act, volta a preservare le specie in pericolo di estinzione.

A distanza di cinquant’anni, e con una situazione decisamente peggiorata rispetto ad allora, vale la pena ricordare di avere maggiore consapevolezza del pianeta su cui tutti siamo ospiti di passaggio, visto che, molto spesso, sembriamo dimenticarcene con troppa facilità.

Earth Day 2020 | Earth day facts, World earth day

Per contribuire, anche noi di Infodata abbiamo pensato di rendere omaggio alla Terra a nostro modo, ovvero avvalendoci dei dati, sia riproponendo un paio di spunti di riflessione pubblicati in passato sia con alcuni contenuti inediti dedicati appunto all’ambiente.

Considerando che il tema centrale di quest’anno per l’Earth Day sarà il clima, abbiamo deciso di proporvi un esempio di come si possono utilizzare i numeri per monitorare i rischi collegati al cambiamento climatico e a tutte le conseguenze ad esso associate.

Nello specifico, abbiamo graficato una delle passate edizioni del Cimate Risk Index – sviluppato annualmente da GermanWatch – e per il quale, relativamente alla pubblicazione del 2017, su Data World sono stati resi disponibili nella loro versione integrale.

 L’indice in questione è infatti uno strumento che serve a stimare il livello di rischio a cui un paese è sottoposto in virtù dei cambiamenti climatici, declinato secondo quattro fattori che, combinati e pesati opportunamente, contribuiscono ad un valore con cui è possibile osservare quali siano le nazioni maggiormente esposte..( )

articolo originale di Fabio Fantoni

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EFSA PROPONE DI ABBASSARE I LIMITI DEI PFAS


L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha proposto di abbassare la dose settimanale tollerabile di un gruppo di quattro sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), le più persistenti nell’ambiente. I Pfas sono sostanze largamente utilizzate in diversi settori industriali, ad esempio per rendere resistenti ai grassi e all’acqua i tessuti e i rivestimenti per contenitori di alimenti.  Il parere dell’Agenzia ne aggiorna uno precedente del 2018 su sole due sostanze prese individualmente, ed è stato realizzato grazie alla metodologia MixTox, finalizzata nel 2019, che consente di valutare il rischio per la salute di una miscela di chimici, noto anche come effetto cocktail. Efsa propone di fissare una dose settimanale tollerabile di 8 ng / kg di peso corporeo alla settimana per quattro Pfas. Il parere è in consultazione pubblica e tutti possono fornire dati, suggerimenti e indicazioni fino al 20 aprile.

da dottnet.it

PERFLUOROSULFONATI E AUMENTO DELLA CARIE


Sostanze chimiche largamente impiegate specie in passato per prodotti sia industriali sia di largo consumo e diffuse nell’ambiente – i ‘perfluorosulfonati’ (PFAS) – che spesso contaminano anche le acque che beviamo, potrebbero aumentare il rischio di carie nei bambini.   Lo suggerisce uno studio di Constance Wiener e Christopher Waters West Virginia University pubblicato sul Journal of Public Health Dentistry.

Associate a diversi problemi di salute tra cui il colesterolo alto, queste sostanze chimiche sono particolarmente resistenti alla degradazione, pertanto i composti PFAS presentano un’elevata persistenza ambientale e capacità di bioaccumulo, con effetti tossici sull’uomo di varia natura. I PFAS fanno parte della famiglia di sostanze definite come “interferenti endocrini” in quanto in grado di alterare gli equilibri ormonali.

Young woman at the dentist


Nello studio gli esperti hanno misurato la concentrazione di queste sostanze 
nel sangue di 629 bambini di 3-11 anni ed anno osservato lo stato di salute dei loro denti, tenendo conto anche di una serie di fattori noti per influire sul rischio di carie, come l’igiene orale e l’alimentazione.  È emerso che i bambini con concentrazioni ematiche maggiori di acido perfluorodecanoico erano più a rischio di presentare carie. È possibile che questa sostanza ostacoli il corretto sviluppo dello smalto dentale, esponendo i denti dei bambini all’attacco dei batteri che causano le carie.  “È interessante notare come in questo campione quasi il 50% dei piccoli coinvolti presentava carie o otturazioni – sottolinea all’ANSA Luca Landi, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologoa: un dato che deve far riflettere sulla necessità di intensificare i programmi di prevenzione e di diffusione delle informazioni. Conoscere ciò che si beve o ciò che si mangia – conclude Landi – è fondamentale anche per prevenire i problemi della bocca, e questa informazione deve essere parte integrante di qualunque sistema di prevenzione”.

 

Da dottnet.it fonte: Journal of Public Health Dentistry, ansa

TROPPO OZONO AUMENTA IL RISCHIO DI MORTE


Essere esposti anche per un periodo ristretto di tempo (nell’arco di un solo giorno) ad elevati livelli di ozono nell’ambiente potrebbe aumentare il rischio di morte. Lo rivela uno studio pubblicato sul British Medical Journal, condotto su oltre 400 città in 20 paesi del mondo. Il lavoro stima che oltre 6.000 morti l’anno potrebbero essere evitati in queste città se venissero adottati standard di qualità dell’aria più stringenti. Lo studio è stato condotto da un team internazionale di ricercatori e coordinato da esperti dell’Istituto di Medicina Preventiva e Sociale di Berna ed ha analizzato 45.165.171 decessi nelle 406 città coinvolte. In questi centri urbani i livelli di inquinamento, di polveri sottili, di ozono, nonché l’umidità e altri parametri, sono stati valutati nel tempo. Èemerso che in media un aumento della concentrazione di ozono ambientale di 10 microgrammi per metro cubo di aria da un giorno all’altro si associa a un aumento dello 0,18% del rischio di morte, suggerendo l’esistenza di un potenziale nesso diretto di causa ed effetto tra livelli di ozono ambientale e mortalità.

Ciò si traduce in 6.262 decessi in più ogni anno nelle 406 città che potrebbero forse essere evitati se i paesi interessati avessero adottato standard di qualità dell’aria almeno pari a quelli raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Salute (Oms), che suggerisce di non superare concentrazioni di ozono di 100 microgrammi/metro cubo negli ambienti urbani e suburbani.

Da dottnet.it

fonte: British Medical Journal

PIANO DI AZIONE UE CONTRO IL CANCRO

Da Dottnet. it


Guardare “al ruolo della tassazione per tabacco e alcol” e a “misure per ridurre l’esposizione agli agenti cancerogeni sul posto di lavoro” per prevenire i tumori. Fare leva sui fondi Ue per la ricerca e creare una “infrastruttura di dati sanitari” per “facilitare il collegamento tra ricerca, diagnosi e cura”. Stabilire “target per gli investimenti in prevenzione” e incentivare “network regionali per il trattamento dei tumori”.

Sono le idee da cui prenderà forma il Piano di azione Ue per battere il cancro, che la Commissione europea presenterà a fine 2020 dopo aver fatto consultazioni a tutti i livelli.

L’iniziativa è stata lanciata nella conferenza “Europe’s beating cancer” che ha gremito l’emiciclo della sede di Bruxelles dell’Europarlamento. “Vogliamo ascoltare tutti coloro che hanno una storia da raccontare, i medici e i pazienti, i parenti e gli scienziati, le infermiere e la società civile.  Quelli che ce l’hanno fatta e quelli che stanno ancora combattendo“, ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

Perché “insieme possiamo fare la differenza” contro una malattia che, dati Eurostat di oggi, in Ue fa 1,2 milioni di morti, il 26% del totale. “Ognuno di noi ha un amico, un collega o un parente che ci è passato. Tutti hanno provato lo stesso senso di tristezza e impotenza“, ha detto von der Leyen.  Lei stessa che a 13 anni ha perso la sorella minore per un sarcoma. E Stella Kyriakides, la commissaria alla salute che realizzerà il piano d’azione, due diagnosi di tumore al seno nel 1996 e nel 2004 che l’hanno spinta a diventare un simbolo della lotta al cancro nel suo paese. Oppure il campione di calcio bulgaro Stilyian Petrov che nel 2013 si è sentito dire “diretto e schietto: hai il cancro”, ma che era al Parlamento europeo per raccontarlo. Come le oltre 50 donne irlandesi del coro Sea of Change, molte delle quali sopravvissute alla malattia e arrivate alle finali di Ireland’s got talent 2019.E’ stata una giornata in cui “il personale si è trasformato in politico“, ha detto Kyriakides, e “l’inizio di un viaggio che faremo tutti insieme”. “Ci saranno fondi per finanziare questo piano”, ha aggiunto a margine dell’evento. Al cronista che le chiedeva come “fare la differenza” su tassazione e sanità, su cui la Commissione ha prerogative molto limitate, la commissaria ha risposto “non vedo l’ora di rispondere alle sue domande quando il piano sarà pronto alla fine dell’anno, ma le assicuro che esploreremo tutte le possibilità. Tutte”.

NUOVE SVHC PER L’AGENZIA EUROPEA ECHA


Sono 4 le nuove sostanze che l’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) ha inserito nel novero delle Substances of very high concern (SVHCs) (sostanze pericolose per i propri effetti su salute e ambiente).
Vediamo quali sono e le loro caratteristiche pericolose, mettendo anche in luce cosa succede ad una sostanza quando entra in questo novero di sostanze per le quali il mondo industriale dovrà richiedere specifica autorizzazione.

Il 16 gennaio l’ECHA ha aggiunto quattro nuove sostanze all’elenco di quelle candidate per l’autorizzazione: si tratta dell’elenco delle Substances of very high concern (SVHCs), sostanze che possono avere effetti gravi sulla salute umana o sull’ambiente, e che conta ora 205 voci.
Tre delle nuove quattro (Diisohexyl phthalate, 2-benzyl-2-dimethylamino-4′-morpholinobutyrophenone e 2-methyl-1-(4-methylthiophenyl)-2-morpholinopropan-1-one) sono state inserite per via del loro carattere di tossicità per la riproduzione.


La prima non era registrata al REACH, le altre sono utilizzate soprattutto nella produzione di polimeri.
La quarta sostanza (l’acido perfluorobutano solfonico (PFBS) e i suoi sali) è stata inserita vista la sua combinazione con altre proprietà problematiche e per i probabili e gravi effetti sulla salute umana e sull’ambiente, dando origine a un livello di preoccupazione equivalente a quello delle sostanze cancerogene, mutagene e reprotossiche (CMR), persistenti, bioaccumulabili e tossiche (PBT) e molto persistenti e molto bioaccumulabili (vPvB).
L’acido ed i suoi Sali sono per lo più usati come catalizzatori, additivi e reagentinella produzione di polimeri e in sintesi chimiche, o come ritardanti di fiamma nei policarbonati (per dispositivi elettronici).

Cosa vuole dire entrare nell’elenco delle Substances of very high concern (SVHCs)

Le sostanze presenti nell’elenco delle sostanze candidate all’autorizzazione sono anche note come sostanze “estremamente problematiche”: una volta inserite nell’elenco delle autorizzazioni, il mondo industriale dovrà richiedere l’autorizzazione per continuare a utilizzare la sostanza.
Anche le società devono tenere conto dell’inserimento di una sostanza nell’elenco delle SVHC in merito al suo utilizzo da sola, in miscele o articoli: i fornitori di articoli contenenti una delle sostanze pericolose al di sopra di una concentrazione dello 0,1% hanno obblighi di comunicazione verso i clienti e verso i consumatori. Inoltre, gli importatori e i produttori di articoli contenenti la sostanza hanno sei mesi dalla data della sua inclusione nell’elenco dei candidati (16 gennaio 2020) per notificarlo all’ECHA.

da insic.it

Per Echa clicca qui Link

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