Monthly Archives: maggio 2019

SANZIONI PER IL MEDICO COMPETENTE SE NON COLLABORA CON IL DATORE DI LAVORO

Fonte : Inail

Continua l’attenzione che i magistrati pongono a carico dell’attività del Medico Competente. È noto che da tempo l’attività del Medico Competente viene sempre più considerata come importante ai fini del miglioramento continuo del benessere dei lavoratori. Un ruolo che non è più confinato alla mera sorveglianza sanitaria e agli accertamenti di idoneità, ma che valorizza il suo apporto scientifico anche nella valutazione dei rischi e alla promozione della salute.

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Alcuni mesi fa è stato pubblicato il contenuto di una sentenza della Cassazione Penale (Cass. Penale, Sez. III, 9 Agosto 2018 n. 38402) proprio centrata sul tema della , previsto dall’art. 25 c.1 lett. a) del testo Unico e sanzionato dall’art.58. Stiamo quindi parlando di violazioni alla collaborazione che si sono verificate dopo l’introduzione del nuovo testo del 2008, anzi per essere ancora più precisi con le correzioni apportate dal successivo decreto 106 del 2009.

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La sentenza non introduce rilevanti novità: piuttosto ribadisce, con ancora maggiore forza e chiarezza ciò che precedenti sentenze, citate nel dispositivo, e in particolare la sentenza del 2013 n. 1856 della Cassazione, già hanno dichiarato. Infatti in quest’ultima sentenza la Suprema Corte stabiliva che

l’obbligo di collaborazione col Datore di Lavoro cui è tenuto il medico competente… non presuppone necessariamente una sollecitazione da parte dello stesso Datore di lavoro, ma comprende anche un’attività propositiva e di informazione.

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In sostanza il medico competente consapevole dei propri obblighi di collaborazione non deve, per attivarsi, attendere la sollecitazione del Datore di lavoro, ma agire di propria iniziativa, semplicemente adempiendo quanto la norma gli assegna come ruolo.

La sentenza del 2018 ricorda, sulla scia di quanto finora detto, che nel procedere alla valutazione dei rischi il Datore di lavoro: “deve necessariamente essere coadiuvato da soggetti quali, appunto il medico competente, portatori di specifiche conoscenze professionali tali da consentire un corretto espletamento dell’obbligo” previsto a suo carico. È dunque fatto obbligo al medico di prestare questa collaborazione “il cui adempimento può essere opportunamente documentato”ovviamente nell’ambito della specifica qualificazione professionale.

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Già da queste prime frasi capiamo bene il ruolo del Medico Competente e di quanto spesso questa collaborazione, nella realtà, venga meno. Con la silente ignavia del Datore di lavoro il quale spende dei soldi per retribuire una figura professionale che non svolge appieno la sua attività. Insomma, uno spreco di risorse economiche oltre che una inefficiente valutazione dei rischi aziendali.

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Come se non bastasse la sentenza ricorda che il ruolo del medico va svolto non solo assumendo

elementi di valutazione dalle informazioni che gli vengono fornite dal datore di lavoro, ma anche quelle che può e deve direttamente acquisire di sua iniziativa ad esempio in occasione delle visite agli ambienti di lavoro di cui all’art. 25, lett I) o perché fornitegli direttamente dai lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria o d altri soggetti.

Qui emerge una seconda frequente mancanza. Non sono pochi le aziende in cui i lavoratori dichiarano di incontrare il medico unicamente in occasione delle visite e di non vederlo o di vederlo raramente visitare i reparti e gli ambienti di lavoro. Se così fosse da dove prende le informazioni il medico per farsi un’idea, dal suo punto di vista professionale, dei rischi a cui vanno incontro i lavoratori?

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È questo il caso presentatosi nella recente sentenza e sanzionato dalla Corte proprio perché l’assenza di una attiva collaborazione si traduceva “in una mera inerte attesa delle iniziative del datore di lavoro”. Proseguendo la sentenza ricorda che le omissioni “hanno natura di reato permanente e di pericolo astratto” prescindendo dai possibili concreti danni che possano provocare. Il medico viene quindi sanzionato a prescindere dal fatto che la sua “inerzia” possa aver contribuito o meno a una conseguenza dannosa per i lavoratori.

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LA CERTIFICAZIONE E VERIFICA DI IMPIANTI E APPARECCHI CIVA E’ ON LINE

fonte: inail

Il nuovo applicativo messo a disposizione dall’Inail consente di richiedere on line i servizi più significativi, tra cui l’immatricolazione e la messa in servizio, relativi a impianti e attrezzature. Una parte residuale dei servizi sarà oggetto di un secondo rilascio. Le richieste per queste prestazioni, al momento, vanno inoltrate via pec.

A partire dal 27 maggio prossimo, accedendo dal portale dell’Istituto e seguendo le istruzioni fornite con la circolare n. 12 del 13 maggio 2019, devono essere richiesti attraverso l’applicativo Civa i seguenti servizi: la denuncia di impianti di messa a terra e di impianti di protezione da scariche atmosferiche; la messa in servizio e l’immatricolazione delle attrezzature di sollevamento, degli ascensori e dei montacarichi da cantiere e di apparecchi a pressione singoli e degli insiemi; il riconoscimento di idoneità dei ponti sollevatori per autoveicoli; le prestazioni su attrezzature di sollevamento non marcate CE; l’approvazione del progetto e la verifica primo impianto di riscaldamento;  le prime verifiche periodiche.

Come usufruire dei servizi telematici. Per utilizzare l’applicativo è necessario essere registrati al portale Inail e accedere utilizzando uno dei profili a disposizione. A questi è stato aggiunto il nuovo profilo “consulente per le attrezzature e impianti”.

Il pagamento attraverso i canali di “PagoPa”. Con l’avvio del servizio telematico Civa, cambiano anche le procedure di pagamento delle prestazioni richieste. Il sistema “PagoPa” mette infatti a disposizione diversi canali, come home banking e PayPal, e consente l’abbinamento immediato della somma pagata con il servizio erogato. Grazie a un’apposita funzione presente sull’applicativo, sarà comunque possibile inserire un pagamento già effettuato attraverso i canali tradizionali durante il periodo di passaggio al nuovo sistema.

La fase di transizione. Fino al completamento del processo per la gestione online delle prestazioni di certificazione e verifica, ulteriori servizi, come la messa in servizio cumulativa di attrezzature a pressione, riparazione e taratura valvole, dovranno essere richiesti utilizzando i moduli disponibili sul portale, da inviare tramite posta elettronica certificata. La posta ordinaria o la consegna a mano saranno ammesse solo per particolari allegati per i quali le procedure di digitalizzazione risultino troppo complicate. In attesa di definire e sviluppare apposite funzioni, i servizi richiesti tramite gli Sportelli Unici per le Attività Produttive (S.U.A.P.) e quelli relativi al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca continueranno ad essere inoltrati via pec all’Unità operativa territoriale Inail competente. Le strutture del Miur potranno, in alternativa, avvalersi di consulenti tecnici per l’inoltro tramite Civa.

 

Info e assistenza agli utenti. Sul portale Inail, nell’area “supporto”, sezione “guide manuali operativi” è reperibile il manuale utente. Nelle aree “supporto” e “recapiti e contatti” è possibile utilizzare il servizio “Inail risponde” per l’assistenza durante l’utilizzo dei servizi online e per eventuali approfondimenti procedurali. Per ulteriori informazioni c’è il Contact center che risponde al numero 066001. Attivo dal lunedì al venerdì dalle 9.00 alle 18.00, è accessibile sia da rete fissa, sia da rete mobile.

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UNA NUOVA CURA PER IL MESOTELIOMA PLEURICO

La Food and Drug Administration statunitense ha approvato un nuovo dispositivo per la terapia antitumorale non invasiva che utilizza campi elettrici, da usarsi in combinazione con la chemioterapia a base di pemetrexed e platino per il trattamento di prima linea del mesotelioma pleurico maligno non resecabile, localmente avanzato o metastatico.

Il sistema NovoTTF-100L (TTF, Tumor Treating Fields) prodotto dalla compagnia statunitense Novocure, è il primo trattamento per il mesotelioma pleurico maligno (MPM) approvato dalla Fda negli ultimi 15 anni. La terapia TTF è un trattamento antitumorale non invasivo che utilizza campi elettrici sintonizzati su frequenze specifiche per interrompere la divisione cellulare del tumore solido.

DA pharmastar.it

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SMARTWATCH MEDICINA E SALUTE

Da 01health.it

Il recente sblocco della funzione ECG sugli Apple Watch Series 4 ha riportato d’attualità un tema sul quale a breve si giocherà la partita nel mondo smartwatch.

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Consolidata l’utenza di base, ora la grande sfida è elevare l’applicazione dei wearable alla medicina. Rendere cioè le funzioni di un dispositivo affidabili in fase di analisi clinica.

Una scommessa sulla quale da qualche tempo punta apertamente anche Fitbit. Come tutti gli altri al di fuori di Apple, al momento ancora in svantaggio. La sfida però, è appena iniziata e non c’è ancora niente di deciso. «Sempre più spesso i wearable vengono utilizzati anche in ambito sanitario, per ora come strumenti in grado di modificare gli stili di vita in meglio – osserva Lorena Landini, country marketing manager di Fitbit  -. Per questa ragione ne auspichiamo l’impiego in un percorso assistenziale e di prevenzione

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Negli ultimi anni in effetti, sotto questo punto di vista la tecnologia ha compiuto passi importanti. Praticamente tutti gli smartwatch di ultima generazione son dotati di alcuni sensori, come il Vo2 max per misurare la saturazione dell’ossigeno nel sangue, per la cui attivazione manca solo il via libera delle autorità sanitarie.

«Nel frattempo, il nostro focus si concentra sulla prevenzione – riprende Landini -. Se si conduce uno stile di vita sano, si possono evitare problemi di salute cronici come l’obesità, le condizioni che aumentano rischio di incorrere in diabete, malattie cardiovascolari».

Attualmente, rispetto a quelli prettamente medici, i dispositivi consumer come gli smartwatch hanno nel percepito del paziente un effetto differente. Più curati sotto il profilo estetico e lontani dalle forme di uno strumento di cura, risultano meno stressanti.

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Inoltre, possono essere utilizzati per un periodo anche lungo senza essere legati direttamente a una patologia specifica. «Grazie al gran numero di informazioni fornite dall’app, qualsiasi utente potrà individuare nuove tendenze in grado di aiutarlo a gestire al meglio la propria salute e il proprio benessere. Insieme ai dati infatti, offriamo consigli e guide personalizzate che coinvolgono l’utente e lo incentivano ad assumere uno stile di vita sano.

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Il tempo delle certificazioni non è ancora maturo

Per ora però si resta ancorati a misurazioni di base, per quanto credibili, da considerare puramente indicative sotto il profilo clinico. Le funzioni più diffuse  consentono di registrare alcuni paramenti quali il battito cardiaco in movimento e a riposo, il monitoraggio del sonno e del consumo di calorie. «Stime in grado di fornire indicazioni utili a conoscersi meglio e prendere decisioni più informate– precisa Landini -. Indossando uno smartwatch o un tracker per tutto l’arco delle 24 ore si ha la possibilità di raccogliere una mole di dati completa e nel lungo periodo offrire  una analisi dello stato dell’utilizzatore molto più dettagliata».

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Certamente, non esiste ancora un dispositivo consumer in grado di sostituire strumenti medici o scientifici. Le potenzialità non mancano e non è da escludere come diversi wearable, non solo Fitbit, siano già in grado di assolvere il compito. Le necessarie certificazioni però sono conseguenza anche di studi di una certa durata e da questo punto di vista l’evoluzione del settore si scontra apertamente con i tempi tecnici.

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«Strada facendo, i dati raccolti saranno sempre più affidabili e potranno essere integrati e utilizzati in un piano medico, affiancandosi a esami medici e terapie, potendo offrire un monitoraggio continuo e costante nel quotidiano, laddove sarebbe complesso essere monitorati da dispositivi medici con continuità».

 

L’impegno non manca

I primi risultati non sono poi così lontani come potrebbe sembrare. Se lo smartwatch Apple ha bruciato la concorrenza sul fronte ECG, i rivali non stanno a guardare. La stesa Fitbit è una delle nove aziende partecipanti al programma pilota FDA per la pre-certificazione di software digitali come dispositivi medici, e già collabora con diverse aziende in ambito sanitario, come United Healthcare, BlueCross Blue Shield, Dexcom, One Drop e Diplomat.

«Abbiamo preso parte a 675 studi di ricerca, dieci volte più di qualsiasi altro brand di dispositivi indossabili, e siamo registrati a ClinicalTrials, uno dei maggiori database di studi clinici al mondo fornito dalla Biblioteca Nazionale di Medicina degli Stati Uniti».

Un impegno sostenuto anche in Italia. Tra i principali progetti seguiti, l’azienda sta contribuendo alla realizzazione di uno studio della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore sulla bradicardia post-partum, con la fornitura di trenta tracker Alta HR utili amonitorare la frequenza cardiaca dei pazienti. Una conferma, neppure tanto indiretta, di un’affidabilità crescente nelle misurazioni. Anche perché ogni giorno che passa, aumentano i dati disponibili su cui lavorare. Sono ormai milioni gli utenti quotidianamente pronti ad alimentare il database.

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«Possiamo considerare già significativi i passi avanti compiuti di recente. Oggi lavoriamo con oltre 1.600 imprese nel settore sanitario in tutto il mondo e contribuiamo attivamente a cento piani sanitari per conseguire obiettivi in ambito salute».

Un altro fronte importante, anche se meno visibile per l’utente finale è quello delle applicazioni.  La scelta di offrire un SDK aperto e di integrare i dati Fitbit in ricerche mediche tramite API pubbliche, aprono scenari molto interessanti. «Gli istituti medici possono utilizzare i dati delle attività registrate dai nostri dispositivi e metterli insieme a i propri. Nella fattispecie è l’ente medico che realizza app per i nostri smartwatch ed è lui a certificarle, non noi».

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Inoltre, tornando negli USA, i recenti modelli Inspire e Inspire HR, sono parte di Fitbit Health Solution, progetti salutistici per aziende private ed enti pubblici aderenti al programma sanitario nazionale americano. Il modello HR, dotato di cardiofrequenzimetro ottico posto a contatto col polso se indossato giorno e notte fornisce un indice cardiovascolare, il Punteggio di stato di forma, sintomo e cartina di tornasole del proprio livello confrontato con persone simili per età e genere.

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A tutt’oggi quindi, resta ancora prematuro associare uno smartwatch a uno strumento medico. D’altra parte, probabilmente neppure i progettisti più ambiziosi e lungimiranti avrebbero osato pensare a un’evoluzione in questa direzione. Eppure, la realtà sta dimostrando non solo quanto sia possibile, ma anche quanto possa rivelarsi vantaggiosa, sotto ogni punto di vista. «La tecnologia e la richiesta del mercato pubblico e privato si stanno indirizzando sempre di più verso quella direzione – conclude Landini -. Il futuro è più vicino di quanto possiamo aspettarci».

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SANITÀ DIGITALE TUTTI I SEGRETI DELLA CRESCITA

da sanitadigitale.it

Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità – Nel 2018 la spesa per la sanità digitale cresce del 7%, raggiungendo un valore di 1,39 miliardi di euro e rafforzando il trend di crescita iniziato l’anno precedente, quando l’aumento era stato del 2%.

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Le strutture sanitarie sostengono la quota più rilevante della spesa, con investimenti pari a 970 milioni di euro (+9% rispetto al 2017), seguite dalle Regioni con 330 milioni di euro (+3%), dai Medici di Medicina Generale (MMG) con 75,5 milioni (+4%), pari in media a 1.606 euro per medico e dal Ministero per la Salute con 16,9 milioni di euro (contro i 16,7 milioni nel 2017). I sistemi dipartimentali e la Cartella Clinica Elettronica (CCE) sono gli ambiti di innovazione digitale che raccolgono i budget più elevati, rispettivamente 97 e 50 milioni di euro, e sono considerati prioritari dalle strutture sanitarie (indicati rispettivamente dal 50% e dal 58% delle aziende), mentre inizia a prendere piede l’Intelligenza Artificiale, con circa 7 milioni di euro di risorse stanziate e il 20% dei Direttori sanitari che la ritiene rilevante.

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Gli strumenti digitali entrano anche nella quotidianità dei medici, che li utilizzano per comunicare con i propri pazienti: l’85% dei Medici di Medicina Generale e l’81% dei medici specialisti utilizza la mail per inviare comunicazioni ai pazienti, mentre WhatsApp è usato dal 64% dei primi e dal 57% dei secondi per fissare o spostare appuntamenti e per condividere documenti o informazioni cliniche. Meno di un cittadino su cinque, invece, usa la mail o WhatsApp per comunicare col proprio medico, solo il 23% prenota online una visita specialistica e appena il 19% effettua il pagamento sul web. Pur limitato, l’accesso ai servizi digitali dei cittadini è aumentato significativamente nell’ultimo anno (nel 2018 l’11% prenotava online e il 7% pagava usando Internet) e nella fascia 35-44 anni registra valori elevati (45% e 27%). Oltre quattro cittadini su dieci (41%) usano App di coaching o dispositivi wearable per tenere sotto controllo la propria salute e migliorare il proprio stile di vita e lo smart watch, in particolare, è lo strumento che ha registrato l’incremento più significativo (dall’8% a circa un cittadino su tre).

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Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, presentata questa mattina a Milano al convegno “Connected Care: il cittadino al centro dell’esperienza digitale”.

“La crescita della spesa per l’innovazione digitale in Sanità è un segnale confortante che conferma il ruolo strategico del digitale per innovare i processi del sistema sanitario – afferma Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. Il digitale sta modificando tutte le fasi della presa in carico del paziente, dalla prevenzione alla cura, fino al post-ricovero, attraverso strumenti come la Cartella Clinica Elettronica, la Telemedicina, l’Intelligenza Artificiale e le Terapie Digitali. Ma per sfruttarne appieno le opportunità bisogna ripensare l’organizzazione e la governance del sistema, sviluppare le competenze del personale e rivedere la relazione fra operatori e pazienti in modo da mettere il cittadino al centro dei processi di prevenzione e cura e consentire un migliore e più rapido accesso alle informazioni e ai servizi sanitari”.

Cittadini sempre più digitali

L’uso di Internet e degli strumenti digitali fra i cittadini italiani per reperire informazioni e accedere ai servizi sanitari è in aumento rispetto alla scorsa edizione della ricerca, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione, ma il canale fisico è ancora quello privilegiato dalla maggior parte della popolazione. Lo rivela il sondaggio condotto dall’Osservatorio in collaborazione con Doxapharma su un campione di mille cittadini statisticamente rappresentativo della popolazione italiana. Fra i cittadini che non soffrono di malattie croniche o problemi di salute di lunga durata, oltre un terzo cerca sul web informazioni generiche sulla salute, come malattie, sintomi e cure (38%) e su corretti stili di vita e alimentazione (37%), il 15% si informa sui vaccini (il 25% fra le donne 25-44enni). Queste percentuali si riducono all’aumentare dell’età del campione, ma anche fra gli over 65 più di uno su quattro (27%) cerca informazioni online. I canali più utilizzati dai cittadini sani sono i siti web istituzionali (52%), seguiti dai portali dedicati alla medicina e alla salute (30% in media), mentre App, blog e social network sono ritenuti meno affidabili e sono usati prevalentemente per informarsi sui corretti stili di vita e sull’alimentazione (23%).

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Le App e i wearable stanno ormai entrando nella quotidianità dei cittadini, con il 41% che utilizza una applicazione di coaching o un dispositivo indossabile per il monitoraggio dello stile di vita. Tra i giovani sotto i 35 anni sono ancora più diffuse (55%), mentre l’uso diminuisce oltre i 55 anni (29%). Lo strumento più presente è lo smart watch, utilizzato da un cittadino su tre, con un vero e proprio boom rispetto all’8% registrato nel 2018. Tuttavia, ben il 75% dei cittadini che usa le App non invia né comunica al proprio medico i dati raccolti, che rimangono quindi spesso inutilizzati.

“Nel caso in cui i cittadini non possano rivolgersi a un medico per ricevere consigli su prevenzione e stili di vita in base a dati raccolti, potrebbe giocare un ruolo fondamentale un coach virtuale in grado di fornire in modo proattivo, e sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, consigli su come migliorare i propri comportamenti sulla base dei parametri monitorati, come l’alimentazione e gli allenamenti – afferma Emanuele Lettieri, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. Ad oggi questa opportunità desta, tuttavia, un moderato livello di interesse da parte dei cittadini, così come la chat con un assistente virtuale o un assistente vocale (es. Amazon Alexa o Google Home) per chiedere informazioni sulla salute e sullo stile di vita, probabilmente perché ancora poco note e dai benefici difficilmente valutabili per la maggior parte dei cittadini”.

Anche i medici hanno sempre maggiore dimestichezza con gli strumenti digitali, che impiegano per comunicare o condividere informazioni e documenti con i pazienti. Secondo il sondaggio condotto su un campione di 602 MMG e su 1.720 medici specialisti, la mail è il canale più usato (rispettivamente 85% e 81%), seguito da WhatsApp (64% e 57%) e dagli SMS (65% e 40%). Aumenta l’utilizzo da parte dei cittadini: il 19% usa la mail (+4% rispetto al 2018), il 17% WhatsApp (+5%) e il 15% gli SMS (+2%). La maggior parte dei cittadini (52%) usa la App di messaggistica per chiedere al medico di fissare o spostare una visita e nel 47% dei casi per comunicare lo stato di salute.

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Circa la metà del campione trova online informazioni sui medici (51%) e su strutture e prestazioni sanitarie (44%), ma se si analizza l’accesso ai servizi sanitari i cittadini appaiono molto meno digitali: solo il 23% ha prenotato online le prestazioni (21% tramite sito web e 2% tramite App) e il 19% le ha pagate via web (15% tramite sito e 4% tramite App), con punte però del 45% e del 27% fra i 35-44enni. Si tratta di tassi di utilizzo ancora limitati, ma in forte crescita rispetto all’11% delle prenotazioni via web e al 7% dei pagamenti online emersi nel 2018. La farmacia gioca un ruolo ancora marginale nell’ambito delle prenotazioni (9%) e dei pagamenti di visite o esami (10%), mentre la maggior parte della popolazione preferisce ancora recarsi di persona presso la struttura sanitaria (rispettivamente 53% e 78%). Chi non ha utilizzato i canali digitali dichiara che preferisce il contatto fisico personale (67%) o ammette di non essere capace di utilizzarli (19%). Il canale personale risulta molto rilevante anche nella scelta dello specialista a cui affidarsi: i cittadini considerano il parere del MMG come fondamentale nella scelta del medico specialista (il 43% lo indica come canale molto rilevante), seguito dal parere di parenti e amici. Le informazioni trovate sui siti istituzionali sono ritenute per nulla rilevanti dal 25% dei cittadini, così come le opinioni e recensioni su siti web (28%).

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“Il digitale sta cambiando i tradizionali punti di contatto della Sanità, introducendone di nuovi, come siti web, App e chatbot – afferma Chiara Sgarbossa, Direttore dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. Le nuove tecnologie devono essere impiegate per riprogettare l’esperienza degli utenti affinché possano accedere più facilmente e velocemente a informazioni e servizi secondo modelli di cura innovativi e sostenibili. Sarà importante da questo punto di vista superare barriere e diffidenze, riconoscendo la specificità dei diversi profili di cittadini e sapendo progettare percorsi differenziati in grado di superare il potenziale “digital divide”, che rischierebbe di escludere proprio quelle fasce di popolazione che hanno maggiore bisogno di sostegno”.

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L’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale è un ambito ancora marginale in termini di investimenti (7 milioni di euro) e di interesse dei direttori sanitari (il 20% lo ritiene prioritario), ma sta prendendo piede. Le strutture sanitarie hanno adottato applicazioni di AI, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di prime sperimentazioni, soprattutto basate sull’elaborazione delle immagini per effettuare attività di supporto alla decisione diagnostica (presenti nel 40% delle aziende del campione) e del testo libero (24%). Sono queste ultime le applicazioni che i medici specialisti utilizzano maggiormente (30% e 26%) e che CIO e Direttori ritengono avranno un maggior impatto sul settore sanitario nei prossimi cinque anni. Allo stesso tempo i medici specialisti indicano l’elaborazione delle immagini come l’applicazione di AI più utile nel supporto della propria pratica clinica (36%) e l’ambito più promettente nel prossimo quinquennio (28%).

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Secondo i Direttori, i medici specialisti, i dirigenti infermieristici e i MMG, le principali difficoltà legate allo sviluppo di soluzioni di AI sono le limitate risorse economiche disponibili e l’alta complessità nell’implementare questi progetti. Gli operatori sanitari, tuttavia, non sembrano essere spaventati che l’AI possa sostituirli, anzi, vedono in questi sistemi dei potenti alleati capaci di migliorare l’efficienza dei processi clinici (49% dei medici specialisti, 66% dei dirigenti infermieristici e 46% dei MMG), ridurre la probabilità di effettuare errori clinici (48%, 50% e 50%) e aumentare l’efficacia delle cure in termini di precisione e personalizzazione (43%, 45% e 52%).

“L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale in alcuni sistemi informativi ospedalieri in Italia ha una buona presenza, in particolare per l’elaborazione delle immagini, ma oggi iniziano a esserci sperimentazioni significative anche nell’interpretazione del linguaggio naturale, scritto e parlato – afferma Paolo Locatelli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. È importante sottolineare che l’applicazione di Intelligenza Artificiale in Sanità richiede, però, che le informazioni da elaborare siano raccolte in digitale, e quindi la presenza di Cartelle Cliniche Elettroniche e sistemi aziendali di gestione delle immagini diagnostiche è un prerequisito”.

Le terapie digitali

Uno dei nuovi trend nell’ambito della sanità digitale è rappresentato dalle terapie digitali, soluzioni tecnologiche (principalmente app) che devono essere clinicamente certificate e autorizzate dagli enti regolatori e che aiutano i pazienti nell’assunzione di un farmaco (di solito prescritte dal medico in combinazione a un farmaco o in sua sostituzione). Le soluzioni più interessanti secondo i Direttori e i medici sono quelle che supportano il paziente nel monitoraggio dell’aderenza alla terapia, considerate molto interessanti dal 47% dei Direttori, dal 45% dei medici specialisti, dal 63% dei dirigenti infermieristici e dal 49% dei MMG), mentre risultano meno interessanti quelle che propongono un intervento medico. Le App per il monitoraggio dell’aderenza rappresentano anche l’ambito che avrà un maggior impatto nei prossimi cinque anni. Il principale ostacolo che impedisce la diffusione di queste tecnologie in Italia è la scarsa conoscenza della validità clinica, seguita dalla difficoltà a comprendere le opportunità offerte e dall’assenza di rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale.

La telemedicina

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La telemedicina può giocare un ruolo fondamentale nell’integrazione fra ospedale e territorio e nelle nuove forme di aggregazione delle cure primarie. Anche quest’anno però la spesa in innovazione digitale delle strutture sanitarie si è concentrata soprattutto nel supporto digitale dei processi ospedalieri, con una minore attenzione all’integrazione ospedale-territorio. Nel 2019 si registra una sostanziale stabilità in termini di diffusione rispetto a quanto rilevato in passato, con i servizi che coinvolgono il paziente come la Telesalute – i sistemi e i servizi che collegano i pazienti con i medici per assistere nella diagnosi, monitoraggio, gestione, responsabilizzazione degli stessi – e Teleassistenza – un sistema socioassistenziale per la presa in carico della persona anziana o fragile a domicilio, tramite la gestione di allarmi, di attivazione dei servizi di emergenza, di chiamate di supporto da parte di un centro servizi – presenti solo con progetti pilota (rispettivamente nel 27% e 22% delle aziende).

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La scarsa diffusione si rispecchia nell’utilizzo di tali servizi da parte degli operatori sanitari che operano nelle strutture sanitarie, che dichiarano di utilizzare principalmente soluzioni in fase di sperimentazione. Da sottolineare, tuttavia, un elevato livello di interesse all’utilizzo, con oltre la metà che vorrebbe usufruirne. Allo stesso modo, anche tra i MMG la Telemedicina fatica a diffondersi, con solo il 4% del campione che utilizza soluzioni di Teleassistenza e il 3% di Televisita e Telesalute. Più alta, invece, la diffusione di servizi di Telerefertazione, in particolare in alcune attività diagnostiche di primo livello quali ad esempio la spirometria (21%) e l’elettrocardiografia (19%).

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Il processo di procurement è sentito dalle aziende sanitarie come un processo critico soprattutto per la sua struttura rigida (barriera espressa dal 41% dei Direttori Amministrativi), legata a una complessa normativa di riferimento (24%). La barriera più sentita è però rappresentata dalla mancata conoscenza degli strumenti con cui comprare tecnologie digitali (47%) che impedisce, quindi, di accedere anche a forme innovative di procurement che potrebbero facilitare sia l’azienda sanitaria sia il fornitore nel portare avanti un progetto di innovazione.

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L ‘OMS RICONOSCE LO STRESS DA LAVORO COME MALATTIA

Da il giornale.it

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Dopo decenni di studi, l’Agenzia speciale dellʼOnu per la salute riconosce il “burnout”, lo stress da lavoro o da disoccupazione, come malattia e fornisce direttive ai medici per diagnosticarla

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Il “burnout”, lo stress da lavoro o da disoccupazione, è stato riconosciuto ufficialmente come una condizione medica. È quanto ha stabilito l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, dopo decenni di accurati studi. L’agenzia dell’Onu, inoltre, ha anche fornito ai medici le direttive per diagnosticarla.

Secondo queste linee guida, infatti, i sintomi riscontabili nei pazienti sono tre: la mancanza di energia o spossatezza, isolamento dal lavoro o sensazioni di negatività, diminuzione dell’efficacia professionale.

L’Oms definisce il burnout “una sindrome concettualizzata come conseguenza di stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo”. Secondo la classificazione, il burnout si riferisce solo ai fenomeni nel contesto occupazionale e, per questo, non dovrebbe essere applicato per descrivere sintomatologie in altri ambiti della vita.

“Questa è la prima volta che il burnout è stato incluso nella classifica”, ha spiegato il portavoce dell’Oms, Tarik Jasarevic. Il nuovo elenco aggiornato, che entrerà in vigore nel gennaio 2022, contiene altre voci aggiuntive, inclusa la classificazione del “comportamento sessuale compulsivo” come disturbo mentale.

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Per la prima volta, inoltre, si riconosce il videogioco come una dipendenza, elencandolo insieme al gioco d’azzardo e alle droghe come la cocaina.

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STRESS E STRATEGIE DI COPING

DAhttps://www.stateofmind.it/2018/10/stress-coping/

Di Roberto Minotti e Jasmine Di Benedetto

 

Durante la l’uomo e la donna avevano dei ruoli sociali ben definiti dal loro milieu e conseguenzialmente a ciò il maschio aveva maturato un habitus guerriero che lo spingeva ad andare a caccia, in generale a procacciare cibo per il sostentamento del gruppo domestico, della tribù. La femmina rispettava le disposizioni da lei incorporate procreando e preoccupandosi della cura, della gestione e dell’educazione della prole.

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Nel complesso il gruppo domestico viveva in una società semplice dove il pericolo era sempre in agguato ed era rappresentato da un animale feroce da cui doversi difendere, da una calamità naturale, dall’aggressione di una tribù vicina.

Queste situazioni di pericolo generano nel cervello degli impulsi che attivano il nervo vago smart ventrale il quale inibendosi produce una reazione di tipo attacco/fight o di evitamento/flight, funzionale alla sopravvivenza e, per tale ragione, si è trasmessa di generazione in generazione per giungere sino a noi. Il nostro sistema nervoso autonomo ha quasi del tutto perso l’impulso primitivo, animalesco di congelamento/freezer indotto dal nervo vago dorsale più antico, che risulta essere maladattativo per l’uomo/animale sociale in quanto non permette lo sviluppo delle relazioni/affiliazioni sociali.

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Questo perché viviamo in una società complessa dove il rischio di vivere situazioni estremamente pericolose è quasi assente rispetto all’antichità o comunque contestualizzabile in situazioni limite come guerre, terrorismo, calamità naturali, incidenti, ecc.. Abbiamo ereditato geneticamente queste risposte automatiche inibitorie in quanto funzionali alla sopravvivenza, che vengono attivate o riattivate quando l’individuo ha subito un trauma che ha riguardato la sua sicurezza ed incolumità, andando a modificare sia il suo livello fisiologico di risposta a stimoli, sia il livello cognitivo ed emotivo.

È sufficiente il ricordo del trauma per innescare una serie di processi fisiologici quali palpitazioni, problemi respiratori, iper-sudorazione come se la persona stesse nuovamente rivivendo il trauma reale; ciò dipendente da quello che la nostra mente produce partendo da schemi mentali (reti neurali) che, proprio a causa dell’evento traumatico, tende a cristallizzarsi, non permettendo la sana connessione tra diverse zone dell’encefalo. Potremmo dire che il trauma rappresenta l’assenza di metabolismo tra le vare aree dell’encefalo che tendono continuamente all’associazione e alla connessione.

La comprensione dello stress

In una prospettiva psicologica, lo stress non è considerato come una condizione assoluta che può colpire le persone, ma come un accadimento che diventa problematico solo qualora sottoponga un individuo a un dispendio di energie superiore al livello da lui considerato accettabile.

Fondamentale è il momento della valutazione del processo mentale, durante il quale un individuo dà ad un evento un significato soggettivo e personale.

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È il percepire l’evento come stressante, che lo rende tale. Se un individuo considera le proprie risorse come adeguate a far fronte alle richieste che gli arrivano dall’esterno, può adattarsi con successo anche se le domande ambientali sono considerevoli. Questo processo si chiama coping e considera tutte le strategie che l’individuo mette in atto per risolvere le difficoltà.

Lazarus e Folkman (1984) definiscono il coping come gli sforzi costanti, sia cognitivi che comportamentali, di cambiare o gestire specifiche domande interne o esterne che sono valutate come gravose o eccessive per le risorse della persona ed i processi di valutazione delle strategie da adottare sono essenzialmente due: la valutazione primaria e secondaria.

Folkman e Lazarus (1988) considerarono quindi otto principali strategie di coping:

  • attivazione di confronto
  • di stanziamento
  • autocontrollo
  • ricerca di supporto sociale
  • accettazione della responsabilità
  • fuga ed evitamento
  • problem solving programmato
  • rivalutazione positiva

Questi autori differenziano due tipi di coping: quello centrato sul problema e quello centrato sull’emozione. Nel processo di coping centrato sul problema l’individuo analizza il problema per capirlo meglio, lo elabora e segue un piano di azione. In questo contesto, la persona chiede anche consiglio a persone amiche o familiari e talvolta anche a persone specializzate come uno psicologo.

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Nel coping centrato sull’emozione, il soggetto cerca di rimuovere il problema o di osservarne soltanto il lato positivo; rivaluta positivamente tutta la faccenda e si rifiuta di pensarci eccessivamente.

I processi di coping possono, quindi, aiutare gli individui a mantenere l’adattamento psicosociale durante le condizioni di difficoltà che sono fondamentali per resistere allo stress. Questa capacità è il potere o l’abilità di ritornare alla forma di composizione originale dopo essere stati piegati, schiacciati o sottoposti a forti tensioni.

Mccubbin, Thompson, Thompson e Futrell (1999) individuano le seguenti caratteristiche principali per la resilienza: l’elasticità e la galleggiabilità.

Secondo questi autori i fattori critici per il recupero rispetto alla condizione di difficoltà sono:

  • la capacità di integrazione
  • il supporto nella costruzione del senso di stima
  • l’ottimismo
  • la fiducia in sé ed uguaglianza
  • il sostegno di guida
  • i significati
  • lo schema

Un contributo importante viene anche da Olson, che ha definito un suo modello (MASH – Multisystem Assessment of Stress and Healh) che per valutare i concetti di stress, delle strategie di coping e adattamento considerando quattro unità di analisi: l’individuo, la coppia, la famiglia e il sistema sociale e lavorativo.

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Secondo questa ipotesi quanto più un individuo, una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro privilegiano, nei momenti di stress, gli aspetti di vicinanza emotiva e di flessibilità circa le regole e le strutture di potere e sviluppano una buona comunicazione, tanto più l’evento stressante ha la possibilità di essere superato.

È oramai accertato che lo stress non è da considerarsi negativo, piuttosto una moneta a due facce (Farrè, 1999). Fino a quando il livello delle catecolamine, dei cortisteroidi danno tono all’organismo e alla psiche preparando l’individuo ad una prestazione ottimale, tale processo è positivo e benefico; quando viceversa i livelli fisiologici e psichici oltrepassano la soglia di guardia tale processo può divenire nocivo. Queste due risposte vengono definite nella letteratura riguardante lo stress come: eustress (dal greco eu “bene”) e distress (dal greco dys “peggiore”). Secondo Richard Earle, direttore del Canadian Istitute of Stress,

l’eustress è qualcosa di molto simile a quanto chiamiamo vitalità; in altre parole, è tutta l’efficacia dell’energia da stress e riduce al minimo la velocità dell’invecchiamento (Earle, Imrie & Archbold, 1990)

Non bisogna però dimenticare l’altra faccia della medaglia quando cioè il continuo accumularsi di stimoli stressori porta ad un’eccessiva attivazione fisiologica e quindi a intensi periodi disadattamento generale dell’individuo.

Nella tabella di seguito proposta sono riassunte le conseguenze ai vari gradi stressappena descritti e le tipologie di risposta date dall’organismo.

Tabella 1 (Farrè, 1999):

vari gradi di stress

Sono state formulate alcune ipotesi secondo cui l’iniziale livello di stress che migliora le risposte mentali e fisiche dell’individuo, con l’aumento del grado di stress porti invece ad un loro decadimento.

Un’ipotesi denominata degli sprechi cognitivi, afferma che gli eventi più stressantisono proprio quelli che sfuggono al nostro controllo perché richiedono da parte dell’individuo una continua ed intensa attenzione.

La seconda ipotesi, detta del senso della frustrazione, è relativa alle risposte di fastidio, aggressive e di rabbia derivanti dalla frustrazione per lo stress percepito.

L’ultima teoria, del senso d’impotenza, afferma appunto che un individuo che si imbatta in ripetuti insuccessi per raggiungere un obiettivo difficile, tenda successivamente a trascurare anche gli obiettivi più semplici.

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Questa teoria deriva da quella formulata da Martin E.P. Seligman (l’impotenza appresa) (1975); che grazie ad un suo ormai noto esperimento (Ricordiamo che tale esperimento prevedeva il coinvolgimento di tre gruppi di studenti. Il primo gruppo era esposto ad uno stressore: un ronzio e dovevano farlo cessare premendo i pulsanti giusti su di un pannello posto di fronte a loro, ma nessun pulsante poteva far smettere tale ronzio poiché l’apparecchiatura era finta. Il secondo gruppo era anch’esso esposto al ronzio, ma la sua apparecchiatura era efficace e rispondeva ai comandi. Il terzo gruppo non era sottoposto ad alcun rumore. Nella seconda fase dell’esperimento tutti e tre i gruppi erano esposti al rumore e potevano, manovrando una cassetta, far cessare il rumore.

I risultati dimostrarono che il secondo ed il terzo gruppo ben presto impararono ad usare la cassetta per far cessar il ronzio, mentre il primo gruppo non utilizzò la cassetta subendo tutto il fastidio per l’intera durata dell’esperimento) arrivò a descrivere tre caratteristiche circa l’impotenza appresa: motivazionale (in cui la persona non fa nulla per cambiare lo stato di stress), cognitiva (la stessa persona non riesce ad apprendere le strategie idonee affinché cambiare tale stato) ed emotiva (in cui la persona può ammalarsi di depressione).

Successivamente Seligman (1991) cambiò l’espressione impotenza appresa con pessimismo appreso mettendo l’accento proprio sull’incapacità del soggetto nel trovare soluzioni e strategie efficaci alla risoluzione dell’evento stressante.

Nell’uomo, infatti, gli stressori più comuni sono quelli di tipo sociale e psicologico; il presente studio cercherà di esaminare ed evidenziare come alcuni tratti psicologici, stimoli sociali e comportamenti interagiscano tra loro determinando reazioni spesso disadattive.

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Sembra oramai ben chiara la correlazione tra sistema immunitario, sistema nervoso centrale e stress (Mezzani & Pacciolla, 2002). Situazioni psicologicamente intollerabili per l’organismo si possono tradurre in malattia organica.

Specifici studi effettuati su animali di laboratorio sembrano confermare che l’alto livello di stress modifichi in qualche misura anche il sistema vegetativo, endocrino, immunitario e che in ultima analisi, influenzi il decorso di malattie organiche gravi.

La correlazione tra psiche e soma è meglio spiegabile quando il locus of control, quando questo è di tipo esterno, cioè l’individuo tende a darsi spiegazioni più irrazionali senza nessuna base conoscitiva, le conseguenze allo stress appaiono più gravi.

Donald Meichenbaum (1995) è giunto all’elaborazione di un programma (stress inoculation training) tenendo conto dell’aspetto cognitivo. Secondo questo autore, attraverso un addestramento all’immunizzazione dallo stress, l’individuo arriva ad affrontare meglio lo stress considerando tale terapia equivalente al classico vaccino.

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La prima fase di immunizzazione incomincia con l’apprendimento del senso dello stress e della sua natura cognitiva. Si procede quindi ad affrontarlo in modo adeguato e alla modificazione delle cognizioni errate. L’ultimo step è insegnare al soggetto ad applicare queste nuove conoscenze in situazioni reali. Tra le procedure per la padronanza ed il controllo dello stress si procede con tecniche di rilassamento; queste modalità risultano essere molto efficaci a fronteggiare lo stress come pure il ricorso a strategie cognitive atte a ristrutturare i problemi e gestirli in maniera più adeguata. Questa pratica comprende anche giochi di ruolo e modellamenti con il terapeuta e anche esercitazioni in situazioni reali (Pervin & John, 1997).

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LA GESTIONE DELLO STRESS, LA RESILIENZA E LE STRATEGIE DI COPING A BRESCIA

LA GESTIONE DELLO STRESS, LA RESILIENZA E LE STRATEGIE DI COPING – BRESCIA 3 luglio 2019

 

AIFOS organizza un corso a Brescia il 3 luglio 2019 per imparare a gestire lo stress prendendo in esame il rapporto corpo/mente e migliorando la resilienza e le strategie di coping

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Nei luoghi di lavoro la gestione dei fattori di rischio psicosociale, con particolare riferimento al rischio stress lavoro-correlato, rappresenta una delle principali sfide con cui è necessario confrontarsi in materia di tutela della salute e sicurezza. Tuttavia di fronte alle possibili conseguenze dello stress, nei luoghi di lavoro è utile mettere in atto non solo idonee misure di prevenzione, ma anche azioni in grado di migliorarne la gestione riducendo gli effetti negativi sul benessere fisico e mentale dei lavoratori.

Esistono strumenti che possono favorire una gestione efficace dello stress aziendale, ad esempio ampliando le capacità di ogni lavoratore di fronteggiare le richieste lavorative e sviluppando adeguate “strategie di coping”, strategie adattive di riduzione dello stress.
È importante, per ogni lavoratore, migliorare la propria resilienza psicologica, intesa come capacità dell’individuo di resistere agli agenti stressanti senza manifestare disfunzioni psicologiche.

Esiste un corso in grado di offrire adeguati strumenti per la gestione dello stress? Esiste un percorso formativo che permetta di migliorare la resilienza e conoscere idonee strategie di coping?Risultati immagini per AIFOS

Un corso a Brescia su stress, resilienza e coping
Per aiutare i lavoratori e gli attori della sicurezza aziendale ad affrontare e gestire lo stress nei luoghi di lavoro, l’Associazione Italiana Formatori ed Operatori della Sicurezza sul Lavoro (AiFOS) organizza a Brescia, il 3 luglio 2019 un corso di 8 ore dal titolo “Gestione dello stress, resilienza e strategie di coping”.

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Il corso – realizzato per RSPP/ASPP, operatori e consulenti in materia di sicurezza ed igiene nei luoghi di lavoro e per tutti coloro che desiderano approfondire le proprie conoscenze sui temi riguardanti lo stress e la sua prevenzione nei luoghi di lavoro – ha l’obiettivo di:

  • esaminare lo stress e i suoi meccanismi di azione
  • prendere in esame il rapporto corpo‐mente ed eventuali implicazioni in caso di stress
  • esaminare possibili strategie di coping atte ad una migliore gestione dello stress.

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L’importanza della resilienza
Con il termine “resilienza” si intende, dunque, un insieme di processi che facilitano un adattamento efficace e promuovono lo sviluppo di una persona anche in contesti di vita altamente stressanti. In questo senso essere resilienti significa, ad esempio, rimanere produttivi anche nelle turbolenze e nelle difficoltà, significa capitalizzare le esperienze vissute per guardare avanti con energia, significa avere fiducia nei propri mezzi e voglia di superare positivamente nuove sfide.

Se le persone che hanno alti livelli di resilienza personale sono generalmente quelle che hanno fiducia in sé, che sanno gestire il tempo e controllare le emozioni, che hanno un approccio positivo al cambiamento, aiutare i lavoratori a costruire la propria resilienza personale significa metterli in condizioni di affrontare bene gli eventuali stress lavorativi.
Il lavoratore resiliente è capace di stabilire rapporti soddisfacenti con i propri colleghi di lavoro, si mantiene ad una certa distanza dai problemi ed è determinato a raggiungere gli obiettivi prefissati.

Senza dimenticare che l’aumento della resilienza nei luoghi di lavoro può offrire anche benefici in termini di forza lavoro più efficace ed efficiente.

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Le informazioni per partecipare al corso
Il 3 luglio 2019 si terrà, dunque, a Brescia – presso Aifos Service, Via Branze n. 45 – un corso di 8 ore (9.00/13.00 – 14.00/18.00) dal titolo “Gestione dello stress, resilienza e strategie di coping”.

Durante la giornata formativa verranno affrontati i seguenti argomenti:

  • lo stress e i suoi meccanismi di azione
  • la ricaduta dello stress su corpo e mente
  • presentazione di alcuni disturbi e patologie
  • strategie di coping e loro applicazione

La partecipazione al corso vale come 6 ore di aggiornamento per RSPP/ASPP e come 6 ore di aggiornamento per Formatori qualificati terza area tematica.

Per avere ulteriori dettagli sul corso e iscriversi, è possibile utilizzare questo link:
https://aifos.org/home/formazione/corsi-qualificati/organizzazione-benessere/organizzazione-benessere/gestione_dello_stress_resilienza_e_strategie_di_coping

Per informazioni e iscrizioni:

Direzione Nazionale AiFOS
via Branze, 45 – 25123 Brescia
c/o CSMT, Università degli Studi di Brescia
tel.030.6595031 – fax 030.6595040
www.aifos.it – formarsi@aifos.it

 

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LAVORARE SEDUTI AUMENTA IL MAL DI SCHIENA

da pharmastar.it

Secondo un recente sondaggio statunitense, l’incidenza del mal di schiena dopo i 30 anni è superiore al 90% e il 35% degli intervistati ha dichiarato di soffrirne quotidianamente. Le stime del Georgetown’s Health Policy Institute lo considerano il sesto disturbo più costoso negli Stati Uniti e una delle principali cause di limitazioni sul lavoro o di giorni di assenza.


Il sondaggio sul mal di schiena e sulla salute della colonna vertebrale effettuato dalla della Kelsey-Seybold Clinic, un centro medico specialistico di Houston, in Texas, è stato distribuito in tutto il paese a circa 300 persone di entrambi i sessi e di almeno 30 anni di età. Una volta analizzati i risultati, i medici hanno rilevato che la maggior parte dei partecipanti ha dichiarato di soffrire costantemente di mal di schiena.

Sorprendentemente il 70% degli intervistati ha dichiarato di non lavorare in condizioni che richiedono sforzi elevati, ma nonostante questo il 75% ha ammesso di soffrire di frequenti dolori alla schiena: il 35% giornalmente e il 40% su base mensile.

«In clinica dobbiamo spesso spiegare ai pazienti che il mal di schiena non è necessariamente legato a lavori che richiedono sforzi intensi. È una condizione di fatto associata al vivere e al lavorare in condizioni di sedentarietà, nelle quali le persone restano sedute per lunghi periodi di tempo», ha detto Ayse Dural della Kelsey-Seybold Clinic – The Woodlands. «Se i muscoli non vengono utilizzati, viene meno il tono muscolare che protegge dal soffrire di mal di schiena» ha aggiunto. «Il nostro corpo è pensato per il movimento e nessuna struttura ergonomica in ufficio può compensare il fatto che restiamo seduti anche per più di nove ore al giorno».

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Le condizioni meteo peggiorano il dolore
Da notare che il 47% degli intervistati ha concordato sul fatto che il cambiamento delle condizioni meteorologiche o della pressione barometrica aumentava l’intensità dei loro dolori. In effetti per coloro che vivono per esempio nell’area intorno a Houston, il fatto di risiedere vicino al Golfo del Messico potrebbe comportare un livello di variabilità del tempo atmosferico non presente in altre aree. Le variazioni di temperatura di venti/trenta gradi nei mesi invernali e i forti temporali in primavera e in autunno potrebbero contribuire alla maggiore incidenza delle riacutizzazioni di mal di schiena durante quei mesi.

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«Tutti conosciamo qualcuno che afferma di poter prevedere i cambiamenti climatici perché li “sente nelle ossa”, e potrebbe esserci del vero», ha commentato Ahmed Sewielam. «Riscontriamo un aumento significativo del numero di persone che chiedono iniezioni antidolorifiche o un consulto in autunno, in inverno e all’inizio della primavera. La variabilità delle condizioni meteo, il dolore che queste persone devono sopportare e la mancanza di luce solare nei mesi più freddi sembrano anche aumentare l’incidenza di alcuni disturbi della salute mentale, il più delle volte la depressione».

Il 41% degli intervistati ha infatti dichiarato di provare ansia o depressione legati al mal di schiena.

Esercizio fisico per mantenere il tono muscolare
Così come le persone si prendono cura di sé cercando di adottare buone abitudini, come fare scelte alimentari sane e mantenersi in esercizio, dovrebbero dedicare attenzioni quotidiane anche alla salute della loro colonna vertebrale. Agli intervistati è stato chiesto quali esercizi funzionano meglio per rinforzare i muscoli della schiena e il 30 percento ha indicato gli esercizi aerobici vigorosi. Tuttavia, attività come la corsa o lo jogging possono avere un impatto negativo sulla colonna vertebrale come su altre articolazioni. Invece l’allenamento di resistenza, come yoga, Pilates e nuoto, così come gli esercizi con i pesi, sono probabilmente le opzioni migliori quando l’obiettivo è rinforzare questa muscolatura.

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«Quando un paziente viene a trovarmi per un problema acuto alla schiena, l’esercizio fisico non può far parte del programma di cure iniziale. L’obiettivo principale della visita è capire come ripristinare al meglio un livello funzionale di attività», ha affermato Steve Kim. «Tuttavia, per mantenere la colonna vertebrale in salute e prevenire un episodio acuto, il programma di allenamento dovrà poi includere degli esercizi di rinforzo per la schiena, l’allenamento di resistenza ed esercizi con i pesi».

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LA SICUREZZA DEI PRODOTTI FITOSANITARI IN UN OPUSCOLO INAIL

DA Inail.it

L’uso dei prodotti fitosanitari (PF) nel settore agricolo sta ricevendo negli ultimi anni una particolare attenzione per le ricadute che l’impiego di tali prodotti ha sulla salute degli operatori agricoli, dei consumatori e per la tutela dell’ambiente e della biodiversità.

Uso in sicurezza dei prodotti fitosanitari

L’opuscolo viene proposto sia come ausilio per la realizzazione dei percorsi di formazione e di informazione dei lavoratori sia come compendio sintetico degli adempimenti di legge previsti in tema di tutela della salute e della sicurezza in ambito professionale. Il testo è strutturato in schede monotematiche dedicate alle principali fasi di impiego del PF, integrate da sezioni relative alla sicurezza chimica in ambito professionale. Viene inoltre trattata la tutela dell’ambiente tramite l’impiego di metodologie agronomiche alternative a basso apporto di PF.

Prodotto: volume
Edizioni: Inail – 2018
Disponibilità: si –  Consultabile anche in rete
Info: dcpianificazione-comunicazione@inail.it