Monthly Archives: febbraio 2019

NEL SALENTO CONTAMINAZIONE DEL SUOLO CON METALLI PESANTI

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Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori
„ Una curva rossa nel grafico presentato dalla Lilt dimostra ciò che si sapeva, e si temeva, da anni: la Provincia di Lecce, da isola felice, ha fatto un salto in alto sulla linea delle patologie tumorali. La crescita in 14 anni, a partire dai ridenti ’90, è stata tale da allineare il territorio alla media nazionale. E, di fatto, si è esaurita quella differenza virtuosa nei confronti del Nord del Paese.

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I dati hanno spinto la Lega per lotta contro i tumori ad approfondire cause e concause del fenomeno per puntare sulla prevenzione primaria, attraverso il progetto di ricerca Geneo, condotto in partenariato con Università del Salento, Provincia di Lecce e Asl di Lecce. Al progetto hanno collaborato anche i responsabili del Registro tumori di Lecce e del Laboratorio Alfa di Poggiardo.

Lo studio mirava a trovare una correlazione tra le matrici ambientali e la grave situazione epidemiologia. In altre parole, gli enti coinvolti hanno messo in piedi una squadra di esperti chiamata a scovare i fattori dell’inquinamento dei suoli che agiscono nello sviluppo di patologie tumorali, di tipo immunitario e genetiche.

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I risultati, per quanto ancora parziali, sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta presso Palazzo Adorno a Lecce alla presenza, tra gli altri, del presidente della Provincia, Antonio Gabellone, del direttore del dipartimento di Prevenzione della Asl di Lecce, Giovanni De Filippis, del docente dell’Università del Salento, Angelo Corallo, del responsabile dello sviluppo Dss, Antonio Calisi, del responsabile di Ecotossicologia, Antonio Calisi, dell’oncologo Giuseppe Serravezza.

Lo studio Geneo si è basato sull’analisi dei campioni di terra prelevati dai suoli di 32 Comuni del Salento: è stato sondato un terzo del territorio, ma la ricerca è suscettibile di estendersi agli altri territori che ne hanno fatto richiesta.I primi risultati non lasciano sereni, per quanto dalla Lilt non abbiano lanciato un vero e proprio allarme. I testi di biotossicità hanno rivelato in alcune aree verdi (come Cutrofiano, Giuggianello e Botrugno) una possibile correlazione tra inquinamento ambientale e situazione epidemiologica della popolazione.

In più, nei suoli presi a campione, è stata trovata una presenza significativa di alcuni contaminanti (Arsenico e Berillio) e, in misura minore, del Vanadio.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori
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Metalli pesanti, quindi, che rivelano uno stato di contaminazione che non è compatibile con le aree verdi prese a campione. Neppure scontato. Per quanto riguarda l’Arsenico e le sue possibili sorgenti, i ricercatori spiegano che la ricerca dei pesticidi è risultata negativa.

L’analisi delle diossine, furani e Pcb (i cui livelli sono nei limiti di legge), suggerisce possibili sorgenti di contaminazione che dovranno essere oggetto di ulteriori approfondimenti.

In altre parole l’inquinamento di alcune aree verdi è stato accertato e la circostanza non lascia sereni, come spiegato dal responsabile scientifico del progetto, Giuseppe Serravezza: “Lo studio Geneo ha rivelato un preoccupante stato di contaminazione del suolo in molte parti del Salento: ciò fa temere un peggioramento della situazione epidemiologica nel prossimo futuro. Pertanto, alla luce delle ben note emergenze ambientali gravanti sul nostro territorio, riteniamo non più rinviabile il monitoraggio ambientale a salvaguardia della salute della popolazione”.

Infine un appello rivolto alle istituzioni: “Devono attivarsi quanto prima per individuare le possibili sorgenti del grave inquinamento da noi riscontrato, e predisporre tutti gli interventi tecnici, amministrativi e politici necessari”.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori

La ricerca nel dettaglio

Il gruppo di esperti ha ricercato le caratteristiche pedologiche fondamentali (tessitura, pH, Carbonio organico, rH), i metalli pesanti e gli Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), i pesticidi (insetticidi, fungicidi) e le diossine (Pcdd, Pcdf e Pcb). In seconda battuta sono stati effettuati dei test ecotossicologici, utilizzando un sistema sperimentale e innovativo, al fine di rilevare gli effetti dei contaminanti chimici negli ecosistemi. I test sono stati compiuti su “organismi sentinella”, cioè sui lombrichi, messi a contatto con i vari terreni.

In parole povere, contando il numero dei lombrichi morti entro 14 giorni, si è giunti alla conclusione che i terreni non hanno una tossicità acuta, cioè immediata. Per quanto riguarda la tossicità cronica, sul lungo periodo, alcuni terreni si sono avvicinati alla soglia limite: è il caso di Cutrofiano e Maglie.

I risultati nel complesso non sono allarmanti, ma “essere posizionati sotto la soglia non vuol dire sentirsi tranquilli”, commentano i responsabili Lilt che premono per proseguire nella ricerca scientifica così da monitorare la situazione.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori

La Provincia di Lecce, intanto, è stata suddivisa in tre aree che presentando, rispettivamente, un rischio epidemiologico alto, intermedio e basso. I Comuni in cui l’incidenza dei tumori è maggiore sono Zollino, Caprarica di Lecce, Calimera, Martignano, Castrì di Lecce, Sannicola, Tuglie, Sogliano Cavour, Cutrofiano, Melpignano, Maglie e Galatina. E ancora: Giuggianello, Minervino di Lecce, Sanarica, Nociglia, Botrugno, Diso, Santa Cesarea Terme, Ortelle, Morciano di Leuca, Patù, Salve, Castrignano del Capo e Gagliano del Capo.

Novoli, Campi Salentina, Squinzano si collocano nella fascia intermedia. Infine i Comuni che presentano un rischio basso sono Porto Cesareo, Leverano, Miggiano, Montesano Salentino.

Nelle 9 aree selezionate, gli esperti non hanno trovato una correlazione diretta e significativa tra situazione epidemiologica e contaminazione del suolo. La vera sorpresa è stata il rilevamento dei metalli pesanti già menzionato.

Arsenico e Berillio nei terreni: la ricerca Geneo su inquinamento e tumori
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l progetto Geneo

Geneo inaugura la linea di ricerca in Oncologia ambientale del nascente Centro Ilma Llt, l’Istituto Scientifico in via di ultimazione a Gallipoli interamente ed esclusivamente finanziato dalla comunità locale per dotare il territorio di una struttura sanitaria ispirata a criteri di sostenibilità e di sicurezza per la salute degli organismi viventi.

La presentazione del report finale, oltre che per la valenza scientifica di conoscere lo stato di salute dei suoli posti a studio e le sue implicazioni prospettiche, è occasione di condivisione sociale di rilievo per l’ufficializzazione del primo lavoro scientifico del Centro Ilma, opera di solidarietà comunitaria ed esempio di investimento dal basso.

articolo di marina Schirinzi su lecceprima

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note :

il berillio. Il berillio è un metallo alcalino terroso color grigio acciaio, rigido, leggero ma fragile. E’ usato principalmente come agente rafforzante nelle leghe (rame-berillio) ed è da considerarsi un carcinogeno per l’uomo. Il berillio e i suoi sali sono sostanze tossiche e cancerogene riconosciute. La berilliosi cronica è una malattia polmonare granulomatosa causata dall’esposizione al berillio. Il berillio è dannoso se inalato, gli effetti dipendono dai tempi e dalla quantità di esposizione. Se i livelli di berillio nell’aria sono sufficientemente alti, si può andare incontro a una condizione che ricorda la polmonite ed è chiamata berilliosi acuta. L’esposizione al berillio per lunghi periodi può incrementare i rischi di sviluppare il cancro ai polmoni. L’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) ha stabilito che il berillio è una sostanza cancerogena.

Il vanadio. Il vanadio è un elemento raro, duro e duttile, che si trova sotto forma di composto in certi minerali. Si usa soprattutto in metallurgia, per la produzione di leghe.Il vanadio in polvere è infiammabile e tutti i suoi composti sono considerati altamente tossici, causa di cancro alle vie respiratorie quando vengono inalati. Il più pericoloso è il pentossido di vanadio. L’OSHA (l’ente statunitense per la sicurezza sul lavoro) ha fissato un limite di esposizione per il pentossido di vanadio in polvere e di per i vapori del medesimo. Un limite di 35 mg/m³ di composti di vanadio è considerato critico; non va mai superato in quanto è alta la probabilità che causi danni permanenti o la morte.

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MANI BIONICHE INAIL ENTRO 5 ANNI

Ogni anno in Italia si registrano 3600 amputazioni, 2500 riguardano la mano

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Dovrebbero essere disponibili sul mercato e a disposizione di tutti i pazienti entro 4-5 anni le nuove mani bioniche di ultima generazione presentate oggi al convegno scientifico sulla mano bionica nella sede dell’Accademia dei lincei. La previsione è del direttore tecnico e ricerca del Centro protesi Inail di Budrio, Rinaldo Sacchetti. “L’obiettivo – ha spiegato l’esperto – è che le protesi di mano bionica di ultima generazione possano rientrare a regime nei Livelli essenziali di assistenza, anche se ci vorrà qualche anno perchè dalla fase di sperimentazione tali protesi possano arrivare alla fase di disponibilità sul mercato. Al momento – ha ricordato – nei Lea sono comprese le mani bioniche ad energia extracorporea, ma le nuove protesi rappresentano un’evoluzione enorme perchè consentono il recupero del tatto e delle sensazioni”.

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In questo campo, ha sottolineato Sacchetti, “l’Italia, con i suoi centri di ricerca, rappresenta un’eccellenza a livello internazionale”. L’auspicio, dunque, è che tutti i pazienti che ne hanno bisogno possano avere in futuro accesso alle nuove mani bioniche, anche se ciò porrà inevitabilmente un problema di costi ai fini della inclusione nei Lea, anche per i numeri di pazienti potenzialmente interessati: “Ogni anno in Italia – conclude Sacchetti – si registrano infatti circa 3600 amputazioni, di cui circa 2500 riguardano la mano”.

Da http://www. dottnet.it

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WORKPLACE HEALTH PROMOTION PRESSO ATS INSUBRIA

Salute sul luogo di lavoro, l’Ats Insubria aderisce al programma Whp – Workplace Health Promotion. Per favorire l’accesso da parte delle aziende al progetto, il Dipartimento di Igiene e Promozione della salute ha dedicato un’intera pagina del sito Internet agli approfondimenti rivolti alle aziende che intendono promuovere la salute tra i loro dipendenti.

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Numeri, quelli delle imprese, in continua crescita anche nel Comasco. «Le realtà desiderano proporre stili di vita salutari nei luoghi di lavoro», spiegano da Ats Insubria, che offre semplici e concrete azioni, Buone Pratiche, per lo scopo. Si passa dalla promozione dell’attività fisica e di una sana alimentazione, all’offerta di opportunità per smettere di fumare e contrastare le dipendenze. Vengono fatte proposte di conciliazione famiglia-lavoro e per una mobilità sostenibile e sicura.
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«Il crescente numero di aziende che hanno aderito alla progettualità testimonia la sensibilità del territorio – spiega Lucas Maria Gutierrez, direttore Generale di Ats Insubria – Viene confermata l’importanza della progettualità che vogliamo perseguire nei prossimi cinque anni, mantenendo costante l’attenzione».

Ad oggi, le aziende aderenti al programma e attive sul territorio di Como e Varese sono 78. La pagina del sito di Ats Insubria dedicata al Whp è stata arricchita di approfondimenti e materiale in modo da fornire una prima infarinatura, un tutorial rivolto a coloro che ancora non conoscono il progetto.

Articolo di P. annoni del corriere di Como

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QUANDO SEI ALLA FRUTTA CON I PESTICIDI

Da ” il fatto quotidiano ”

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I residui di pesticidi sono su due alimenti su tre, tra quelli che poi risultano regolari, soprattutto sulla frutta. Nel rapporto annuale ‘Stop ai pesticidi’, Legambiente spiega come resti elevata la quantità di residui derivanti dall’impiego dei prodotti fitosanitari in agricoltura, che i laboratori pubblici regionali hanno rintracciato in campioni di ortofrutta e prodotti trasformati. A preoccupare non sono tanto i campioni fuorilegge, che non superano l’1,3% del totale, quanto quel 34% di campioni regolariche presentano uno o più residui di pesticidi. E il problema vero, infatti, è il multiresiduo, che la legislazione europea non considera ‘non conforme’ se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito. Il risultato? Boscalid, Chlorpyrifos, Fludioxonil, Metalaxil, Imidacloprid, Captan, Cyprodinil sono i pesticidi più diffusi negli alimenti campionati in Italia. Si tratta di fungicidi e insetticidi utilizzati in agricoltura. “Non si vedono e non si sentono – scrive Legambiente – ma troppo spesso sono lì, nonostante il nostro Paese abbia adottato un Piano d’Azione Nazionale che mira a una sensibile riduzione del rischio associato ai pesticidi per la tutela della salute dell’uomo e dell’ambiente”.

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IL RAPPORTO ‘STOP PESTICIDI’ – Nel 2017 i laboratori pubblici italiani, accreditati per il controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti, hanno inviato i risultati per 9.939 campioni analizzati. Il 61% sono regolari e senza residuo. “Un risultato che registriamo come positivo – spiega Legambinete – ma che da solo non basta a far abbassare l’attenzione su quanti e quali residui si possono rintracciare negli alimenti e permanere nell’ambiente”. In primis a causa del multiresiduo, spesso fatto passare per conforme “benché sia noto da anni che le interazionidi più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti additivi o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano”. Il multiresiduo è più frequente del monoresiduo: è stato ritrovato nel 18% del totale dei campioni analizzati, rispetto al 15% dei campioni con un solo residuo

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QUEI CAMPIONI ‘REGOLARI’ DI FRUTTA – La frutta è la categoria dove si concentra la percentuale maggiore di campioni regolari multiresiduo. È privo infatti di residui di pesticidi solo il 36% dei campioni analizzati, mentre l’1,7% è irregolare e oltre il 60%, nonostante sia considerato regolare, presenta uno o più di un residuo chimico. Il 64% delle pere, il 61% dell’uva da tavola e il 57% delle pesche sono campioni regolari con multiresiduo. Le fragole spiccano per un 54% di campioni regolari con multiresiduo e anche per un 3% di irregolarità. Alcuni campioni di fragole, anche di provenienza italiana, hanno fino a nove residuicontemporaneamente. Situazione analoga per l’uva da tavola, che è risultata avere fino a sei residui. I campioni di papaya sono risultati tutti irregolari per il superamento del limite massimo consentito del fungicida carbendazim.

GLI ALTRI ALIMENTI – Per la verdura il quadro è contraddittorio. Da un lato, il 64% dei campioni risulta senza alcun residuo. Dall’altro, si riscontrano significative percentuali di irregolarità in alcuni prodotti, come l’8% di peperoni, il 5% degli ortaggi da fusto e oltre il 2% dei legumi, rispetto alla media degli irregolari per gli ortaggi (1,8%). Ad accomunare la gran parte dei casi di irregolarità è il superamento dei limiti massimi di residuo consentiti per i fungicidi, tra cui il più ricorrente è il boscalid. Inoltre, alcuni campioni di pomodoro provenienti da Sicilia e Lazio presentano fino a sei residui simultaneamente, e un campione di lattuga proveniente dal Lazio addirittura otto. Passando ai prodotti di origine animale, undici campioni di uovaitaliane (il 5% del totale campionato) risultano contaminate dall’insetticida fipronil. Sul fronte dell’agricoltura biologica, i 134 campioni analizzati risultano regolari e senza residui, ad eccezione di un solo campione di pere, di cui non si conosce l’origine, che risulta irregolare per la presenza di fluopicolide.

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I PRODOTTI IMPORTATI – In generale, nel confronto tra i campioni esteri e italiani, quelli a presentare più irregolarità e residui sono i primi: sono irregolari infatti il 3,9% dei campioni esteri rispetto allo 0,5% di quelli nazionali. Presentano inoltre almeno un residuo il 33% dei campioni, rispetto al 28% di quelli italiani. La frutta estera è la categoria in cui si osserva la percentuale più alta di residui: il 61% di tali campioni presenta almeno un residuo. Tra gli ortaggi, il 51% dei pomodori e il 70% dei peperoni esteri contengono almeno un residuo. Oltre alla percentuale più alta di multiresiduo, pomodori e peperoni presentano anche il maggior numero di irregolarità, rispettivamente il 7% e il 4% del totale analizzato. Quest’anno il record è di un campione di peperone di provenienza cinese, con 25 residui di pesticidi. Al secondo posto c’è un campione di pepe, proveniente dal Vietnam, con 12 residui, seguito da una pomacea prodotta in Colombia con 15 residui diversi. In particolare, 14 campioni presentano da 6 a 25 residui contemporaneamente. Di questi uno arriva dalla Grecia e 13 sono di provenienza extra-Ue.

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TURNI IRREGOLARI INVECCHIANO IL CERVELLO

Da La Repubblica

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TURNI di lavoro irregolari, magari con orari estremi, si sa possono essere fonte di stress. Ora uno studio francese, pubblicato sul Journal of occupational medicine, rivela che chi è sottoposto a turnazioni che impongono un’alterazione del naturale ritmo sonno-veglia, invecchia più velocemente.  Il lavoro sui turni infatti disorganizzerebbe il ritmo circadiano – l’orologio interno del corpo – nello stesso modo in cui agisce il jet lag, ed era già stato associato ad un più elevato rischio di problemi cardiaci e alcuni generi di tumore.
Lo rivela uno studio francese, pubblicato sul Journal of occupational medicine. Il declino in persone che prestano servizio in orari ‘irregolari’ da almeno 10 anni equivale a sei anni e mezzo di invecchiamento naturale
La ricerca è stata condotta su un campione di 3.000 persone. In particolare, il livello di declino cognitivo riscontrato in persone che lavoravano su turni irregolari da almeno dieci anni era equivalente a sei anni e mezzo di invecchiamento naturale. Tuttavia l’esatto meccanismo con cui questo succede non è ancora stato compreso: una teoria punta il dito contro l’eccessiva produzione di ormoni dello stress, che causerebbero la distruzione o il malfunzionamento di alcune strutture neuronali.

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Coloro che lavorano di notte, poi, sarebbero più vulnerabili ai deficit di vitamina D, a causa della ridotta esposizione alla luce diurna, deficit che è stato associato da alcuni studi a un calo delle capacità cerebrali. La situazione tuttavia non sarebbe irreversibile: tornare al lavoro a orari regolari migliorerebbe le facoltà cognitive, anche se il tempo di recupero non è certo breve; per tornare alla normalità servirebbero infatti almeno cinque anni.

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Nell’ambito di questo studio parte dei partecipanti sono stati seguiti in tre differenti fasi: nel 1996, 2001 e 2006. Un quinto di queste persone avevano turni che variavano fra la mattina, i pomeriggi e la notte.

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QUANDO L A PELLE SI AMMALA PER IL LAVORO

Da: https://wisesociety.it

Ci sono l’istruttore di nuoto allergico al cloruro d’alluminio nelle piscine e il falegname ipersensibile a sostanze nella segatura, l’addetto del fast food che non può toccare il piccante chili senza che la pelle si arrossi e l’idraulico che non tollera composti presenti nelle gomme dei tubi. Giusto qualche esempio, per segnalare la presenza di un problema spesso trascurato. Sono circa i seicento nuovi casi di dermatite professionale denunciati ogni anno, 172 gli allergeni scoperti in meno di due lustri: 119 di questi causa di dermatiti sviluppate in un ambiente di lavoro.

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LE RESPONSABILITA’ DELLA CRISI ECONOMICA – Finora (quasi) nessuno si era occupato di questi lavoratori. A dar loro la giusta visibilità sono stati gli specialisti, nel corso dell’ultimo congresso nazionale della Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale, spiegando che le mancate denunce derivano in buona parte dalla crisi economica. La paura di perdere il lavoro spinge molti a tacere i disturbi e a convivere con essi con fatica. «Ogni anno sono poco meno di venti i nuovi allergeni individuati dagli studi scientifici e il 40% sono sostanze comuni in ambiente lavorativo – afferma Nicola Balato, docente di dermatologia all’Università Federico II di Napoli -. Si tratta di sostanze che si trovano in tinture per capelli, smalti per unghie, cere depilatorie, prodotti per il corpo. A rischio, di conseguenza, sono estetiste, parrucchieri, addetti dei centri benessere. La probabilità di dermatiti professionali è alta anche nei medici, negli infermieri e nelle badanti che devono somministrare farmaci ai pazienti. Le polveri che si depositano sulla cute toccando le pillole o spezzandole possono provocare irritazioni e sono numerosi gli operatori sanitari ipersensibili per contatto a medicinali molto diffusi».

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NUOVE PROFESSIONI A RISCHIO – Oltre agli impieghi da sempre associati alle dermatiti allergiche da contatto, oggi è necessario considerare a rischio anche nuove professioni ritenute in passato meno esposte alle reazioni allergiche. «Alcuni nuovi allergeni sono contenuti in erbicidi usati dai giardinieri o nelle gomme utilizzate dagli idraulici, mentre fanno capolino nuove allergie che riguardano gli addetti alla ristorazione: chili e camomilla hanno già provocato casi di dermatite da contatto in addetti dei fast food e baristi», prosegue Balato. Quanto ai tabaccai e agli incalliti amanti del gratta e vinci, la dermatite da contatto può essere indotta dal nickel contenuto nei rivestimenti del tagliando della fortuna.

CONSIGLI PER LA PREVENZIONE – Nonostante il timore di ripercussioni sul posto di lavoro, segnalare i problemi è essenziale per riconoscere le situazioni di rischio e mettere in pratica i corretti metodi di prevenzione. Negli Stati Uniti si stima che le dermatiti professionali riguardino 15 milioni di persone. Nel nostro Paese, invece, l’attenzione è ancora scarsa e le omesse denunce sono la maggioranza. Vale la pena, dunque, fare qualche esempio. «Gli addetti dei centri estetici dovrebbero sempre usare i guanti per ridurre il contatto con le sostanze potenzialmente allergizzanti presenti nei prodotti utilizzati – puntualizza Alberico Motolese, direttore del reparto di dermatologia dell’azienda ospedaliera Macchi di Varese -. Mentre infermieri, medici e badanti dovrebbero sciacquare subito le mani dopo aver toccato le pillole, senza

Image by iStocktoccarsi il viso per non indurre una reazione allergica cutanea anche sul volto». Utili sono anche le creme barriera, da utilizzare in aggiunta ai guanti come protezione per mantenere la pelle sana. «Se un individuo ha una storia di dermatite atopica nell’infanzia, è più a rischio di allergie – chiosa lo specialista Cataldo Patruno -. Una ragazza con questi trascorsi che diventa estetista ha un’elevata probabilità di sviluppare una dermatite da contatto».

 

 

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LA DEFISCALIZZAZIONE DEL PREMIO INAIL

da http://www affaritaliani.it

Pasquale Mario Bacco è un medico legale e medico del lavoro. Insegna “Igiene del lavoro” presso la facoltà di Economia e Commercio dal 2012 e collabora da anni con la School of Management dell’Università Lum Jean Monnet.

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Professor Bacco, nell’ambito della medicina e sicurezza sul lavoro, quale è l’opportunità più concreta che hanno le aziende per ridurre il carico fiscale?

L’INAIL prevede una sensibile riduzione per uno dei costi più elevato che le aziende hanno e precisamente i contributi da versare mensilmente (cosiddetto premio annuale INAIL). La riduzione non è limitata da un budget; in pratica chiunque ne abbia i requisiti immediatamente ne benificia. Inoltre non prevede un pagamento che poi viene rimborsato; la riduzione si concretizza con una diminuizione del versamento da effettuare. Quindi condizioni ideali; eppure per poca conoscenza questa pratica è utilizzata pochissimo rispetto agli aventi diritto.

Questa riduzione è possibile per tutte quelle aziende che, facendone opportuna richiesta compilando la relativa domanda, dimostrino di ottemperare agli adempimenti in sicurezza e salute sui luoghi di lavoro e soprattutto di aver effettuato interventi di miglioramento delle stesse condizioni di sicurezza e di igiene nei luoghi di lavoro.

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Quale è la differenza tra il modulo OT20 ed il modulo OT24?

Il modulo OT20 deve essere compilato dalle aziende entro il primo biennio di attività, il modulo OT24 è applicabile, invece, alle aziende sorte da più di due anni.

Quali sono i requisiti per accedere?

  • Avere regolarità contributiva ed assicurativa
  • Rispettare la normativa cogente decreto legislativo 81 del 2008 e smi.
  • Miglioramenti in sicurezza sul lavoro tali da raggiungere un punteggio minimo indicato dall’INAIL.

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I tempi di richiesta?

E’ molto importante rispettare le scadenze. La domanda deve essere compilata e inoltrata, solo per via telematica, attraverso l’applicazione “Modello OT24” disponibile nei Servizi online presente sul sito www.inail.it solitamente entro il 28 Febbraio di ciascun anno.

Che percentuale di riduzione del tasso di tariffa viene applicato alle aziende?

In caso di società nate entro il biennio precedente, la percentuale di riduzione della contribuzione è pari al 15%. In caso di aziende sorte prima del biennio la percentuale di riduzione è funzione del numero di lavoratori anno del periodo secondo la seguente specifica: fino a 10 lavoratori/anno, la riduzione sarà del 28%, da 11 a 50 lavoratori/anno la riduzione sarà del 18%, da 51 a 200 il 10% e oltre 200 lavoratori/anno la riduzione sarà del 5%.

L’INAIL effettua la verifica dei requisiti, indicando per ciascun intervento, con estremo dettaglio, la documentazione probante che le aziende devono allegare al fine di ottenere il punteggio assegnato all’intervento medesimo.

Facciamo esempi pratici. Quali sono gli interventi migliorativi possibili?

Gli interventi possiamo suddividerli in cinque grandi gruppi:

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 Interventi di carattere generale: ad esempio adozione di un sistema di gestione della salute e sicurezza certificato BS OHSAS 18001:07; adozione di un Sistema di responsabilità sociale secondo la norma SA 8000, etc;

• Interventi di carattere generale ispirati alla responsabilità sociale: ad esempio realizzazione di modelli di rendicontazione di responsabilità sociale asseverati da parte di ente terzo;

• Interventi trasversali: ad esempio effettuazione di riunione periodica per aziende fino a 15 lavoratori, raccolta ed analisi dei quasi infortuni avvenuti in occasione di lavoro al proprio personale, applicazione di procedure per la selezione dei fornitori di servizi secondo criteri basati anche sulla salute e sicurezza sul lavoro, in aziende fino a 50 lavoratori applicazione di una procedura per la verifica dell’efficacia della

• Interventi settoriali generali: ad esempio adozione o mantenimento di un sistema di gestione conforme a Linee di indirizzo SGSL –AS Sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro nelle aziende sanitarie pubbliche della Regione Lazio oppure adozione di un codice di pratica dei sistemi di gestione della sicurezza e dell’autotrasporto ai sensi della Delibera numero 14/06 del 27 giugno 2006 del Ministero dei Trasporti e certificato da un ente accreditato ai sensi della Delibera 18/07 del 26 luglio 2007 del Ministero dei Trasporti;

• Interventi settoriali: ad esempio interventi per la prevenzione del rumore, per la prevenzione del rischio stradale, per la prevenzione del rischio da lavoro in solitario.

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QUANDO LO STRESS SUL LAVORO FA INGRASSARE

Pressione, agitazione, ansia da prestazione sono solo alcune delle sensazioni spiacevoli che possono manifestarsi nella vita quotidiana di un lavoratore. A volte si pensa che questi disagi nascano da cause di tipo fisico, ma in molti casi il responsabile è semplicemente lo stress.

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Scadenze, ritardi, pressioni dai capi, screzi con i colleghi possono infatti portare a quello che viene definito stress da lavoro correlato o, semplicemente, stress da lavoro. Quando la pressione sul posto di lavoro si fa sentire, il corpo, in particolare quello delle donne, tende ad accumulare grasso. Dunque, se abbiamo un lavoro particolarmente stressante, aspettiamoci di vedere qualche chiletto in più sulla bilancia. Secondo i ricercatori della University of Gothenburg, in Svezia, infatti, esiste un forte legame tra un impiego che mette sotto pressione, anche dal punto di vista psicologico, dove spesso non abbiamo abbastanza tempo per portare a termine tutti i compiti, e l’aumento di peso corporeo. Il team ha presto come campione un gruppo di individui di 30 e 40 anni per un periodo di tempo pari a 20 anni, riprendendo dunque lo studio quando i partecipanti avevano rispettivamente 50 e 60 anni. Le persone con un lavoro più stressante avevano aumentato di peso in modo considerevole, di circa il 10%, durante il corso della ricerca. Un risultato rilevato in particolare tra le donne, dove la percentuale ha raggiunto anche il 20%.«Siamo stati in grado di osservare l’impatto di una professione stressante nel peso corporeo delle donne, mentre negli uomini non abbiamo notato nessuna associazione tra la tensione sul posto di lavoro e l’aumento di peso», ha dichiarato Sofia Klingberg, leader dello studio. «Non abbiamo esplorato le cause di ciò, ma siamo convinti si tratti di una combinazione di problemi al lavoro e un maggiore livello di responsabilità anche a casa, da parte dell’universo femminile. Questa combinazione rende difficile alle donne trovare il tempo di fare attività fisica e vivere una vita salutare».I ricercatori non hanno trovato nessuna associazione con altri fattori come l’educazione accademica, la qualità dell’alimentazione e altri elementi dello stile di vita.

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La ricerca, è stata pubblicata nella rivista scientifica International Archives of Occupational and Environmental Health. Lo stress da lavoro, evidenzia Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, viene sperimentato da quelle persone che sentono le richieste del mondo lavorativo superiori a quello che sono le loro capacità di fronteggiarle con conseguenze nell’ambito psicofisico e sociale. In Europa questa condizione sembra interessare almeno un lavoratore su quattro e una delle conseguenze più negative per le aziende è l’assenteismo che provoca ritardi nello svolgimento quotidiano delle mansioni e ovviamente perdite economiche ingenti. Ma il vero e grande problema sono le persone con stress da lavoro correlato che stanno male sia a livello fisico che a livello psichico. Molto spesso preferiscono ricorrere a negazione o psicofarmaci pur di non ammettere che il problema va affrontato e risolto.Uno studio dell’Università Bocconi di Milano ha dimostrato che per le donne c’è anche un problema ulteriore: lo stress è provocato dalla difficoltà di conciliare l’impegno professionale con la vita familiare nel 50% dei casi.

Da www.oksiena.it/news/medicina

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